#10 sherrie levine

A costo di fare una figuraccia agli occhi degli appassionati di arte appropriazionista, ammetterò che, fino a ieri, ignoravo l’esistenza di Sherrie Levine.

Un qualche tipo di “appropriazione” in arte c’è da sempre, e specialmente nel corso del Novecento: dai collages cubisti di Picasso e Braque, che appiccicano sulle tele fogli di giornale e carte da gioco, rendendoli parte del quadro, ai ready-made di Marcel Duchamp, il quale, come è risaputo, nel corso della sua carriera artistica si è “appropriato” di ruote di biciclette, scolabottiglie, stampe della Gioconda. L’idea di base è più o meno sempre la stessa: prendere un oggetto pre-esistente, estrarlo dal suo contesto originale e ricollocarlo in un nuovo contesto.
Il termine Appropriation Art è usato in particolare per un insieme di artisti attivi tra gli ultimi anni Settanta e gli anni Ottanta e di cui la sopracitata Sherrie Levine sembra essere la principale esponente.
La sua opera più conosciuta è “After Walker Evans”.
Immagine
Walker Evans era un fotografo che per la Farm Security Administration documentò gli effetti della crisi del ’29, occupandosi specialmente delle ripercussioni sociali. Nel 1936 aveva fotografato i Burroughs, una famiglia di mezzadri in Alabama. La foto di Allie Mae Burroughs diventò un simbolo della Grande Depressione.
Circa quarant’anni dopo, Sherrie Levine rifotografa le foto di Evans: se ne appropria.
Ora, per quella parte di me che ancora pensa il classico “ero capace anch’io”, mi sembra il caso di citare Bruno Munari: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.”
Un’opera come “After Walker Evans” dovrebbe far riflettere sulla nozione di originalità in arte, sulla definizione stessa di arte, sulla condizione dell’arte in quest’epoca strana, sul prodotto artistico come merce, sulla consapevolezza che abbiamo del nostro immaginario culturale, e parecchie altre cose che al momento mi sfuggono.
In ogni caso a me, alla fine, viene un po’ da chiedermi: ma perché? E qua ne approfitto per aggiungere un pregnante commento filosofico che di sicuro sfuggirà ai miei due lettori distratti: per nessun motivo, come qualunque altra cosa. Oppure perché sì.

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