#42 bassotuba non c’è

Bassotuba non c’è è un romanzo di Paolo Nori, pubblicato per la prima volta nel 1999. Racconta, in prima persona, le vicende e i pensieri di Learco Ferrari, diviso tra il lavoro di traduttore, quello part-time di magazziniere, la scrittura di un romanzo, le prove nel gruppo in cui suona la tromba. È stato appena lasciato da Bassotuba, che se n’è andata con un sociologo allievo di Vattimo. Ha sempre pochi soldi. Dialoga spesso con il proprio angelo custode, che si chiama Karmelo.

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A me, già questo mi fa sorridere. In più, è scritto in modo molto simpatico: imita il parlato, o meglio una variante regionale dell’italiano influenzata dal dialetto, come si parla a Parma e provincia, luogo d’origine dell’autore. Si trovano alcune espressioni in dialetto italianizzato, ma è soprattutto la sintassi che appare sgangherata, con delle fratture sintattiche tipiche della lingua orale (cose del genere: “c’è della gente che pensano…”, “gli ha detto, a lui, che…”, “io mi sembra che…”. Tecnicamente sono esempi di anacoluto). Ci sono moltissime virgole che possono apparire fuori posto: perché riproducono la cadenza dell’italiano parlato a Parma. Per farsi un’idea di come parla Paolo Nori, su YouTube si possono trovare parecchi video, come questo (che a me piace moltissimo) . Avvertenza: è contagioso. Dopo averlo ascoltato, io per un po’ continuo a parlare che sembro il topo della pubblicità del Parmareggio.
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Breve considerazione sul topo del Parmareggio: chiunque abbia mai ascoltato un vero parmigiano (non il formaggio, intendo una persona), sa che la gente di Parma non parla così. Ma perché, per fare queste cose, prendono un attore che imita l’accento parmigiano? Ci vuol tanto a trovare uno che sia davvero di Parma? Mah.

Comunque, ci si può chiedere: ma il bassotuba cos’è? La voce di Nonciclopedia propone una somma: basso + tuba = bassotuba.
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In realtà il bassotuba, detto anche flicorno contrabbasso, è lo strumento con il suono più grave della famiglia degli ottoni e della sottofamiglia dei flicorni. È uno strumento piuttosto grande e pesante, formato da un tubo lungo circa dieci metri, ritorto a spirale.
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Ecco alcuni brevi estratti da Bassotuba non c’è che mi sono piaciuti molto (i grassetti sono miei).

• Una volta ho sentito per radio una maestra che diceva che i bambini, a furia di guardare la televisione, si erano quasi convinti che il mondo fosse la televisione. Che quando lei li chiamava — Pedretti! Bergamaschi! — loro non rispondevano, come se stessero guardando la televisione. Come se in nessun modo potessero interferire con le vicende che gli passavan davanti. Io quando ho sentito questa storia ho staccato la spina del televisore e l’ho portato in garage. Di corsa.

• Non so, io e Bassotuba non ci siamo mai capiti, ho l’impressione. Io, perlomeno, le cose che mi diceva non le ho mai capite. Per esempio torno a casa tutto contento con un cd nuovo, John Mayall, jazz blues fusion. Lo metto su e mi dico Senti questa musica come vien dentro bene, nella mia vita. E comincio a muovermi e non posso evitarlo, sto quasi ballando. E più va avanti il disco, più dico Sì, sì, proprio così… Sbuca Bassotuba dalla cucina, dice Bellissimo. Puoi abbassare un pochino?

• Che mi farebbe paura la gente, uscire per strada. Che mi sembrerebbe che tutti, vedendomi, pensassero Lo vedi quello lì? Quello cammina come se avesse pubblicato un romanzo che non l’ha cagato nessuno.

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• Il gatto non mangia. Gli trovo una marca che gli va bene, il giorno dopo non gli piace già più. Niente. Mi tocca buttarla via mezza, la roba per il gatto. Provo a spiegarglielo, che è un momento difficile. Oh, gli dico, non sei mica il gatto di Barilla, cosa ti credi.

• Non so se li vedi, in giro per strada, quelli che fan finta. Che han degli occhiali che fan finta di essere dei piloti di jet. O delle scarpe anfibie che fan finta di essere dei marines. O delle camminate che fan finta che tutti li guardano. O delle pettinate che fan finta di essere molto al passo coi tempi. Che non si fermano mai un attimo, a chiedersi magari dove sono, i tempi. Che non gli viene mica in mente, magari, che la storia dei tempi potrebbe essere un’inculata. State, state, al passo coi tempi. Ve ne accorgerete. Io, mi faccio la barba. Anche se nessuno mi dice che sto bene, senza barba, neanche mia mamma. Neanche mio babbo, mi dice che sto bene. Mio babbo mi dice, quando mi vede, Lascia lì di fumare.

(“Lasciar lì”, per quanto ne so, si dice solo a Parma e provincia. “Lascia lì!”, “Lascia lì di (fare qualcosa)” significa “smettila”, con una sfumatura, credo, di “lascia perdere”.)

• Avevo già più di trent’anni, ma l’ho capito solo allora che quando dici quello che pensi, dopo magari la gente non ti parla più insieme.

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Ho preso l’abitudine di andare a leggere le recensioni e i commenti riguardo ai libri appena letti su aNobii, IBS, e simili. Pessima abitudine, perché in genere mi danno molto fastidio. Non dico che uno certe cose potrebbe anche evitare di scriverle, perché la libertà di espressione è sacrosanta, però…
Ad esempio uno scrive che il difetto di questo libro è l’assenza di un finale. Se vuoi un finale, questo libro non fa per te. Non ha una vera e propria trama, non ha un inizio né una conclusione. È fatto così. Conosco persone che al ristorante ordinano pesce e poi dicono “non mi piace, sa di pesce”. Il pesce si può accusare di tante cose, ma il sapore di pesce è un tratto essenziale della sua identità, non una colpa. Che sapore ha il pesce? Sapore di pesce. Che tipo di libro è Bassotuba non c’è? Un libro senza trama. E i libri senza trama hanno tutto il diritto di esistere. Se poi a te non piacciono, è meglio se non li leggi.
Qualcuno scrive che è un libro inutile, che l’autore non ha niente da dire. Si potrebbero avanzare diverse obiezioni. Uno: la letteratura, di solito, è utile? L’utilità, mi sembra, non è un concetto che si può davvero applicare ai romanzi. Due: un libro deve per forza avere qualcosa da dire? Secondo me, al mondo, c’è posto anche per i libri che non dicono niente. Tre: ma siamo sicuri che questo libro non dica niente? Forse non esplicitamente, ma tra le righe, per me dice tante cose. Ad esempio, che la vita spesso è banale, noiosa e fastidiosa, ma può essere anche poetica, surreale, straziante, comica. E per me è più che abbastanza.

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