#51 fringe

Sto guardando in questo periodo Fringe, serie televisiva andata in onda dal 2008 e conclusa l’anno scorso dopo cinque stagioni.
Tra i creatori c’è J. J. Abrams, uno che ha prodotto, creato e co-creato un sacco di roba, tra film e serie tv. Per me rimane “quello di Lost”.

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Le due J stanno per Jeffrey Jacob, ha 47 anni e ha persino fatto la guest star in un episodio dei Griffin.
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Fringe segue le vicende della “Fringe Division” dell’FBI, che ha sede a Boston, Massachusetts, e si occupa di indagini legate alla fringe science, cioè la scienza di confine (che, ho scoperto, esiste davvero).
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Con fringe science si intende l’insieme di teorie o ricerche scientifiche controverse, “ai confini della corrente principale delle discipline accademiche convenzionalmente riconosciute”. Teorie eterodosse, inusuali, che si allontanano dalle teorie normalmente accettate, che però si basano su metodi o principi scientifici riconosciuti come validi. “Alcune tra le odierne teorie ampiamente condivise (come ad esempio la teoria della deriva dei continenti) vennero classificate al loro apparire come scienza di confine o pseudoscienza”.

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Fringe ha parecchie cose in comune con Lost, a partire dalla prima scena del primo episodio, che si svolge a bordo di un aereo, nel pieno di una forte turbolenza. E il tema dell’aereo (che, di solito, precipita) ricorre altre volte nel corso della serie.
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Finge condivide con Lost anche la passione per le grandi scritte tridimensionali, visioni di gente morta che passeggia, rapporti difficili tra genitori e figli, le musiche di Michael Giacchino, una certa tendenza ai colpi di scena e a suscitare tante domande che, sospetto, non avranno risposte.
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Due cose su Michael Giacchino: statunitense di origini siculo-abruzzesi, nel 2010 ha vinto l’oscar con la colonna sonora di Up della Pixar.

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Fin dal primo episodio incontriamo l’attore ‪Lance Reddick‬, che qui in Fringe interpreta Phillip Broyles, il capo di Olivia, la protagonista. Ma quella faccia inquietante mi era già nota in Lost: era Matthew Abbadon, che compare nella quarta e quinta stagione. È il tizio losco che fa visita a Hurley in manicomio, lo stesso che spingeva John Locke sulla sedia a rotelle e gli consigliava di andare a fare un walkabout in Australia, e lo stesso che ha reclutato Naomi e la sua squadra (Daniel Faraday, Miles Straume, Charlotte Lewis e il pilota Frank Lapidus) per andare sull’isola. Ancora non ho capito chi era e per chi lavorava, in ogni caso trasmetteva una certa inquietudine.

La protagonista di Fringe, l’agente Olivia Dunham, è interpretata da ‪Anna Torv‬, attrice australiana, che tra l’altro è stata brevemente sposata con l’attore Mark Valley, quello che nella prima stagione di Fringe fa John Scott, collega e amante di Olivia.
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Un altro bel personaggio è Charlie Francis, superiore di Olivia. L’attore è Kirk Acevedo, statunitense di origini portoricane e cinesi, che era anche in La sottile linea rossa. Mezzo spoiler: Kirk Acevedo nel 2009 aveva annunciato sulla sua pagina Facebook di essere stato licenziato da Fringe. E sappiamo bene che al licenziamento di un attore corrisponde, per il suo personaggio nella serie, una brutta fine…
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E poi c’è la Massive Dynamic, superpotente multinazionale, il cui logo è dappertutto (misteriosità, presenza invasiva e ricerche sperimentali eticamente discutibili: mi ricorda un po’ il progetto Dharma…). Lo slogan della Massive Dynamic è “What Don’t We Do?”. Ha anche un “vero” sito ufficiale, lanciato in occasione dell’inizio della serie. Si può anche inviargli il curriculum (lo farò sicuramente!!).
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Il capo della Massive Dynamic è William Bell, interpretato da Leonard Nimoy, meglio conosciuto come Spock, il vulcaniano di Star Trek. Senza le orecchie a punta è irriconoscibile.
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La vicecapo della Massive Dynamic è Nina Sharp, interpretata da ‪Blair Brown‬, che era la co-protagonista in Stati di allucinazione (Altered States) con William Hurt, film di Ken Russell del 1980.

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Il film è ispirato alla vita e alle ricerche di John Lilly, che in particolare si è dedicato allo studio della deprivazione sensoriale e a questo scopo, alla fine degli anni cinquanta, ha inventato la vasca di deprivazione sensoriale (i‪solation tank‬) come strumento per ridurre al minimo gli stimoli esterni. John Lilly stesso rimaneva per ore chiuso dentro questa vasca, sospeso nell’acqua satura di sale e mantenuta a temperatura corporea.
La vasca di deprivazione sensoriale è citata anche in un epidosio dei Simpson (Fate largo a Lisa – Make Room for Lisa).
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Tornando a Fringe: per tutta la prima stagione, Olivia viene ripetutamente messa in una vasca di deprivazione sensoriale da Walter Bishop, adorabile scienziato pazzo, che ha problemi di memoria, una passione per le sostanze psicotrope, e riesce a pensare al cibo durante le autopsie più schifose.
Da Wikipedia: “Walter è considerato da molti fan come un sex symbol fattone.” (!).

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Quando Walter ha bisogno di una combinazione per un lucchetto usa le cifre del Pi greco (3,14159…) e per addormentarsi elenca ad alta voce i numeri della serie di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89 144 233 377 610 987 1597 2584 4181 6765…).

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Il figlio di Walter, Peter Bishop, è ‪Joshua Jackson‬, direttamente da Dawson’s Creek.

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Durante la sigla iniziale di Fringe, dovrebbe comparire, seminascosta, la scritta “Observers are here” (io non sono mai riuscita a vederla!). Gli osservatori sono dei tizi bizzarri che sembrano usciti dai quadri di Magritte, scrivono strano, usano una gran quantità di “aggeggi fantaminchiosi” (cit.) e amano il cibo piccante.

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Quella frase (con la sua struttura soggetto – verbo essere – complemento di stato in luogo) mi ricorda tanto “The truth is out there” di x-filiana memoria.
In effetti le somiglianze tra Fringe e X-Files sono numerose, in bilico tra la citazione e il plagio. Qualcuno (tipo qui e qui) ha provato a elencare i riferimenti episodio per episodio.
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Nel primo episodio della seconda stagione di Fringe c’è un preciso omaggio a X-Files: su un televisore si vede una breve scena da “Dreamland”, quarto episodio della sesta stagione di X-Files, in cui si distingue Mulder.
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E poi c’è la questione dei glifi: nel corso di ogni episodio, appaiono di tanto in tanto dei fotogrammi con diverse figure, su fondo nero. Immagini a caso? No, è un enigma da risolvere: un codice, o meglio un cifrario a sostituzione, decifrato da Julian Sanchez nel 2009. Ogni figura sta per una lettera dell’alfabeto, e la sequenza delle figure all’interno di un singolo episodio equivale a una parola.

Pare che nell’edizione italiana questi glifi siano stati per lo più tagliati nel montaggio.
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La storia dei glifi dev’essere piaciuta molto: ad esempio un tizio ci ha fatto un font e una tizia se li è disegnati sulle unghie.
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2 pensieri riguardo “#51 fringe

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