#53 mal di pietre

Mal di pietre è un brevissimo romanzo di Milena Agus. Pubblicato nel 2006, è stato tradotto in cinque lingue, ha avuto grande successo e ha vinto dei premi. Evidentemente ero distratta, perché non mi ero accorta di niente, e l’ho scoperto adesso.
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Il “male delle pietre” (su mali de is perdas) è l’espressione comune per calcoli renali, problema che affligge la protagonista, cioè la nonna della voce narrante. Il termine medico della patologia è calcolosi renale o nefrolitiasi: nefro- (dal greco nephros, rene) e litìasi (lithos, pietra).

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Milena Agus è nata a Genova da genitori sardi, e vive e lavora a Cagliari. Fa sempre una faccia buffa nelle foto, come se fosse a disagio perché non abituata a farsi fotografare.

La storia si svolge quasi tutta a Cagliari, quasi sempre nella casa di via Mallo, o in via Sulis, che, ho scoperto, esistono davvero (e ci si può anche passeggiare con la Street View. Grazie Google!!). Giuseppe Manno e Vincenzo Sulis sono entrambi personaggi storici sardi, vissuti tra Sette e Ottocento, rispettivamente di Alghero e di Cagliari.

Parole e frasi in sardo punteggiano il testo, sempre tradotte nelle note (perché il sardo è incomprensibile!).
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Il libro ripercorre vicende familiari, personali, sentimentali, mentre sullo sfondo scorre la storia nazionale: la guerra, la Resistenza, il dopoguerra, la miseria e le migrazioni verso il nord, nella grandi città sorprendentemente nebbiose, dove le case portano ancora i segni dei bombardamenti e “i figli si vergognavano, a scuola, dei loro cognomi sardi con tutte quelle u.”
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La famigliola cagliaritana, per andare a Milano a trovare i parenti emigrati, doveva: prendere il treno da Cagliari a Porto Torres, il traghetto da Porto Torres a Genova, di nuovo il treno da Genova a Milano. Metto una mappa così ci si rende conto meglio delle distanze. Non so quanto tempo ci mettessero, ma la lontananza percepita Cagliari-Milano doveva essere immensa.
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Qualche frase che mi è piaciuta:

“I figli li avevano le donne normali, allegre e senza brutti pensieri, come le vicine della via Sulis.”

“A papà nessuna ragazza lo voleva e nonna soffriva e si sentiva in colpa perché forse aveva trasmesso a suo figlio il male misterioso che faceva fuggire l’amore.”

“disse che secondo lui suo marito era un uomo fortunato, davvero, e non un disgraziato, come lei diceva, che aveva avuto in sorte una povera matta, lei non era matta, era una creatura fatta in un momento in cui Dio semplicemente non aveva voglia delle solite donne in serie e gli era venuta la vena poetica e l’aveva creata; e nonna rideva troppo di gusto e diceva che era matto anche lui e per questo non si accorgeva della pazzia degli altri.”

“non riusciva a rassegnarsi a quella cosa, secondo lei senza senso, che è addormentarsi quando si è felici.”

Poi sono andata a leggere i commenti a questo libro su aNobii, IBS e simili: si dividono quasi equamente tra molto positivi e molto negativi. Forse quelli negativi sono in maggioranza: dato il successo del libro, in tanti lo definiscono “sopravvalutato”.

Un commento dice “Le parentele si intrecciano a ritmo serrato e poco ordinato, a volte confondendo chi legge.” Non so se stiamo parlando dello stesso libro, magari questo commentatore ha letto un breve riassunto di Cent’anni di solitudine, comunque spero che passi di qui perché gli ho fatto uno schema per chiarire questo intricato groviglio di relazioni parentali:
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Altri scrivono “E’ noioso, trito e ritrito, infantile” e “A me non ha emozionato neanche un pò”, allora ho pensato che la capacità di emozionarsi potrebbe essere strettamente collegata a quella di distinguere gli accenti dagli apostrofi. E ancora: “Non conviene perdere del tempo dietro a un libro così quando ce n’è tanti altri che emozionano e intrattengono mooolto di più!” che ho pensato che saremmo tutti più sereni se esistesse una risposta univoca alla domanda ‘quali sono i libri che emozionano e intrattengono di più e meglio?’.

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Qualcuno scrive che “Nonostante alcune dettagliate descrizioni delle prestazioni sessuali della nonnina, il racconto rimane delicato e poetico”. Secondo me anche quelle poche pagine erotiche sono molto delicate e poetiche, e le due cose non sono per niente in contrasto: è la vita di una donna, che comprende tanti aspetti e tanti ruoli diversi, ma non necessariamente in contrapposizione. Non è che l’erotismo sia precluso alle future nonne, e neanche ai poeti (be’ magari a qualcuno (Leopardi?), ma mica tutti). Mi dispiace che l’autore del commento abbia scoperto in modo così traumatico che sì, anche la sua nonna deve aver avuto una qualche vita sessuale.

Secondo me questo libro è anche una sorta di lunga lettera d’amore per la letteratura, la scrittura, la creatività poetica tante volte scambiata, e forse a ragione, per pazzia.
Sono un centinaio di pagine che si leggono in un attimo, scorrevoli, ma io le ho trovate così dense e non so, magari ho la febbre, ma per queste cento pagine, qua e là, ho pianto come una vite tagliata. Che tra l’altro per leggere ho bisogno degli occhiali e piangere dentro agli occhiali non è per niente comodo. E poi, siccome mi era venuto in mente questo modo di dire, sono andata a cercare se effettivamente le viti “piangono”: e sì, dopo la potatura, fuoriesce linfa trasparente dai tralci recisi, a gocce, come lacrime.
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