#84 imparare una seconda lingua

Una precisazione di cui nessuno sentiva la necessità (ma io sì).

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Mi è capitato di guardare alcuni video (tipo questo, questo e questo) in cui si parla di come sia facile e veloce imparare una seconda lingua: con il giusto metodo e con il giusto atteggiamento basterebbero sei mesi o anche una settimana. Ora, non si tratta di idee completamente sbagliate, ma vanno precisate: parlano di acquisire le competenze linguistiche sufficienti per la comunicazione di base, e a condizione di avere una grande motivazione, metterci un grande impegno, e sottoporsi a una massiccia esposizione all’input (su queste idee ci torno più avanti). Insomma, sarà anche una sola settimana, ma deve essere una settimana intensa.

Una settimana? La maggior parte di noi ha studiato a scuola una lingua straniera, per anni e anni, e magari fatica a sostenere una conversazione in quella lingua. La metodologia normalmente impiegata nella scuola per l’insegnamento delle lingue straniere è ricalcata su quella per le lingue classiche, come il latino: tanta grammatica, tanti testi scritti. Si tende a trascurare la lingua parlata, e l’uso della lingua per comunicare. È un approccio profondamente innaturale, soprattutto se paragonato al modo in cui ogni bambino impara la sua lingua madre. Infatti in linguistica è convinzione diffusa che l’apprendimento di una seconda lingua (L2) sia più efficace se assomiglia in qualche modo all’acquisizione della lingua madre (o prima lingua, L1). Cominciamo a vedere alcune caratteristiche dell’acquisizione della L1 nella prima infanzia:

• Il bambino impara la lingua per immersione. Si trova immerso in un ambiente in cui tutti parlano quella lingua, continuamente. Significa che ha a disposizione un’esagerata abbondanza di informazioni (input) da elaborare, di materiale linguistico da apprendere. Inoltre, quando il bambino comincia a parlare, ha continuamente la possibilità di interagire con parlanti nativi, cioè adulti che conoscono bene quella lingua perché è la loro lingua madre. Il bambino può quindi esercitarsi a parlare, e gli adulti lo ascoltano, lo correggono o aggiungono parole alle sue frasi, fornendo modelli corretti e più complessi da imitare (ad esempio un bambino potrebbe dire “pappa!” e un adulto potrebbe rispondergli “vuoi mangiare la pappa?”).

• ha una motivazione pazzesca. La lingua è per il bambino lo strumento per integrarsi nel suo gruppo sociale. Parlare gli serve per assolvere necessità primarie, e riceve continui feedback positivi: la prima volta che dice “mamma” riceve in risposta colossali manifestazioni di giubilo: è per questo che lo ripete fino alla nausea. E quando impara a dire “pappa”, c’è il caso che ottenga effettivamente del cibo. Capite che la lingua gli si rivela molto utile: per ricevere attenzioni, nutrimento, per giocare, eccetera. In più, si diverte e usa la lingua per compiti relativamente semplici da un punto di vista cognitivo (nessuno gli chiede di parlare di fisica quantistica o di leggere Proust. Okay, quasi nessuno).

usa la lingua. Non studia la forma della lingua, nessuno gli elenca gli usi corretti del congiuntivo o del present perfect. Usa la lingua come uno strumento per comunicare.

• impara la lingua orale. La lingua scritta la imparerà più avanti, con la scuola e i libri. La lingua orale viene prima. Del resto, nella storia dell’umanità, la scrittura è nata millenni dopo la lingua orale. Noi tendiamo a dimenticarlo, ma la lingua è prima di tutto orale, e la scrittura è una tecnologia accessoria. Una persona può essere analfabeta, ma non significa che non conosca la propria lingua (e magari altre lingue). Tuttora nel mondo numerose lingue esistono senza avere una codificazione scritta.

non ha ansia o stress. È quello che Stephen Krashen chiama “filtro affettivo”: uno stato emotivo negativo ostacola o impedisce l’acquisizione della lingua. Il bambino ha il “filtro affettivo abbassato”: nessuno gli fa pressione, nessuno lo sfotte se dice qualcosa di strano, quindi non ha paura di sbagliare, non ha “ansia da prestazione” e non ha inibizioni. Si butta.

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Di conseguenza, ecco qualche consiglio utile per migliorare o imparare una seconda lingua.

Immergetevi più che potete. L’obiettivo è aumentare il più possibile l’esposizione all’input in L2, cioè avere occasioni di ascoltare o leggere materiali nella lingua straniera, il più spesso e più a lungo possibile. Se vi trovate in un paese straniero, sfruttate ogni occasione per parlare ed esercitarvi con la lingua. Altrimenti, sfruttate internet. Se volete imparare il dialetto di una piccola tribù dell’Amazzonia potreste avere qualche difficoltà a trovare abbondanti materiali su internet, ma per qualsiasi lingua “importante” le occasioni non mancano. Potete leggere quotidiani e riviste online, blog, seguire gente su Twitter, iscrivervi a gruppi Facebook che parlano di argomenti che vi interessano. Soprattutto, a differenza dei libri, le nuove tecnologie mettono a disposizione l’audio: video su YouTube, film, serie tv, canzoni, podcast, radio da ascoltare online, eccetera.

• Concentratevi sull’uso. Certo, se studiate per diventare traduttori o interpreti, dovrete conoscere la forma della lingua alla perfezione, ma altrimenti lasciate da parte le regole grammaticali. La perfetta conoscenza della grammatica non è indispensabile per riuscire a comunicare, né per capire un testo. Cercate argomenti che vi interessano, in modo che la lingua sia un mezzo, uno strumento per veicolare dei contenuti. Ad esempio potreste seguire blog o riviste online che trattano di qualcosa che vi appassiona, su YouTube potreste trovare interviste a personaggi interessanti, o video tutorial per imparare a fare cose, eccetera.

• Concentratevi sulla lingua orale. La scrittura e la lettura possono aiutare molto, ma dovrebbero rimanere in secondo piano. E qualche volta un’eccessiva attenzione alla scrittura è dannosa e fuorviante (a me è successo, parlando di cucina, di dire “floor” invece di “flour”: sapevo esattamente come si scriveva ma non avevo idea di come si pronunciasse). Cercate di ascoltare il più possibile: imparerete anche quelle cose che a scuola tradizionalmente non insegnano, come la prosodia (cioè l’intonazione, il ritmo, la cadenza, quell’insieme di tratti che compone “l’accento”). Anche le canzoni in lingua straniera sono un ottimo punto di riferimento (e in ogni posto al mondo c’è qualcuno che fa musica e mette le proprie canzoni su YouTube, SoundCloud, Spotify o simili).

Lasciate perdere l’ansia. Se fate tonnellate di errori quando parlate in lingua straniera, non è la fine del mondo. Siete stranieri, state imparando, è normale. Non fate i perfezionisti, siate tolleranti con voi stessi. Per la pronuncia: l’obiettivo, di solito, non è spacciarsi per un madrelingua, ma semplicemente riuscire a farsi capire. Imparate bene a dire “scusa”: se doveste accidentalmente dire qualcosa di inappropriato vi verrà molto utile. Buttatevi.

Non è necessario capire tutto. Non dovete per forza capire ogni singola parola: concentratevi sulle parole chiave, e sul senso generale. Chiedete spiegazioni (a una persona o al dizionario) soltanto riguardo le parole che sembrano più rilevanti. Per parlare, vi serve conoscere meno parole di quante probabilmente pensate: se non conoscete il termine esatto, trovate una perifrasi, un giro di parole, per esprimere lo stesso concetto.

•Tenere alta la motivazione non è facile. Cercate di lavorare sulla “motivazione causativa”: le ragioni per cui volete imparare quella lingua e gli obiettivi che vi siete posti. Man mano che l’apprendimento procede, c’è poi la “motivazione risultativa”, cioè quella che deriva dai successi ottenuti, come la soddisfazione di aver capito un film o sostenuto una conversazione.

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Se poi, per concludere, volete uno sconsiglio: lasciate perdere quei siti e app che vi promettono di imparare una lingua straniera “nel modo migliore” o simili. Le lezioni e gli esercizi sono in effetti semplici, intuitivi, e sfruttano la tecnologia in modo da essere pratici, multimediali e abbastanza divertenti (sono molto più simili a giochi che a esperienze scolastiche: si potrebbe parlare di “edutainment”) – ma l’apprendimento linguistico è tutt’altro che efficace (nonostante “uno studio che lo dimostra”), perché la lingua è presentata in modo frammentario, a pezzettini isolati e slegati da un contesto. Inoltre si insiste costantemente sulla traduzione da e verso la lingua madre dello studente (cosa che impedisce di imparare a “pensare” nella lingua straniera). In termini glottodidattici, si tratta di un approccio di tipo comportamentista basato sul meccanismo “stimolo —> risposta —> rinforzo”, in cui cioè lo studente viene sottoposto a un esercizio (stimolo), e a seconda di come lo svolge (risposta), gli viene fornito un feedback positivo (musichetta allegra, faccine sorridenti, punti guadagnati, avanzamento di livello, ecc.) oppure un feedback negativo con eventuale correzione della risposta sbagliata. È un metodo che andava di moda negli anni Quaranta e che forse può funzionare per l’addestramento dei cani, ma non per l’apprendimento linguistico degli esseri umani, che è parecchio più complesso.

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18 pensieri riguardo “#84 imparare una seconda lingua

  1. apprezzo molto. non per fare pubblicità, ma in linea con quanto scrivi, per chi ha la necessità di immergersi nell’ascolto di una lingua in tempi stretti ho trovato mooooolto efficace il metodo pimsleur (se preferisci evitare il nome, però, sostituisci pure con ***). poi, ça va sans dire, non c’è come l’immersione vis-a-vis in terra straniera

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  2. Le app e i siti di apprendimento facile mi han sempre stancato dopo poco. Troppo meccanici, ecco, ora che l’hai spiegato mi giunge chiaro, funzionano per addestramento pavloniano

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  3. Bentrovata 🙂
    Sull’argomento posso dirti che, pur avendo studiato da traduttore, ho avuto alla triennale un prof di olandese molto poco fissato con la grammatica, ma attentissimo a suoni, accenti e pronuncia. Certo, se sbagliavo le inversioni mi cazziava, ma al tempo stesso insisteva molto sulla conoscenza attiva della lingua (produzione orale e scritta), più che su quella passiva (comprensione orale e scritta). E non so se questo sia un approccio tipico suo o, allargando il discorso, dei docenti del Nord Europa in generale; fatto sta che oggi, lavorandoci ogni giorno, sento il mio olandese migliorare non tanto quando leggo l’intervista al Celebre Scrittore o all’Onorevole Politico, ma quando spiego – o meglio cerco di spiegare – alla stagista tonta come funziona una data procedura sul computer.
    Tutto ciò per dire che sono al 100% d’accordo con il tuo post 🙂

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  4. bravissima wellen! hai espresso benissimo il concetto..
    io ho la doppia l1, italiano e inglese e parlo perfettamente francese.
    Per assurdo nonostante, le mie origini ispaniche e io abbia sempre sentito sempre parlare spagnolo, causa filtro affettivo alterato dal contento, riesco solo a cantarlo o a parlarlo con estrema verguenza, nonostante lo legga e capisca senza esitazioni.
    tu che lingue parli?

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    1. Ed ecco svelati i complessi retroscena linguistici della tua prosa particolarissima e stupenda!
      io parlo (in ordine decrescente) italiano, inglese (grazie ad abbondantissima esposizione a serie tv e musiche anglofone), francese, e saltuariamente mi butto in tentativi autodidattici vari. Ora sto affrontando proprio lo spagnolo a causa di un futuro imparentamento con una ispanofona con cui mi piacerebbe essere in grado di chiacchierare, ma sono ancora a un livello prebasico. Dammi qualche mese e poi potremo cantare insieme con tutta la verguenza di questo mondo 🙂

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    1. Le lingue senza scrittura sono tantissime: il numero preciso è impossibile da stabilire (tipo: http://www.ethnologue.com/enterprise-faq/how-many-languages-world-are-unwritten). Già è praticamente impossibile “contare” tutte le lingue parlate nel mondo (la stima più autorevole è circa 7 mila). Per restare in Italia, pensa a tutti i “dialetti” (che dal punto di vista linguistico possono essere considerati “lingue”): molti dialetti possono essere scritti usando l’alfabeto italiano ma non hanno una propria forma scritta, e non hanno una loro tradizione scritta. Ci sono situazioni analoghe in tutto il mondo, in Africa, in Asia, in America,… dove numerosissime lingue indigene vengono parlate nella vita quotidiana ma non hanno una letteratura scritta, non vengono insegnate a scuola e/o non sono riconosciute come lingue ufficiali dallo Stato. Il discorso è ENORME ma poco conosciuto, anche perché tendiamo, anche per quanto riguarda le lingue, a ignorare tutto quello che succede fuori dal mondo occidentale, dove la scrittura ha un ruolo centrale e sono pochissime le lingue che predominano.

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  5. Pingback: La lingua scovata

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