citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione

Il mio sempre amatissimo Vladimir Nabokov, noto pressoché esclusivamente per Lolita, ha prodotto in realtà una discreta valanga di romanzi misconosciuti e bellissimi, che sto scoprendo piano piano. Questo Invito a una decapitazione (Invitation to a Beheading), letto nelle vacanze d’agosto, mi ha ricordato da vicino Un mondo sinistro (Bend Sinister): entrambi mirabolanti, surreali, con una vena di tormentata malinconia; entrambi, a modo loro, libri di denuncia contro tutti i totalitarismi; entrambi (come del resto qualsiasi cosa di Nabokov) scritti divinamente.

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Ambientato in una città il cui nome, mi pare, non viene mai detto, il romanzo narra di Cincinnatus C., condannato a morte perché “opaco” da quello che appare come un assurdo regime dittatoriale. Il protagonista sarà giustiziato in un momento indeterminato, tenutogli nascosto fino all’ultimo. La narrazione segue il punto di vista di Cincinnatus, ne registra le angosce, i sogni di evasione e le tormentate visioni, le spassosissime interazioni con i bizzarri personaggi che lo attorniano e lo disorientano senza sosta. Cincinnatus, in cella, scrive i propri pensieri, ed è uno di questi brani che mi è particolarmente piaciuto e che vi riporto qua sotto:

«Ma allora, forse,» (Cincinnatus prese a scrivere rapidamente su un foglio a righe) «la mia interpretazione è sbagliata […] D’altra parte, se io sapessi quanto tempo è rimasto, potrei fare… un breve lavoro… annotare pensieri suffragati da prove… Un giorno qualcuno potrebbe leggerli e all’improvviso proverebbe la sensazione di essersi svegliato per la prima volta in un paese sconosciuto. Voglio dire che all’improvviso lo farei scoppiare in lacrime di gioia, da fargli struggere gli occhi, e, dopo questa esperienza, il mondo gli sembrerebbe più pulito, più fresco. Ma come posso cominciare a scrivere quando non so se mi basterà il tempo, e la tortura inizia quando dici a te stesso: “Ieri ci sarebbe stato tempo sufficiente” e di nuovo pensi: “Se solo avessi cominciato ieri…”. […] Una volta, quando ero bambino, durante una gita scolastica in una località lontana, allorché rimasi separato dagli altri – e tuttavia potrei averlo sognato –, mi ritrovai, sotto il sole opprimente di mezzogiorno, in una sonnacchiosa cittadina, così sonnacchiosa che quando un uomo, che si era appisolato su una panchina a ridosso di un lucente muro imbiancato a calce, finalmente si alzò per aiutarmi a trovare la strada, la sua ombra azzurrina proiettata sul muro non lo seguì subito… Oh lo so, lo so, deve essere stato uno sbaglio da parte mia, e l’ombra non aveva affatto indugiato, ma semplicemente, diciamo così, era stata catturata dalla scabrosità del muro… ma ecco quello che voglio spiegare: tra il suo movimento e il movimento dell’ombra indolente – un secondo, una sincope – si trova quel singolare tipo di tempo in cui io vivo, la pausa, lo iato, quando il cuore è come una piuma… E vorrei anche scrivere del tremito incessante, e di come parte dei miei pensieri si affolli sempre intorno all’invisibile cordone ombelicale che unisce questo mondo a qualcosa – di che si tratta, ancora non lo dirò… Ma come posso scrivere di tali cose quando temo di non avere il tempo di finire, quando temo di risvegliare inutilmente questi pensieri… […]»

Ma approfondiamo un paio di scelte lessicali dell’autore:

Una sìncope (syncope nell’originale inglese) è, in medicina, una “sospensione, per lo più transitoria, della coscienza, provocata da improvvisa carenza a livello cerebrale di ossigeno e di glicosio”. La stessa parola, in linguistica, si riferisce alla “caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola” (dal vocabolario Treccani. C’è un terzo significato in musica, ma lo ometto perché a) non l’ho capito, e b) perché Nabokov si interessava di mille cose ma non di musica).

Uno iato (hiatus), invece, è in fonetica l’accostamento di due vocali che si dividono su due sillabe e vengono pronunciate in modo separato. La pronuncia tradizionale di iato (i-à-to, tre sillabe) contiene, appunto, uno iato. Tuttavia, la pronuncia attualmente più diffusa è jà-to (due sillabe), dove la j rappresenta la semivocale di, ad esempio, ieri o fiore, e forma un dittongo, cioè una combinazione di vocali pronunciate come un singolo suono – insomma, il contrario di uno iato.
In senso figurato, uno iato è un’interruzione, un’apertura, una frattura.

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Vladimir Nabokov con la moglie Vera.

 

Da dove viene il nome Cincinnatus? Non lo so, ma forse da Lucio Quinzio Cincinnato (Lucius Quinctius Cincinnatus in latino, 520 a.C. circa – 430 a.C.).
Descritto come infaticabile agricoltore e arguto politico, è soprattutto ricordato per essere stato eletto dittatore nel 458 a.C. (la Repubblica romana eleggeva un dittatore con pieni poteri nei momenti di grave crisi; in questo caso, per affrontare la minaccia dell’invasione degli Equi, o Aequi in latino). Cincinnato sconfigge i nemici a mani basse e dopo soli quindici giorni si dimette da dittatore e torna a coltivare la terra. «La “rapida” restituzione della sua autorità assoluta con la conclusione della crisi viene citata spesso come esempio di buona direzione, di servizio al buon pubblico e di virtù e di modestia.» (Wikipedia).
Nabokov ha scritto la prima versione di questo romanzo «a Berlino, all’incirca quindici anni dopo essere fuggito dal regime bolscevico e appena prima che il regime nazista toccasse il suo massimo indice di gradimento» (dalla prefazione dell’autore). Il suo disprezzo per entrambi i regimi ha ispirato, probabilmente, il ridicolo governo che condanna a morte il protagonista Cincinnatus, il cui nome richiama, all’opposto, un esempio di dittatura “giusta” (questa è una mia ipotesi – non ho trovato conferme).

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Alcuni senatori vanno a casa di Cincinnatus, in campagna, dove lui sta arando i campi, per offrirgli la dittatura. L’episodio è narrato da vari storici romani e ha ispirato parecchi quadri, come questo di Alexandre Cabanel (1844).

Ancora due curiosità su Invito a una decapitazione:
• Ovviamente, come in tutti i romanzi russi che si rispettino, c’è un samovar (ne avevo parlato qui).
• La storia della stesura del romanzo è quantomeno tortuosa: non sto a ripeterla, ma potete trovarla, oltre che nella prefazione del libro, qui sul blog NonSoloProust, in un’interessante recensione (che tra l’altro descrive bene e con onestà la bellezza e la difficoltà di questo libro “faticoso”, che “richiede a mio avviso una grande disponibilità e cooperazione da parte di chi legge” – e mi trovo molto d’accordo).

In arrivo un post su Nabokov, un uomo dalle infinite sorprese.

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16 pensieri riguardo “citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione

    1. un codice morse, in pratica XD (gaber, mi stai dicendo che oltre a essere uomo di scienza e filosofia, appassionato lettore, moralmente integro ed intellettualmente onesto come ne trovi uno ogni non si sa quanto, abile (credo) mago e giocoliere… suoni anche?!? che uomo, che uomo. uno di quelli da conviverci, come non ce ne sono più 😛 )

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        1. A volte mi dimentico di rispondere ai commenti ma tendenzialmente cerco di farlo perché è brutto sentirsi ignorati quando ci si è presi il tempo di lasciare un’opinione, un consiglio, due parole in risposta a un articolo… 🙂

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