#109 ipotesi Sapir-Whorf (un’introduzione)

L’ipotesi Sapir-Whorf dice che la lingua che parliamo ha un profondo impatto sulla nostra visione del mondo. Una data lingua, con il suo vocabolario e con le sue strutture grammaticali, influenza il sistema cognitivo e il modo di vedere il mondo dei suoi parlanti: ne consegue che i parlanti di lingue diverse avranno diverse concezioni della realtà.
Una lingua non è solo uno strumento per esprimere idee, ma è essa stessa che dà forma alle idee e all’attività mentale dell’individuo. Senza una lingua, non solo non potremmo parlare della realtà: non potremmo neanche pensarla, perché la lingua organizza la materia amorfa del pensiero. L’esperienza umana sarebbe come una nube, confusa e indistinta, composta da un’infinità di percezioni, sensazioni e informazioni, che di per sé non hanno senso né identità precise. È il linguaggio a dare una struttura alla mente pensante e al suo modo di percepire e interpretare la realtà: suddivide il mondo percettivo in schemi e categorie logiche, lo organizza, stabilisce relazioni e legami. Il sistema di coniugazioni verbali, ad esempio, dà forma alle azioni e al loro svolgersi nel tempo.

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L’ipotesi Sapir-Whorf è una forma di relativismo linguistico, in quanto la realtà, l’esperienza umana, la conoscenza, non sono considerate valori universali, oggettivi e assoluti, bensì relativi e variabili da cultura a cultura. La lingua non è un insieme di etichette che si applica a concetti universalmente condivisi, poiché tali concetti non esistono indipendentemente da una lingua che dia loro una definizione. Il fatto che tante parole non siano perfettamente traducibili da una lingua all’altra, che non abbiano cioè equivalenti esatti, ne sarebbe una prova. Il “mondo reale” non esiste uguale per tutti, poiché è inconsciamente costruito dalla lingua di un gruppo sociale. Ogni lingua rappresenta e crea un “mondo reale” diverso da quello di ogni altra lingua.
Mentre la versione “debole” del relativismo linguistico si limita a sottolineare il profondo legame e l’interazione costante tra lingua e pensiero, la versione “forte”, attribuita a Whorf, sostiene che la lingua crei (o determini) il pensiero, unilateralmente, e per questo è chiamata anche determinismo linguistico.

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Ci sono fumetti sull’ipotesi Sapir-Whorf, sì.

Se siete come me, ora sarete colti da un entusiasmo irrefrenabile e penserete cose del tipo “Mi immagino la luna come una donna e il sole come un uomo, ma se fossi tedesco sarebbe il contrario perché la luna (der Mond) è maschile e il sole (die Sonne) femminile” (ne avevo parlato qui) oppure “Per me la neve è tutta uguale, ma gli eschimesi hanno decine di parole per descriverla e vedono ogni tipo di neve come un oggetto diverso” (e non è vero, lo accennavo qui), e altre amenità.
Ma, prima di smontare del tutto il suddetto entusiasmo, facciamo qualche passo indietro.

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Edward Sapir

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Edward Sapir (1884-1939) nasce nell’Impero germanico, in quella che oggi è la città polacca di Lębork, da una famiglia di ebrei lituani in cui si parla Yiddish come prima lingua. Durante la sua infanzia, la famiglia si trasferisce prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, e si stabilisce infine a New York. Al college studia filologia germanica e antropologia. Partecipa a un seminario dell’antropologo Franz Boas (1858-1942), che lo introduce alle lingue dei nativi americani e inuit.

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Due parole su questo Franz Boas: di origine tedesca, è considerato il padre dell’antropologia americana. È tra i primi ferventi oppositori del razzismo scientifico, che giustificherebbe l’inferiorità di certe “razze” umane su basi biologiche. Rifiuta inoltre l’idea che determinate culture siano “primitive” o “meno evolute” rispetto ad altre, poiché non esiste un percorso evolutivo, simile per ogni popolo, lungo il quale si possano collocare culture più o meno elevate, o giuste, o migliori. Boas introduce il concetto di relativismo culturale, secondo il quale le altre culture non vanno studiate in base ai nostri criteri, e ogni persona (con le sue idee, valori, credenze, comportamenti) va giudicata relativamente al contesto culturale a cui appartiene e non in modo assoluto. L’antropologia, per Boas, è lo studio combinato di quattro campi: le caratteristiche fisiche e biologiche, gli aspetti culturali e le usanze, le testimonianze archeologiche, e la lingua. Sostiene che sia impossibile comprendere una cultura senza conoscerne direttamente la lingua. Con questa impostazione, contribuisce a incoraggiare gli studi e le documentazioni delle lingue native americane.

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Sapir, col cappello.

Torniamo al nostro Sapir, che fa ricerche sul campo e studia le lingue Chinook, Takelma, Shasta Costa, Yana, Ute, ecc. Lavora inoltre sulle relazioni storiche tra le lingue indigene americane e alla loro classificazione in famiglie. Pubblica un’introduzione alla linguistica dal titolo Language nel 1921, continua a occuparsi di antropologia, si interessa di psicologia, scrive poesie.
Ha problemi di cuore, e muore nel 1939 a soli 55 anni.

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Benjamin Lee Whorf, di cui non ho trovato una foto ad alta risoluzione.

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Benjamin Lee Whorf (1897-1941) è un ingegnere chimico. Uomo spirituale e interessato alla teologia, si dedica nel tempo libero all’analisi di testi biblici e impara l’ebraico. Nasce probabilmente qui la sua passione per la linguistica. Comincia a studiare numerose lingue native americane (Nahuatl, Piman, Tepecano, ecc.). Linguista autodidatta, svolge ricerche, scrive articoli, e si fa un nome nell’ambiente. Mantiene il suo lavoro presso una compagnia assicurativa (Hartford Fire Insurance Company), per la quale gira l’America ispezionando impianti produttivi in merito alla prevenzione incendi, e si iscrive all’università di Yale, dove segue il corso di linguistica nativa americana di Edward Sapir (e dove, tra l’altro, non arriverà mai a conseguire la laurea in linguistica).
Ma la sua salute non è solida quanto il suo amore per le lingue, e il nostro linguista dilettante muore di cancro a soli 44 anni.

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Una (presunta) citazione di Whorf con una foto di Sapir. Benissimo. (fonte)

Potremmo ridicolizzare quest’uomo per non essere un vero linguista («Torna alle tue stupide assicurazioni, Benny!») ma non lo faremo. Anzi, ne elogeremo senza riserve la passione e l’eclettismo intellettuale, la mente creativa, l’ardita sfacciataggine. Bisogna dire, tuttavia, che l’accuratezza non era il suo forte. Va anche ricordato che la maggior parte dei suoi scritti furono pubblicati, diffusi e discussi soltanto dopo la sua morte: negli anni, gli amici G. L. Trager, Harry Hoijer, e John Bissell Carroll pubblicarono raccolte e antologie di suoi articoli e scritti inediti e, tra l’altro, fu Hoijer a coniare l’espressione “Sapir-Whorf hypothesis” a una conferenza nel 1954. Le sue idee presero vita propria, e Whorf non poteva più rispondere alle critiche o alle richieste di chiarimenti. Molti suoi passaggi sono ambigui e hanno dato luogo a differenti interpretazioni. Tenendolo a mente, proveremo ad analizzare alcune questioni salienti – nei prossimi post.

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Un meme di Linguist Llama esprime senza mezzi termini la sua opinione sull’ipotesi Sapir-Whorf. Qua su Wellentheorie saremo più fini e più articolati, giuro.
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17 pensieri riguardo “#109 ipotesi Sapir-Whorf (un’introduzione)

    1. Ci sono mille studi sul rapporto tra parole e percezione dei colori, e altrettanti sulla concettualizzazione del tempo e dello spazio… Me ne sto leggendo un po’ con l’idea di scriverci qualche post il più accurato possibile, perché la questione è piuttosto ampia e complessa 🙂 Grazie per il commento!

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    1. È nella mia lista dei “da leggere” da una vita, ma no, mai letto!! Parla anche di queste cose qua?
      Comunque… anch’io ero di questa scuola di pensiero, molto affascinata da queste idee, ma poi ho fatto ricerche e mi si è aperto un mondo, e quindi… mi sono convertita all’Anti-Sapir-Whorfismo 😀 Ora sto ri-approfondendo la questione (per “colpa” tua, principalmente! 😉 ) e vedremo cosa ne salta fuori!

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    2. appartengo alla medesima scuola.
      mi sembra di capire comunque che si siano trovati un po’ per caso ad essere insigniti del ruolo di “padri” della teoria, i due uomini in questione, o sbaglio? cioè, hoijer ha preso loro perché voleva essere un po’ paraculo e citando altri faceva più bella figura, in pratica, no? XD
      p.s. l’unico “la vita istruzioni per l’uso” che mi viene in mente è quello di bergonzoni, che vi consiglio fortemetne di ascoltare https://www.youtube.com/embed/sHQJvPpVXJQ uomo che sulla prevalenza del linguaggio, per altro, ha costruiuto un’essenza artistica

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        1. Finché metti l’apostrofo a «un po’» va tutto bene 😀
          Da quello che ho capito finora l’idea è di Whorf, che l’ha sostenuta nei suoi scritti, alcuni pubblicati quando era in vita. Poi, siccome Whorf non era un “vero linguista” e il suo pensiero era stato profondamente influenzato dal suo insegnante Sapir, il nome comune dell’ipotesi li riunisce entrambi. Poi Hoijer e gli altri hanno raccolto l’opera di Whorf, in parte già pubblicata e in parte inedita, e l’hanno in un certo senso “pubblicizzata”. La versione dell’ipotesi come viene presentata sui manuali e come è comunemente conosciuta… bisognerebbe capire quanto è fedele al pensiero di Whorf / quanto sia riduttiva / quanto sia distorta e eventualmente per colpa di chi (Hoijer è tra i sospettati). E poi resta da capire quanto è vera, cioè, in base agli studi e agli esperimenti fatti, che “prove” ci sono.
          Mi fermo qui e mi guardo Bergonzoni! Una volta sono stata a un suo spettacolo a teatro, non facevo in tempo a ridere per una battuta che ne aveva già dette altre due o tre 😀 😀

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          1. sul discorso studi volevo dare anch’io un occhio su pibmed quando ho tempo, ma sono abbastanza convinto che di studi ne esistano parecchi (anche perché il gruppo di palo alto di wazlawick – non mi ricordo lo spelling, scusa – aveva ripreso e approfondito la teoria e su quello c’è fior di letteratura).
            su bergonzoni sfondi una porta aperta. lo seguo da quei primi momenti in cui ti toglieva il respiro dal ridere all’evoluzione odierna in cui affronta con una profondità unica – pur enza rinunciare al sorriso – l’intreccio tra vita, morte, cultura, identità. non rimpiangerai qualche giro su youtube, ci sono praticamente tutti gli spettacoli

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    3. Caro Gaberricci! Mio antagonista linguistico! (in senso positivo!)
      Questa cosa dell’ipotesi Sapir-Whorf mi sta un po’ sfuggendo di mano: avevo in mente di farne UN articolo, ma c’è troppa roba da dire, e ne verrà fuori una serie. Te lo dico per chiarezza perché magari ti aspettavi che la tua scuola di pensiero venisse massacrata senza pietà nel mio prossimo post, e invece partirò da lontano, e sarà una lunga e lenta agonia (ok scusa, ma mi hai lanciato una sfida intellettuale che mi sta entusiasmando moltissimo). 🙂 🙂 🙂
      Con affetto

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