L’esistenza del passato e la creazione del giovedì

Stavo facendo ricerca sui viaggi nel tempo, e specialmente sui viaggi nel passato, quando mi sono imbattuta in questo super dubbio:

Il passato… è davvero esistito?

piramidi antico egitto
Costruzioni di un’antica civiltà, oppure…? (foto di Les Anderson da Unsplash)

Il passato non è qualcosa che esiste come esistono gli oggetti o le persone: il passato esiste nei nostri ricordi e nelle tracce che ha lasciato, come antiche costruzioni, resti fossili, vecchi libri e fotografie, eccetera. Ma se tutto questo avesse cominciato a esistere, per dire, giovedì scorso? Letteralmente tutto, comprese le nostre memorie: potrebbe essere comparso giovedì scorso.
È la teoria del Last Thursdayism (qualcosa come “ultimo giovedismo” in italiano). E non è confutabile: non puoi davvero dimostrare che sia falsa. Hai un libro pubblicato nel 1972? Hai una tua foto di dieci anni fa? Uno yogurt in frigo scaduto da due settimane? Tutto quanto, così com’è, potrebbe essere stato generato giovedì scorso.
E per quanto riguarda la memoria: un ricordo del passato, in effetti, è qualcosa che accade ora, nel presente, non nel passato a cui si riferisce, e l’esistenza di un ricordo non implica necessariamente che l’evento ricordato sia accaduto (lo dice Bertrand Russell in L’analisi della mente, Lezione IX – La memoria).

Bertrand Russell
Bertrand Russell in un ritratto di Arturo Espinosa (CC BY 2.0)

Il Last Thursdayism è anche una presa per il culo delle convinzioni di certi creazionisti, secondo i quali dio ha creato la terra del tutto funzionante e con elementi complessi che possono apparire vecchi, ovvero frutto di un lungo processo di formazione o evoluzione, come le montagne e gli esseri umani.
Si tratta della omphalos hypothesis, la “teoria dell’ombelico” (omphalos in greco, navel o belly button in inglese): prende il nome dal libro Omphalos, del 1857, del naturalista inglese Philip Henry Gosse, che sostiene, tra le altre cose, che dio ha creato Adamo con l’ombelico perché l’ombelico è una parte essenziale della natura dell’uomo. Tra i creazionisti c’è chi, invece, ritiene che Adamo ed Eva non avessero l’ombelico, perché sono stati creati da adulti e non sono nati da una normale gravidanza. Philip Henry Gosse sostiene anche che i fossili non sono resti di antiche forme di vita, ma sono stati creati da dio insieme a tutto il resto, per dire.
A proposito di ombelico: tutti i mammiferi placentati hanno l’ombelico, anche se in molti animali è difficile da vedere perché coperto dal pelo. La forma dell’ombelico varia da persona a persona ed è determinata dal processo di cicatrizzazione dei tessuti dopo la recisione del cordone ombelicale, dunque non costituisce un carattere genetico (lo dice Wikipedia: non sono convintissima perché ho una grossa percentuale di parentado con l’ombelico identico al mio. Forse ci sono elementi di contesto, determinati geneticamente, che influiscono in parte sulla forma che prende la cicatrice?).

ombelico gattino
L’ombelico di un gattino, ancora non del tutto cicatrizzato (foto presa da qui).

Ma torniamo alla omphalos hypothesis: se dio ha creato cose che, anche appena create, sembravano antiche, di conseguenza non c’è niente che possiamo considerare una prova attendibile dell’età della terra. Dunque non hanno alcun valore le numerose e diverse prove scientifiche che stimano un’età di 4,5 miliardi di anni, e la terra potrebbe avere solo poche migliaia di anni, coerentemente con i testi biblici. Ma allora, chi ci dice che la creazione non risalga a giovedì scorso, o a cinque minuti fa?
Bertrand Russell ne parla nel libro e capitolo sopra citato:

There is no logical impossibility in the hypothesis that the world sprang into being five minutes ago

Curiosità: ho scoperto il Last Thursdayism grazie a un vecchio video di Vsauce pubblicato il 6 febbraio 2015 (o generato giovedì scorso, insieme a tutto il resto, ma con una data antecedente? Chissà!), video in cui tra l’altro accenna alla macchina di Anticitera, di cui avevo parlato qui, conservata al Museo archeologico nazionale di Atene. Poi ho cercato il Last Thursdayism su Google Trends: c’è un enorme picco nelle ricerche, proprio nel febbraio 2015. Vsauce smuove orde di googlatori!

Vsauce e la macchina di Anticitera
Vsauce e la macchina di Anticitera. Screenshot da YouTube.

Ma torniamo al Last Thursdayism.
Tuttavia, se abbiamo tonnellate di tracce di eventi passati, antiche civiltà, ere geologiche, e quant’altro: non sarà più probabile che, in effetti, il passato sia davvero esistito? L’ipotesi che la terra abbia circa 4,5 miliardi di anni e che in questo arco di tempo siano accadute un fracco di cose è più semplice e più lineare da spiegare rispetto all’ipotesi della creazione di giovedì scorso, e dunque la prima è da preferire alla seconda, sulla base del rasoio di Occam. C’è poi la “fiammeggiante spada laser di Newton” (Newton’s flaming laser sword), che è un altro “rasoio” filosofico, nel senso di principio metodologico o regola generale, di buon senso, che aiuta a escludere spiegazioni improbabili. Per chi avesse pensato subito a Star Wars, precisiamo che la mitica arma di Jedi e Sith è generalmente chiamata lightsaber (tipo “sciabola di luce”) ma a volte anche laser sword. Comunque, il principio della fiammeggiante spada laser di Newton può essere riassunto così: se non può essere sottoposto a esperimento, non vale la pena di discuterne. Sir Isaac Newton non lo ha mai detto, così come probabilmente non ha mai impugnato una spada laser: è opera del matematico australiano Mike Alder, che ha chiamato il suo principio in onore di Newton perché si basa sul pensiero newtoniano. Per le questioni che non possono essere (volevo usare il verbo “dirimere” ma… manca del participio passato!), diciamo, risolte con un esperimento, è inutile dibattere se siano vere o false, cercare di dimostrarle o di confutarle, semplicemente non è il caso di parlarne. Questa spada è insomma un’arma più potente del vecchio rasoio di Occam, perché permette di “tagliar via” più cose – tra cui la creazione di giovedì scorso: non possiamo dimostrarla con un vero esperimento scientifico, e allora non c’è niente da dire.

sith isaac Newton Star Wars che la massa per accelerazione sia con te
L’augurio di Newton (da Nonciclopedia, CC-BY-SA 3.0)

Immagine in evidenza: foto di Anete Lūsiņa da Unsplash, modificata da Wellentheorie.


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#100 battlestar galactica (terza parte)

Dopo due lunghi post su Battlestar Galactica (questo e questo) mi sono accorta che, a distanza di quasi un anno, ho ancora un paio di cose da dire in proposito.

Katee Sackhoff, l’attrice che interpreta Kara “Starbuck” Thrace nella serie nuova di Battlestar Galactica (2004-2009), è apparsa in due episodi di Big Bang Theory, interpretando se stessa. Katee Sackhoff compare infatti nelle fantasie masturbatorie di Howard Wolowitz.

Katee-Sackhoff-Big-Bang

La prima apparizione è nell’episodio La formula della vendetta / The Vengeance Formulation (S03 E09), del 2009: Howard si immagina Katee in una situazione romantica (vasca da bagno, luce soffusa, bicchieri di vino), e si scambiano il seguente dialogo, spassosissimo e contenente i soliti riferimenti nerd (Cylon e coloni sono le due fazioni contrapposte in Battlestar Galactica, e la principessa Leia, Leila nella versione italiana, è ovviamente quella di Star Wars – lo dico per i non-nerd là fuori).

Howard: So nice you could join me this evening. You’re looking lovely as always.
Katee Sackhoff: Thanks, Howard. Always nice to be part of your masturbatory fantasies.
Howard: Come on, Katee, don’t make it sound so cheap.
Katee: I’m sorry, fiddling with yourself in the bathtub is a real class act.
Howard: Thank you. So, shall we get started?
Katee: Sure. But can I ask you a question first?
Howard: You want to play Cylon and colonist?
Katee: No. I want to know why you’re playing make-believe with me when you could be out with a real woman tonight.
Howard: You mean, Bernadette?
Katee: No, I mean Princess Leia. Of course I mean Bernadette. She’s a wonderful girl and she really likes you.
Howard: I know, but she’s not you.
Katee: I’m not me. The real me is in Beverly Hills going out with a tall, handsome, rich guy […].

La seconda apparizione è nell’episodio La deviazione del troll virtuale / The Hot Troll Deviation (S04 E04), del 2010: Howard predispone la giusta atmosfera nella sua stanza e dà inizio alla tipica fantasia, ma questa volta Katee indossa l’uniforme da pilota di Viper di Battlestar Galactica. La fantasia degenera presto e si aggiungono prima Bernadette e poi George Takei.

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George Takei, Katee Sackhoff, Howard e Bernadette.

George Takei (nato nel 1937) è un attore famoso per il ruolo di Hikaru Sulu, timoniere dell’Enterprise nella serie classica di Star Trek e nei primi sei film (Sulu è interpretato da John Cho nei due film diretti da J.J. Abrams, Star Trek del 2009 e Star Trek Into Darkness del 2013).

Hikaru Sulu
Hikaru Sulu

George Takei è dichiaratamente gay (nel 2008, dopo una relazione di oltre ventun’anni, ha sposato il compagno Brad Altman con rito buddhista) e si impegna come attivista per i diritti gay.

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George Takei

Quando George Takei compare nella fantasia di Howard Wolowitz, Katee chiede a quest’ultimo se ha tendenze omosessuali latenti. A quel punto George e Katee si mettono a discutere tra loro sulla difficoltà di recitare in generi diversi dalla fantascienza, essendo entrambi diventati due icone nei loro ruoli più celebri. Più avanti, al primo appuntamento con Bernadette, Katee e George fungono da “amici immaginari” che “aiutano” Howard.

La quarta stagione di Battlestar Galactica è stata prodotta e poi trasmessa divisa in due parti, separate da sette mesi di pausa, a causa dello sciopero degli sceneggiatori (WGA strike) del 2007-2008.
Lo sciopero è durato per 100 giorni, dal novembre 2007 al febbraio 2008, e ha avuto effetti significativi sul mondo televisivo americano: molte serie non hanno potuto completare la stagione come era stata prevista, ad esempio la prima stagione di Big Bang Theory ha solo 17 episodi (8 erano stati prodotti prima dello sciopero, e 9 sono stati recuperati dopo) mentre tutte le altre sue stagioni ne hanno 23 o 24. Della prima stagione di Breaking Bad sono stati prodotti solo 7 dei 9 episodi previsti, e qualcosa di simile è successo per Grey’s Anatomy (stagione 4), tutti i CSI, e un sacco di altre serie.

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Una scena di Sometimes a Great Notion, tanto per farvi capire il mood dell’episodio.

Senza la certezza che Battlestar Galactica sarebbe continuata, l’episodio Sometimes a Great Notion è stato pensato come un potenziale finale. Concluso lo sciopero, il canale Sci-Fi ha deciso di produrre altri dieci episodi fino al finale inizialmente programmato.
Sometimes a Great Notion (l’episodio 11 o 13 della quarta stagione: dipende se si considera Razor come doppio episodio di inizio stagione oppure come film separato dalla serie) è un episodio molto triste. Per mettere il cast nell’umore giusto, pare che Edward James Olmos dicesse a tutti che la serie sarebbe sicuramente stata cancellata e che quella era la fine.
Il titolo è un riferimento al secondo romanzo, pubblicato nel 1964, di Ken Kesey (1935-2001), scrittore statunitense noto soprattutto per Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest, 1962).
Sometimes a Great Notion credo che non sia stato tradotto in italiano, ma è arrivato anche in Italia il suo adattamento cinematografico, Sfida senza paura (Sometimes a Great Notion, 1971), con Paul Newman e Henry Fonda.

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Ken Kesey

Il titolo del romanzo, a sua volta, viene da Goodnight, Irene, canzone popolare americana, registrata per la prima volta da Lead Belly. Il testo parla di un amore tormentato, della tristezza e delle fantasie suicide dell’autore: Sometimes I live in the country / Sometimes I live in town / Sometimes I have a great notion / To jump into the river and drown. (“Notion” in inglese può significare, come “nozione” in italiano, conoscenza, cognizione o credenza su qualcosa, ma anche impulso e desiderio).

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Lead Belly

Avevo parlato qui, a proposito di Helo in Battlestar Galactica, dell’archetipo del “red-shirt character”. Mi autocito: «uno di quei personaggi che muoiono subito dopo la loro prima apparizione, e vengono introdotti con lo scopo di aggiungere dramma e mostrare quanto una determinata situazione sia pericolosa, senza però uccidere altri personaggi che hanno ruoli più importanti (gli spettatori devono capire che i protagonisti stanno rischiando la vita). La definizione “red-shirt character” deriva dalla serie classica di Star Trek (1966–69), in cui “the red-shirted security personnel frequently die during episodes” (lo dice Wikipedia).»

Se non sapete questa cosa, non potete cogliere citazioni e riferimenti, come in un episodio di South Park (Ai confini della realtà / City on the Edge of Forever, S02 E07) in cui lo scuolabus finisce fuori strada e rimane bloccato sull’orlo di un precipizio. Un ragazzino mai visto prima, vestito con la divisa rossa di Star Trek, esce per cercare aiuto, e viene divorato da un mostro.

red shirt character

E poi non potreste capire battute e fumetti come questo, di Lunarbaboon:

lunarbaboon
Tra l’altro, oggettivamente, anche Dylan Dog indossa una red shirt.