#98 l’invenzione di morel

È il febbraio 2008. Sulla ABC va in onda il quarto episodio della quarta stagione di Lost, Eggtown (Pessimi affari in italiano). In alcune scene Sawyer, che oltre a fare il bello e dannato sembra anche un buon lettore, sta leggendo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (tra l’altro, nello stesso episodio si vede John Locke prendere da uno scaffale VALIS, romanzo di fantascienza di Philip K. Dick).

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Potrebbe non essere la prima cosa che salta agli occhi in questa immagine, ma sì, il libro è L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares.

Adolfo Bioy Casares (1914 – 1999) era uno scrittore, traduttore e giornalista argentino. (Sì, si chiama Adolfo: a sua discolpa, al momento della sua nascita nel 1914, Adolf Hitler aveva 25 anni, stava appena cominciando ad avvicinarsi all’antisemitismo e non aveva ancora fatto grosse cazzate).

Adolfo Bioy Casares
Adolfo Bioy Casares

Autore di fantascienza e fantastico, Adolfo Bioy Casares era un grande amico di Jorge Luis Borges, con il quale scrisse numerose storie, spesso pubblicate con lo pseudonimo Honorio Bustos Domecq, come la raccolta di racconti gialli Sei problemi per don Isidro Parodi (1942).

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Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Jorge Luis Borges (1899 – 1986), “scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino”, “ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo”, è autore di “racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali)”.

Jorge Luis Borges
Jorge Luis Borges, con un gatto.

Affetto da retinite pigmentosa, malattia genetica dell’occhio ereditata dal padre, Borges subì un calo della vista a partire dagli anni ’40 fino a diventare completamente cieco alla fine degli anni ’60. Lo aiutò nella stesura di alcune delle ultime opere María Kodama-Schweizer.
María Kodama-Schweizer è un personaggio interessante: nata a Buenos Aires nel 1937 (e dunque di trentotto anni più giovane di Borges) da padre giapponese, architetto, e madre tedesca, studiò insieme a Borges letteratura medievale islandese (ripeto: letteratura medievale islandese). Scrittrice e traduttrice, sposò Borges nel 1986, circa due mesi prima della morte di lui per un cancro al fegato.

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María Kodama e Jorge Luis Borges

Ma torniamo ad Adolfo Bioy Casares, il quale sposò, invece, la poetessa e scrittrice argentina Silvina Ocampo (1903 – 1994) nel 1940 (lui aveva ventisei anni e lei trentasette). La più giovane di sei figli, sorella minore dell’editrice e scrittrice Victoria Ocampo, Silvina aveva studiato disegno a Parigi con Giorgio de Chirico.

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Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares

Victoria Ocampo (1890 – 1979), importante editrice, fu “una nota oppositrice del governo nazionalista e populista di Juan Perón” e per la sua opposizione venne anche arrestata nel 1953.

Il generale Juan Domingo Perón (1895-1974) è stato presidente dell’Argentina dal 1946 al 1955. “I seguaci di Perón […] acclamavano i suoi sforzi per eliminare la povertà e dare maggiore dignità al lavoro, mentre i suoi oppositori politici […] lo hanno considerato un demagogo e un dittatore”.
Perón costruì la sua immagine anche grazie all’aiuto della seconda moglie, Evita Perón.

María Eva Duarte de Perón (1919-1952), meglio conosciuta con il diminutivo Evita, “è stata un’attrice, politica, sindacalista e filantropa argentina”. Morta a causa di un tumore a soli 33 anni, il suo cadavere fu mummificato ed esposto per alcuni anni, poi sequestrato, sepolto sotto falso nome in Italia, e infine riportato in Argentina.

Il musical Evita, scritto da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, si ispira alla vita di Evita Perón. La canzone più nota è Don’t Cry for Me, Argentina, che viene cantata dal personaggio di Evita il giorno dell’elezione a presidente del marito. A Evita dedicò una canzone anche il Quartetto Cetra, dal titolo A pranzo con Evita.

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Evita con il marito Juan Domingo Perón

Tornando ad Adolfo Bioy Casares, lo scrittore è sepolto nel cimitero della Recoleta di Buenos Aires. È il più famoso cimitero storico argentino e prende il nome dal quartiere in cui è situato, la Recoleta, dove tra l’altro ha sede la Biblioteca nazionale della Repubblica Argentina.
“Al principio del XVIII secolo, i frati missionari dell’Ordine degli agostiniani recolletti scalzi arrivarono nella zona, allora nei dintorni di Buenos Aires, costruendo sul luogo un convento e una chiesa. La chiesa, Nostra Signora del Pilar, terminata nel 1732, esiste ancora ed è stata dichiarata monumento nazionale. Gli abitanti del luogo presero l’abitudine di chiamare la chiesa «la Recoleta», dal nome dei frati che la gestivano (recoletos escalzos in spagnolo). Il nome si estese poi al quartiere e infine al cimitero. L’ordine fu disciolto nel 1822 e il terreno del convento passò allo Stato che decise di creare il primo cimitero pubblico della città di Buenos Aires.”

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Il cimitero della Recoleta, visto dal tetto di un edificio adiacente.

 

Ma non divaghiamo ancora e torniamo ad Adolfo Bioy Casares, e al più noto dei suoi lavori, il romanzo L’invenzione di Morel (La invención de Morel), pubblicato nel 1940, che mescola fantascienza, fantastico e terrore.
Il libro venne originariamente pubblicato con due diverse copertine, entrambe disegnate da Norah Borges (il cui vero nome sarebbe Leonor Fanny Borges Acevedo, 1901-1998), artista e sorella di Jorge Luis Borges.

Il romanzo è una sorta di diario di uno scrittore venezuelano condannato all’ergastolo. Ignoriamo il suo nome e il motivo della condanna, ma ci racconta di essere fuggito, per scappare dalle accuse, su una piccola e misteriosa isola da qualche parte nella Polinesia. Si dice che coloro che in precedenza hanno tentato di abitare l’isola siano stati contagiati e infine uccisi da una strana malattia, ma il nostro fuggitivo è disposto a correre il rischio, e vi arriva a bordo di una barca che si arena poi nelle paludi.

La barca è ormai irraggiungibile, sulla spiaggia orientale. Non è molto quel che perdo: so di non essere in prigione, e che posso andarmene dall’isola; ma quando mai ho avuto la possibilità di andarmene? So quale inferno racchiude quella barca. Sono venuto da Rabaul fin qui. Non avevo acqua da bere, nemmeno un cappello. Remando, il mare è inesauribile. L’insolazione, la stanchezza erano più grandi del mio corpo. Ero afflitto da una ardente malattia e da sogni che non si stancavano mai.

 

(Dove sono questi luoghi? Ne parlerò un’altra volta perché questo post sta diventando troppo lungo.)

Le analogie con la serie Lost sono evidenti: l’atmosfera di mistero e inspiegabilità; un’isola polinesiana “deserta”; gli incontri con misteriosi e inquietanti abitanti dell’isola; in Lost, i sopravvissuti del disastro aereo sono in buona parte in fuga da qualcosa, e alcuni di loro hanno commesso crimini in passato; Danielle Rousseau parla di una misteriosa malattia che avrebbe contagiato i suoi compagni di viaggio, Desmond Hume e Kelvin Inman se ne stanno in quarantena nella Swan station perché uscire all’aperto li esporrebbe al contagio di una misteriosa malattia; come il protagonista del libro, i protagonisti della serie scoprono man mano strane e misteriose costruzioni, spesso in stato di abbandono; …

Per capire ulteriori affinità, provate a leggere questo brano, in cui la voce narrante cerca spiegazioni per le stranezze dell’isola e degli incontri con “gli intrusi”:

Provai diverse spiegazioni: Che io abbia la famosa peste; i suoi effetti sull’immaginazione […]
Che l’aria perversa dei bassi e una deficiente alimentazione mi abbiano reso invisibile. […]
Mi venne l’idea (precaria) che potesse trattarsi di esseri di diversa natura, di un altro pianeta, con occhi che non servono a vedere, con orecchie che non servono a sentire. […]
La notte scorsa sognai questo:
Ero in un manicomio. Dopo una lunga visita (il processo?) del medico, la mia famiglia mi aveva portato lì. Morel era il direttore. A tratti, sapevo di essere nell’isola; a tratti, credevo di essere nel manicomio; a tratti, ero il direttore del manicomio. […]
Quinta ipotesi: gli intrusi sarebbero un gruppo di morti amici; io, un viaggiatore, come Dante o Swedenborg, oppure un altro morto, di una altra casta, in un momento diverso della sua metamorfosi; quest’isola, purgatorio oppure cielo di quei morti […]
In quest’isola poteva essere successa una catastrofe non percettibile per i suoi morti (io e gli animali che la abitavano); poi erano arrivati gli intrusi.
Che io fossi morto! Come mi entusiasmò quest’idea (vanitosamente, letterariamente)!

Inoltre, la trama dell’episodio Dave (stagione 2, episodio 18) ricorda la teoria quattro, quella del manicomio: (spoiler!) Hugo, sull’isola, pensa di trovarsi ancora in un ospedale psichiatrico e sospetta che l’isola sia soltanto un sogno.

Concludo con una citazione dal libro che ho particolarmente apprezzato:

Forse tutta quest’igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca.

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il film della domenica: #7 wristcutters

Sono rimasta un po’ indietro coi film della domenica, per cui ora mi metterò a recuperare a raffica. Il terzultimo film visto è stato Wristcutters: A Love Story, mezzo tradotto in italiano come Wristcutters – Una storia d’amore. Definito dalla Wikipedia ingleseblack comedy romance road movie” e da quella italiana “un film del 2007 diretto da Goran Dukić, tratto dal racconto Kneller’s Happy Campers dello scrittore israeliano Etgar Keret”.

Wristcutters

Goran Dukić è un regista, sceneggiatore e attore croato, e questo Wristcutters sembra essere il suo film più famoso.

Etgar Keret
Etgar Keret

Lo scrittore israeliano Etgar Keret (in ebraico אתגר קרת), nato nel 1967, è soprattutto autore di racconti brevi (alcune raccolte sono tradotte anche in italiano).

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Il protagonista di Wristcutters si chiama Zia e non vi spoilero niente dicendo che nella prima scena, come da titolo, si taglia i polsi. A questo punto si trova intrappolato in un bizzarro al-di-là, una specie di mondo parallelo, popolato esclusivamente da suicidi. Ci sono paesaggi di estrema desolazione e succedono cose strane, ad esempio il cielo notturno è senza stelle e c’è un buco nero sul pavimento della macchina, dal lato passeggero, in cui spariscono gli oggetti. La cosa divertente (vabbè, per chi apprezza l’umorismo nero, è divertente) di questo club di suicidi è che ognuno si è ammazzato in modo diverso, ad esempio Eugene è un musicista russo che si è ucciso sul palco, durante un concerto del suo gruppo, fulminato dalla chitarra elettrica.

Eugene (Shea Whigham) e Mikal (Shannyn Sossamon)
Eugene (Shea Whigham) e Mikal (Shannyn Sossamon)

Il personaggio di Eugene è ispirato a Eugene Hütz (che però è vivo, tranquilli), il leader dei Gogol Bordello. Vi faccio notare che:
Nella colonna sonora del film è presente la canzone Through the roof ‘n underground, dei Gogol Bordello appunto.
Il nome del gruppo è per metà un omaggio all’amato scrittore Nikolaj Vasil’evič Gogol’. L’altra metà, “bordello”, è praticamente una parola internazionale.

Eugene Hütz
Eugene Hütz

Eugene Hütz è nato vicino a Kiev da una famiglia di origini russe, ucraine e rom. Prima di arrivare negli Stati Uniti, ha vissuto per un breve periodo anche in Italia, dove ha studiato imprecazioni e bestemmie italiane, come dimostra la canzone Santa Marinella.
Eugene Hütz è anche attore, e in Ogni cosa è illuminata (Everything Is Illuminated), cioè il film tratto dall’omonimo libro di Jonathan Safran Foer, ha interpretato Alexander Perchov, che fa da guida a Jonathan (Elijah Wood) durante il viaggio in Ucraina.

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Ma torniamo a Wristcutters. Tra gli attori c’è anche Tom Waits (sì, Tom Waits, il cantante, proprio lui con la sua voce da Tom Waits!) e poi anche John Hawkes: John Hawkes è un attore statunitense che ha fatto, tra le altre cose, il coprotagonista in Me and You and Everyone We Know, di Miranda July, del 2005, e poi alcuni episodi della sesta stagione di Lost (è uno degli “Altri” che vivono nel Tempio. Il suo nome non viene mai detto ma secondo internet si chiama Lennon (e in effetti assomiglia a John Lennon e porta gli stessi occhiali rotondi). È quello che traduce Dogen, il giapponese che parla sempre in giapponese).

John Hawkes in Lost
John Hawkes in Lost
John Hawkes e Miranda July in Me and You and Everyone We Know
John Hawkes e Miranda July in Me and You and Everyone We Know

il film della domenica: #5 gone girl

La scorsa domenica, eccezionalmente, sono andata al cinema: ho visto Gone Girl, film del 2014 diretto da David Fincher, con Ben Affleck e Rosamund Pike.
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Il titolo italiano, L’amore bugiardo – Gone Girl, riprende la brutta traduzione italiana del romanzo da cui il film è tratto, di Gillian Flynn.
Gillian Flynn è una scrittrice americana autrice di tre romanzi thriller, tutti tradotti anche in italiano: Sulla pelle (Sharp Objects), Nei luoghi oscuri (Dark Places) e questo L’amore bugiardo (Gone Girl).
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Il film dura 149 minuti (sì, due ore e mezza. È lungo).
La colonna sonora è di Trent Reznor e Atticus Ross.
La storia comincia il giorno del quinto anniversario di matrimonio di Amy e Nick: Amy non si trova, è scomparsa, e in casa ci sono evidenti segni di una colluttazione. Il marito Nick viene subito sospettato di averla uccisa.

Il regista, David Fincher, ha una carriera notevole.
Da giovanissimo ha lavorato per la Industrial Light & Magic, l’azienda di effetti speciali di George Lucas, come assistente agli effetti visivi in Il ritorno dello Jedi (1983), La storia infinita (1984) e Indiana Jones e il tempio maledetto (1984).
Ha diretto spot televisivi e videoclip musicali, e soprattutto parecchi film di successo: Seven (1995), Fight Club (1999), Panic Room (2002), Il curioso caso di Benjamin Button (2008), The Social Network (2010), Millennium – Uomini che odiano le donne (The Girl with the Dragon Tattoo, 2011).

David Fincher
David Fincher

Nel 2007 David Fincher ha diretto anche Zodiac, basato sui libri di Robert Graysmith dedicati al Killer dello Zodiaco (Zodiac Killer), assassino seriale statunitense attivo nella California settentrionale negli anni Sessanta e Settanta.
Il soprannome Zodiac se lo diede da solo in una serie di lettere inviate alla stampa, contenenti messaggi cifrati, alcuni dei quali ancora insoluti. Una lettera, decifrata, diceva tra le altre cose: “I like killing people because it is so much fun”.
Le vittime accertate di Zodiac sono cinque, uccise nel 1968 e 1969, ma gli vengono attribuiti numerosi altri omicidi, senza sufficienti prove per confermarli.
Nel corso degli anni molte persone siano state sospettate di essere Zodiac, ma la vera identità del killer è ancora oggi sconosciuta. Il sospettato principale è stato Arthur Leigh Allen, che negò sempre tutto, fino alla morte nel 1992. Contro di lui la polizia aveva un gran numero di prove circostanziali, ma non sufficienti per incriminarlo, anche perché la calligrafia e le impronte digitali di Allen non corrispondevano a quelle presumibilmente di Zodiac.

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Qualche informazione su Ben Affleck:
Il suo nome completo è Benjamin Géza Affleck-Boldt. È stato fidanzato con Gwyneth Paltrow e poi con Jennifer Lopez. Attualmente è sposato con Jennifer Garner e hanno due figlie e un figlio. È un ottimo giocatore di poker, ha avuto problemi di alcolismo, ed è molto amico di Matt Damon, con il quale ha vinto un Oscar nel 1998 per la miglior sceneggiatura originale per Will Hunting – Genio ribelle (Good Will Hunting), diretto da Gus Van Sant.
Ha un fratello minore, Casey Affleck, il cui vero nome è Caleb Casey McGuire Affleck-Boldt. Anche lui fa l’attore, ed è sposato con Summer Phoenix, sorella di Joaquin Phoenix (cioè, ma vi immaginate il pranzo di Natale di questa gente? Praticamente mezza Hollywood).

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In Gone Girl, Nick (Ben Affleck) ha una sorella gemella, Margo, interpretata da Carrie Coon. I due attori sono molto credibili come fratelli gemelli, nonostante la discreta differenza di età: lui è nato nel 1972, lei nel 1981.
Carrie Coon, per chi non lo sapesse, fa Nora Durst in The Leftovers, ed è meravigliosa.
Carrie Coon ha lavorato soprattutto in teatro: lei e il marito Tracy Letts si sono conosciuti quando entrambi recitavano nel dramma teatrale Chi ha paura di Virginia Woolf? (Who’s afraid of Virginia Woolf?). Tracy Letts (nato nel 1965, a proposito di differenza di età) fa anche il senatore Andrew Lockhart nelle stagioni 3 e 4 di Homeland, che è attualmente il direttore della CIA.

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Vediamo come riesco a parlare di Lost in qualunque articolo.
Le indagini per la scomparsa di Amy sono condotte dalla detective Rhonda Boney, interpretata da Kim Dickens, che aveva una piccola parte in Lost: era Cassidy Phillips, una donna da poco divorziata che viene truffata da Sawyer. Cassidy era innamorata di lui e gli dà una figlia, Clementine. In più Cassidy conosce Kate e le due diventano amiche.

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Kim Dickens in Gone Girl
Kim Dickens in Lost
Kim Dickens in Lost

In Gone Girl, nel ruolo di Desi Collings, vediamo anche Neil Patrick Harris, che è “un attore, cantante, doppiatore, ballerino, presentatore e prestigiatore statunitense, noto soprattutto per la serie televisiva Doogie Howser e la sitcom How I Met Your Mother”. In quest’ultima interpreta Barney Stinson.

Desi: You’re not bored?
Amy: Desi, how could I be bored? You can discuss 18th-century symphonies, 19th-century impressionists, quote Proust in French,…

Neil Patrick Harris
Neil Patrick Harris

Oltre a Proust, nel film c’è almeno un altro riferimento letterario esplicito, quando Nick dice a Amy:

You were an alienated teen and only Elizabeth Bennet understood you.

Elizabeth “Lizzy” Bennet è la protagonista femminile di Orgoglio e pregiudizio, romanzo di Jane Austen pubblicato nel 1813.
Elizabeth è intelligente, razionale, forte, ma anche sensibile e femminile.
Curiosamente, il personaggio di Amy, che nell’adolescenza si identificava con Elizabeth Bennet, è interpretato da Rosamund Pike, attrice britannica che tra le altre cose ha recitato proprio in Orgoglio e pregiudizio, il film del 2005 diretto da Joe Wright, dove però interpretava Jane Bennet. Jane è la prima delle cinque sorelle, ed è considerata la più bella. Nel film, Keira Knightley era Elizabeth Bennet.

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Rosamund Pike in Orgoglio e pregiudizio

Cercando informazioni su Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice), ho scoperto per caso Orgoglio e pregiudizio e zombie (Pride and Prejudice and Zombies), romanzo di Seth Grahame-Smith che unisce il classico della Austen con gli zombie. Uscirà presumibilmente nel 2015 un adattamento cinematografico. “Il romanzo segue la trama originale di Orgoglio e pregiudizio, ma tutta la vicenda si svolge in un universo alternativo in cui l’Inghilterra di inizio Ottocento è infestata da zombie assassini.”

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Rosamund Pike ha fatto anche La versione di Barney (Barney’s Version), il film del 2010 diretto da Richard J. Lewis e basato sull’omonimo romanzo di Mordecai Richler. Rosamund Pike era Miriam, conduttrice radiofonica newyorkese, la terza moglie di Barney e suo grande amore, conosciuta al ricevimento del secondo matrimonio dello stesso Barney.

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Gone Girl, attraverso continui flashback, ripercorre i cinque anni di matrimonio dei protagonisti Nick e Amy, che festeggiano ogni anniversario seguendo scrupolosamente la tradizione. Ogni anniversario infatti viene tradizionalmente chiamato con il nome di un materiale, diverso ogni anno, e “i nomi dati ai vari anniversari sono una guida per i regali appropriati che gli sposi si scambieranno o, se hanno organizzato una festa, dei regali che gli invitati potranno consegnare agli sposi.”

A questo proposito, un dialogo tra Nick e la sorella Margo:

Nick: Year one, the traditional gift was paper. She got me a beautiful notebook. Told me to go write my novel.
Margo: What did you get her?
Nick: A kite. She had never flown a kite.
[…]
Margo: What’s the gift for five?
Nick: Wood.
Margo: So, what did you get her?
Nick: There’s no good gift for wood.
Margo: I know! Go home, fuck her brains out, slap her with your penis: “There’s some wood for you, bitch!”

La tradizione ha origine nella Germania medievale, mentre tutti i regali attuali sono stati stabiliti nel Novecento. Possono variare a seconda dei paesi, ma alcuni sono condivisi nella maggior parte dei luoghi.
L’ordine dei materiali, secondo Wikipedia, è “dal più fragile al più solido, proprio per simbolizzare la maggiore forza che via via la relazione va acquisendo”. Dunque la lana è più solida del ferro. Uhm.
Alcuni materiali particolari (che però appaiono soltanto nella lista della Wikipedia italiana, non in quella inglese):
11 Acero (nozze d’acero?)
16 Edera (nozze d’edera?!)
23 Acqua
27 Giaietto
31 Ebano
36 Silice
42 Diaspro
48 Feldspato
100 Osso (!)

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Nel film si vedono i burattini Punch and Judy: Mr. Punch e sua moglie Judy sono due maschere inglesi tradizionali, utilizzate nei teatri dei burattini, molto popolari nel mondo anglosassone.
Il personaggio di Mr. Punch deriva dall’italiano Pulcinella, anglicizzato in Punchinello e poi abbreviato in “Punch”. Mr. Punch è un eroe negativo, violento e imbroglione. Porta sempre con sé un grande bastone, che solitamente usa per picchiare gli altri personaggi che compaiono nelle scenette.

Punch and Judy è anche una canzone di Elliott Smith.

Gillian Flynn
Gillian Flynn

Gone Girl è un thriller, per cui starò particolarmente attenta a spoilerare il meno possibile. Questo film, ma anche il romanzo, ha sollevato un discreto dibattito su una questione di genere.
L’autrice Gillian Flynn ha spiegato che intendeva smentire l’idea diffusa che le donne siano buone per natura, e spesso anche vittime (degli uomini), e voleva mostrare come le donne possano essere cattive e violente come lo sono gli uomini.
Ma molte femministe (e non solo) hanno visto quel personaggio di donna cattiva come l’ennesimo esempio del mito misogino che vede le donne come eterne manipolatrici, pazze e diaboliche, disposte a usare l’inganno e a sfruttare il proprio potere seduttivo per raggiungere i propri obiettivi.
Inoltre, nel film compare la storia di un falso stupro: una sera lei si presenta a casa del malcapitato con un vestito sexy e una bottiglia di bourbon, e lo induce a una nottata di sesso selvaggio ma consensuale. Il giorno dopo, lei si procura dei lividi e dei segni di legature ai polsi, e lo denuncia per stupro.
Ora, sembra che i falsi stupri, inscenati da donne vendicative, siano estremamente rari. Molto, molto più frequenti sono i casi di donne che hanno effettivamente subito violenze ma che non sporgono denuncia, oppure le cui denunce non vengono accolte da agenti scettici, tendenti a pensare che queste donne si stiano inventando tutto o stiano semplicemente esagerando.

#77 harun e il mar delle storie

Harun e il mar delle storie (Haroun and the Sea of Stories) è un romanzo per ragazzi di Salman Rushdie, originariamente scritto per il figlio Zafar e pubblicato per la prima volta nel 1990.

Haroun

Il protagonista Harun è un ragazzino. Suo padre, Rashid Khalifa, fa il raccontastorie di professione, ed è soprannominato “il famoso Scià del Bla-bla” (The Shah of Blah). Ogni volta che Harun gli chiede da dove arrivino tutte le storie che sa raccontare, sempre nuove e bellissime, Rashid spiega che beve l’Acqua di Storie, dal Rubinetto (invisibile) delle Storie, collegato direttamente al Grande Mar delle Storie. Le vicende portano Harun su Kahani, la seconda Luna della Terra, invisibile dal nostro pianeta. Su questa luna si trova l’Oceano delle Storie, composto da un numero infinito di storie, ognuna delle quali appare come una corrente di un colore unico. Kahani ha una faccia perennemente illuminata dal sole, luminosa e calda: è la Terra di Gup, dove sorge Gup City. Il loro esercito è fatto di “Pagine” (soldati che indossano tuniche rettangolari, coperte di scritte, proprio simili a grandi pagine) e guidato dal generale Kitab. La Faccia Buia di Kahani, invece, è eternamente nell’oscurità, fredda e silenziosa. È la Terra di Chup, abitata dai Chupwala e governata dal Gran Sacerdote Khattam-Shud. Khattam-Shud, il vero cattivo del libro, predica l’odio per le storie, le fantasie e i sogni:

È il Nemico numero uno di tutte le Storie, e anche della Lingua. È il Principe del Silenzio e l’Antagonista della Parola.

Khattam-Shud venera Bezaban, divinità senza lingua, rappresentato da un’enorme statua di ghiaccio, e pratica la Religione del Mutismo. Per questo, con le Leggi sul Silenzio, ha vietato a tutti i suoi sudditi di parlare. Il piano diabolico di Khattam-Shud prevede di inquinare l’Oceano con un veleno capace di alterare e rovinare le storie, e in più cerca di tappare la Fonte delle Storie, che dà origine all’Oceano. harun e il mare delle storie 4

La maggior parte dei nomi sono “parlanti”: hanno un preciso significato in lingua urdu e hindi. Ad esempio Kahani (कहानी) significa “storia”, Kitab (किताब) “libro”, Gup “pettegolezzo”, “sciocchezza” o “frottola”, Chup (चुप) “silenzioso”, Khattam-Shud “assolutamente finito”, Bezaban “senza lingua”. Mentre i nomi dei protagonisti Harun e Rashid Khalifa derivano da Hārūn al-Rashīd: un califfo (khalīfa) realmente esistito e protagonista di numerose avventure, inventate ma ispirate alla sua vita e alla sua magnifica corte, in Le mille e una notte. Harun e il mar delle storie è una classica fiaba, in cui i buoni combattono contro i cattivi, e c’è anche una principessa da salvare. Ma è ricca di riferimenti letterari e di allegorie a problemi sociali reali, sempre attuali. È un grande elogio all’arte di raccontare, all’amore per le discussioni, alla libertà di parola. La guerra tra i chiacchieroni di Gup City e i silenziosi Chupwala è breve e non cruenta. L’esercito di Gup, dopo aver discusso minuziosamente su tutto, in combattimento si rivela compatto e solidale, mentre i loro avversari “si tradivano, si pugnalavano alla schiena, si ammutinavano”, perché “il voto del silenzio e l’abitudine alla segretezza li avevano resi sospettosi e diffidenti l’uno dell’altro.” I vincitori (che sono ovviamente i buoni, perché il lieto fine è inevitabile!) si limitano a neutralizzare Khattam-Shud e abbandonano ogni ostilità nei confronti della popolazione, anche perché la maggior parte dei sudditi non approvava quel capo crudele. Più che una contrapposizione è un’unione, la ricerca di un equilibrio. In questo senso mi sembra un bel libro, “inspiring”, educativo e anche divertente, soprattutto per ragazzi ma non solo. Salman Rushdie (che si pronuncia /sælˈmɑːn ˈrʊʃdi/, cioè non “Rascdi” ma “Ruscdi”) è nato a Bombay nel 1947 da una famiglia di fede islamica. The Satanic Verses

La sua opera più famosa è probabilmente I versi satanici (The Satanic Verses), del 1988, “una storia fantastica ma chiaramente allusiva nei confronti della figura di Maometto, e ritenuta blasfema dagli islamici”. Il libro fece ottenere a Rushdie una fatwa dell’ayatollah Ruḥollāh Khomeynī (sciita fondamentalista, capo spirituale e politico dell’Iran dal 1979 al 1989), che ne decretò la condanna a morte per bestemmia. Lo scrittore riuscì a salvarsi rifugiandosi nel Regno Unito, dove fu comunque costretto a vivere sotto protezione. Il traduttore giapponese del romanzo, Hitoshi Igarashi, fu ucciso nel 1991 da emissari del regime iraniano. Lo stesso anno il traduttore italiano, Ettore Capriolo, fu pugnalato ma si salvò. Infine l’editore norvegese, William Nygaard, fu ferito a colpi d’arma da fuoco nel 1993. kill salman Lo stile narrativo di Rushdie è stato spesso descritto come realismo magico. Wikipedia elenca le caratteristiche ricorrenti in molti romanzi del realismo magico, ad esempio: •    Contiene un elemento magico e sovrannaturale (o paranormale). •    L’elemento magico può essere intuito ma non è mai spiegato. •    I personaggi accettano, invece di mettere in questione, la logica dell’elemento magico. •    Distorsioni temporali, inversioni, ciclicità o assenza di temporalità. •    Incorpora leggenda e folklore. Tra gli scrittori del Realismo magico, Wikipedia cita Gabriel García Márquez, Luis Sepulveda, Isabel Allende, Jorge Luis Borges, Italo Calvino, Dino Buzzati, William Faulkner, Haruki Murakami, Michail Afanas’evič Bulgakov, Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Franz Kafka. A proposito di questi ultimi due: Rushdie li cita in Harun e il mar delle storie, quando un abitante della Terra di Chup tenta per la prima volta di parlare dopo anni di silenzio forzato: harun e il mare delle storie 1 Nonostante sia uno degli uomini più brutti del pianeta, Rushdie è stato sposato quattro volte. Dalla prima moglie, Clarissa Luard, ha avuto un figlio, Zafar, nato nel 1979, a cui è dedicato Harun e il mare delle storie. La sua seconda moglie è stata Marianne Wiggins, scrittrice americana. Dalla terza moglie, Elizabeth West, ha avuto un altro figlio, Milan, nato nel 1999.

Salman Rushdie con i figli Milan, 15 anni, e Zafar, 33.
Salman Rushdie con i figli Milan, 15 anni, e Zafar, 33.

Infine, dal 2004 al 2007, Rushdie è stato sposato con Padma Lakshmi: indiana-americana, modella e attrice, conduttrice di Top Chef, autrice di libri di cucina.

Padma Lakshmi
Padma Lakshmi
Ironia.
Ironia.

Padma Lakshmi è 23 anni più giovane di Rushdie. È nata nel 1970 a Chennai, in India, e la sua lingua madre è il Tamil.

india political map

Chennai (ex Madras) è la quarta città più grande dell’India e la capitale del Tamil Nadu, uno stato del sud-est dell’India, la cui lingua ufficiale è il tamil, una lingua dravidica meridionale parlata anche in Sri Lanka e Singapore. In India si parlano almeno 180 lingue diverse, le più diffuse appartengono a due grandi famiglie linguistiche: indoariana (parlate da circa il 74% della popolazione) e dravidica (circa 24%). Le lingue indoarie sono indoeuropee (come latino e greco e tutte le lingue moderne da loro derivate, ma anche inglese, tedesco e molte altre), mentre la famiglia dravidica non ha connessione con nessuna delle altre famiglie linguistiche conosciute. Tra le lingue indoarie ci sono ad esempio l’hindi (la lingua più parlata e anche lingua ufficiale del governo), il bengalese, il marathi, il panjabi, l’urdu.

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Trivia: Salman Rushdie era tra i personaggi famosi spariti nel nulla il 14 ottobre, in The Leftovers (si vede al telegiornale, insieme a Condoleezza Rice, Jennifer Lopez, papa Ratzinger e altri). rushdie the leftovers

Uno dei creatori di The Leftovers è Damon Lindelof: uno degli sceneggiatori principali di Lost.

Lindelof
Damon Lindelof

Di riferimenti culturali in generale, e di libri in particolare, in Lost, ce ne sono tantissimi, e quasi sempre sono stati scelti per un motivo preciso. Su Lostpedia c’è un elenco completo e molto accurato di tutti i libri apparsi o citati nella serie. C’è una lista simile su Goodreads. E poi c’è il tizio di questo blog, che si è impegnato a leggere molti di questi libri e ci ha scritto dei post, anche nel tentativo di capire il perché del riferimento e l’eventuale simbolismo nascosto. Uno di questi libri è Harun e il mar delle storie. desmondbook2210

La sesta (e ultima) stagione di Lost introduce una nuova tecnica narrativa: i flash sideways. Nel primo episodio della stagione, “LA X.”, il flash sideways è ambientato sull’aereo, l’Oceanic Flight 815. Qui Jack incontra Desmond, che sta leggendo Harun e il mar delle storie. Il libro potrebbe dare qualche indizio sulla natura di questa diversa timeline, di questa realtà alternativa presentata nei flash sideways. Ho letto alcune interpretazioni a riguardo, e non so quanto possano essere sensate. Comunque. L’intera esperienza di Harun su Kahani, che costituisce la parte centrale e principale del libro, assomiglia un po’ alle vicende dei personaggi di Lost sull’isola, cioè: è un luogo reale? È successo davvero? È stato solo un sogno, un’allucinazione di qualche tipo? Il finale del libro non chiarisce la questione riguardo a Kahani, e ci lascia nel dubbio. E neanche il finale di Lost era proprio chiarissimo. Il romanzo, come un po’ tutte le fiabe, basa la sua trama fondamentalmente sull’opposizione tra il bene e il male, la luce e il buio, la parola e il silenzio: una simile contrapposizione si vede in Lost tra Jacob e “The Man in Black” o “Smoke Monster”. Quando Harun beve un bicchiere d’acqua dell’Oceano delle Storie, che è stato però inquinato dal cattivo Khattam-Shud, la storia è stata rovinata, il lieto fine è diventato tragico. I buoni dovranno fermare Khattam-Shud e ripulire il mare dal veleno, in modo che le storie tornino belle come prima. Le due diverse timeline nella sesta stagione potrebbero essere un po’ questo: una è la storia “giusta”, quello che sarebbe dovuto accadere, e l’altra è il risultato di qualcosa che andato storto, che non ha seguito il giusto corso degli avvenimenti.

il film della domenica: #3 the invention of lying

Il primo dei bugiardi (The Invention of Lying) è un film del 2009 scritto e diretto da Ricky Gervais e Matthew Robinson.

The Invention of Lying mark bellison

È ambientato in una realtà alternativa in cui nessuno mente mai (un po’ come i cavalieri negli indovinelli logici di Raymond Smullyan). Non esistono neanche parole per descrivere concetti come bugia, falsità, inganno o finzione, neanche nel senso di recitazione o invenzione creativa. Persino i pubblicitari dicono sempre e solo la verità, non esistono le religioni e i film sono solo narrazioni di fatti storici.

The Invention of Lying pubblicità sincere The Invention of Lying sad place

Il protagonista, Mark Bellison (Ricky Gervais), sviluppa all’improvviso la capacità di mentire, e ben presto capisce come sfruttarla a suo vantaggio: in un mondo del genere, nessuno è mai sfiorato dal sospetto che qualcuno possa affermare qualcosa diverso dalla verità. È inconcepibile. Così Mark può inventarsi qualunque assurdità, e viene creduto senza esitazione.

The Invention of Lying a cheap motel

Sono d’accordo con diversi commenti e recensioni che ho trovato in giro, sul fatto che l’inizio del film è molto molto divertente, la parte centrale è tutta una satira religiosa sempre piuttosto divertente, mentre il finale, purtroppo, è quello di una banalissima commedia romantica, stereotipata e anche maschilista. Rimane comunque un film simpatico, più che guardabile. E poi è anche un ottimo modo per ricordarsi la regola ortografica per la formazione della -ing form delle parole che terminano per -ie (ie+ing = ying, ad esempio lie lying, die dying. È una cosa che io non mi ricordo mai, la sbaglio sempre).

Ricky Gervais, comico britannico, notoriamente ateo, è co-autore, co-regista e protagonista di questo film, e tra le altre cose ha diretto insieme a Stephen Merchant un film del 2010, intitolato Cemetery Junction (L’ordine naturale dei sogni in italiano) che l’ho visto ed era molto carino. Tra l’altro, questo Stephen Merchant ha un cameo piuttosto divertente in The Invention of Lying.

La madre del protagonista è interpretata da Fionnula Flanagan, che conoscevo già per il ruolo della vecchia governante Bertha Mills in The Others (2001), di Alejandro Amenábar, e soprattutto per Eloise Hawking in Lost (che era proprio un bel personaggio: assomigliava un po’ all’oracolo in Matrix, ma metteva più soggezione…).

Fionnula Flanagan the others Fionnula Flanagan lost

Nel cast ci sono anche Jennifer Garner (quella di Alias), Rob Lowe, Tina Fey, e poi hanno due camei molto simpatici Philip Seymour Hoffman, nei panni di un barista, e Edward Norton, un poliziotto. (Sì, ho controllato: “cameo” al plurale fa “camei”).

#51 fringe

Sto guardando in questo periodo Fringe, serie televisiva andata in onda dal 2008 e conclusa l’anno scorso dopo cinque stagioni.
Tra i creatori c’è J. J. Abrams, uno che ha prodotto, creato e co-creato un sacco di roba, tra film e serie tv. Per me rimane “quello di Lost”.

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Le due J stanno per Jeffrey Jacob, ha 47 anni e ha persino fatto la guest star in un episodio dei Griffin.
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Fringe segue le vicende della “Fringe Division” dell’FBI, che ha sede a Boston, Massachusetts, e si occupa di indagini legate alla fringe science, cioè la scienza di confine (che, ho scoperto, esiste davvero).
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Con fringe science si intende l’insieme di teorie o ricerche scientifiche controverse, “ai confini della corrente principale delle discipline accademiche convenzionalmente riconosciute”. Teorie eterodosse, inusuali, che si allontanano dalle teorie normalmente accettate, che però si basano su metodi o principi scientifici riconosciuti come validi. “Alcune tra le odierne teorie ampiamente condivise (come ad esempio la teoria della deriva dei continenti) vennero classificate al loro apparire come scienza di confine o pseudoscienza”.

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Fringe ha parecchie cose in comune con Lost, a partire dalla prima scena del primo episodio, che si svolge a bordo di un aereo, nel pieno di una forte turbolenza. E il tema dell’aereo (che, di solito, precipita) ricorre altre volte nel corso della serie.
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Finge condivide con Lost anche la passione per le grandi scritte tridimensionali, visioni di gente morta che passeggia, rapporti difficili tra genitori e figli, le musiche di Michael Giacchino, una certa tendenza ai colpi di scena e a suscitare tante domande che, sospetto, non avranno risposte.
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Due cose su Michael Giacchino: statunitense di origini siculo-abruzzesi, nel 2010 ha vinto l’oscar con la colonna sonora di Up della Pixar.

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Fin dal primo episodio incontriamo l’attore ‪Lance Reddick‬, che qui in Fringe interpreta Phillip Broyles, il capo di Olivia, la protagonista. Ma quella faccia inquietante mi era già nota in Lost: era Matthew Abbadon, che compare nella quarta e quinta stagione. È il tizio losco che fa visita a Hurley in manicomio, lo stesso che spingeva John Locke sulla sedia a rotelle e gli consigliava di andare a fare un walkabout in Australia, e lo stesso che ha reclutato Naomi e la sua squadra (Daniel Faraday, Miles Straume, Charlotte Lewis e il pilota Frank Lapidus) per andare sull’isola. Ancora non ho capito chi era e per chi lavorava, in ogni caso trasmetteva una certa inquietudine.

La protagonista di Fringe, l’agente Olivia Dunham, è interpretata da ‪Anna Torv‬, attrice australiana, che tra l’altro è stata brevemente sposata con l’attore Mark Valley, quello che nella prima stagione di Fringe fa John Scott, collega e amante di Olivia.
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Un altro bel personaggio è Charlie Francis, superiore di Olivia. L’attore è Kirk Acevedo, statunitense di origini portoricane e cinesi, che era anche in La sottile linea rossa. Mezzo spoiler: Kirk Acevedo nel 2009 aveva annunciato sulla sua pagina Facebook di essere stato licenziato da Fringe. E sappiamo bene che al licenziamento di un attore corrisponde, per il suo personaggio nella serie, una brutta fine…
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E poi c’è la Massive Dynamic, superpotente multinazionale, il cui logo è dappertutto (misteriosità, presenza invasiva e ricerche sperimentali eticamente discutibili: mi ricorda un po’ il progetto Dharma…). Lo slogan della Massive Dynamic è “What Don’t We Do?”. Ha anche un “vero” sito ufficiale, lanciato in occasione dell’inizio della serie. Si può anche inviargli il curriculum (lo farò sicuramente!!).
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Il capo della Massive Dynamic è William Bell, interpretato da Leonard Nimoy, meglio conosciuto come Spock, il vulcaniano di Star Trek. Senza le orecchie a punta è irriconoscibile.
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La vicecapo della Massive Dynamic è Nina Sharp, interpretata da ‪Blair Brown‬, che era la co-protagonista in Stati di allucinazione (Altered States) con William Hurt, film di Ken Russell del 1980.

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Il film è ispirato alla vita e alle ricerche di John Lilly, che in particolare si è dedicato allo studio della deprivazione sensoriale e a questo scopo, alla fine degli anni cinquanta, ha inventato la vasca di deprivazione sensoriale (i‪solation tank‬) come strumento per ridurre al minimo gli stimoli esterni. John Lilly stesso rimaneva per ore chiuso dentro questa vasca, sospeso nell’acqua satura di sale e mantenuta a temperatura corporea.
La vasca di deprivazione sensoriale è citata anche in un epidosio dei Simpson (Fate largo a Lisa – Make Room for Lisa).
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Tornando a Fringe: per tutta la prima stagione, Olivia viene ripetutamente messa in una vasca di deprivazione sensoriale da Walter Bishop, adorabile scienziato pazzo, che ha problemi di memoria, una passione per le sostanze psicotrope, e riesce a pensare al cibo durante le autopsie più schifose.
Da Wikipedia: “Walter è considerato da molti fan come un sex symbol fattone.” (!).

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Quando Walter ha bisogno di una combinazione per un lucchetto usa le cifre del Pi greco (3,14159…) e per addormentarsi elenca ad alta voce i numeri della serie di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89 144 233 377 610 987 1597 2584 4181 6765…).

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Il figlio di Walter, Peter Bishop, è ‪Joshua Jackson‬, direttamente da Dawson’s Creek.

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Durante la sigla iniziale di Fringe, dovrebbe comparire, seminascosta, la scritta “Observers are here” (io non sono mai riuscita a vederla!). Gli osservatori sono dei tizi bizzarri che sembrano usciti dai quadri di Magritte, scrivono strano, usano una gran quantità di “aggeggi fantaminchiosi” (cit.) e amano il cibo piccante.

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Quella frase (con la sua struttura soggetto – verbo essere – complemento di stato in luogo) mi ricorda tanto “The truth is out there” di x-filiana memoria.
In effetti le somiglianze tra Fringe e X-Files sono numerose, in bilico tra la citazione e il plagio. Qualcuno (tipo qui e qui) ha provato a elencare i riferimenti episodio per episodio.
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Nel primo episodio della seconda stagione di Fringe c’è un preciso omaggio a X-Files: su un televisore si vede una breve scena da “Dreamland”, quarto episodio della sesta stagione di X-Files, in cui si distingue Mulder.
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E poi c’è la questione dei glifi: nel corso di ogni episodio, appaiono di tanto in tanto dei fotogrammi con diverse figure, su fondo nero. Immagini a caso? No, è un enigma da risolvere: un codice, o meglio un cifrario a sostituzione, decifrato da Julian Sanchez nel 2009. Ogni figura sta per una lettera dell’alfabeto, e la sequenza delle figure all’interno di un singolo episodio equivale a una parola.

Pare che nell’edizione italiana questi glifi siano stati per lo più tagliati nel montaggio.
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La storia dei glifi dev’essere piaciuta molto: ad esempio un tizio ci ha fatto un font e una tizia se li è disegnati sulle unghie.
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#40 animal farm

George Orwell si incontra molto spesso nelle classifiche del tipo “i miei 10 libri preferiti”, specialmente con il suo 1984 (Nineteen Eighty-Four), ma qualche volta anche con La fattoria degli animali (Animal Farm).

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È uno dei quei testi che tutti dovrebbero leggere tra l’infanzia e l’adolescenza. La mia scusa (che l’ho letto adesso per la prima volta, dopo aver passato ampiamente i vent’anni) è che 1) meglio tardi che mai; 2) l’infanzia e l’adolescenza non sono abbastanza lunghe per leggere TUTTI i libri che andrebbero letti durante l’infanzia e l’adolescenza, e poi c’è una quantità di attività stupide ma in qualche modo formative che van fatte a quell’età. Ma sto divagando.
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Il vero nome di George Orwell era Eric Arthur Blair. Era nato nel 1903 a Motihari, in India, figlio di un funzionario che lavorava per l’impero coloniale britannico. La fattoria degli animali venne pubblicato nel 1945, appena finita la guerra, quattro anni prima di 1984 e cinque anni prima della morte di Orwell.
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La fattoria degli animali è una favola, nel senso specifico del genere letterario, cioè un breve componimento di cui sono protagonisti animali (o oggetti inanimati) che rappresentano l’uomo. È quindi un modo indiretto per riflettere sulla realtà umana e veicolare infine un insegnamento morale.

La trama ricalca la recente storia russa: la rivoluzione del 1917 che portò dal regime zarista alla repubblica socialista sovietica, fino allo stalinismo. Infatti gli animali, sfruttati dal padrone, un giorno si ribellano e lo cacciano. Cercano quindi di governare da soli la fattoria, basandosi su ideali di uguaglianza e giustizia. Ma i maiali, gli animali più intelligenti, prendono gradualmente il potere, fino a rendersi indistinguibili dal precedente padrone umano.

I riferimenti impliciti ai fatti storici sono precisi e puntuali, a partire dal nome della “Fattoria Padronale” che, dopo la rivoluzione e la cacciata del padrone, viene cambiato in “Fattoria degli Animali”; ma le fattorie vicine si ostinano a usare il vecchio nome, come le potenze occidentali non riconobbero inizialmente la nuova denominazione dell’Unione Sovietica.

Ognuno dei personaggi rappresenta un preciso personaggio storico oppure è l’emblema di una categoria o un gruppo, come gli intellettuali al servizio del potere (il maiale poeta Minimus), la milizia al servizio del potere (i cani), le masse ignoranti e facilmente manipolabili (le pecore), ecc.

Napoleon, il maiale che a un certo punto prende il potere, rappresenta Stalin o in generale la figura del dittatore. È opportunista, senza scrupoli, crudele, mistificatore e manipolatore. Napoleon fa propaganda attraverso Clarinetto (Squealer nella versione originale), un altro maiale, “abile comunicatore” come si dice oggi, che va in giro per la fattoria a tenere discorsi per celebrare il capo e convincere gli altri animali a sopportare la fatica del lavoro e lo sfruttamento. I maiali riescono così ad ingannare gli altri animali, più ingenui, attraverso disinformazione, bugie, statistiche inventate (“vi erano giorni nei quali avrebbero desiderato meno cifre e più cibo”). La storia viene riscritta, gli avvenimenti vengono sfruttati a proprio favore.
Il rivale di Napoleon, Palla di Neve (Snowball), viene prima cacciato e poi incolpato di ogni evento negativo, costantemente accusato di sabotaggio e di conspirazioni.

Mollie è una cavallina bianca, vanitosa e indifferente alla rivoluzione. Adorava quando i padroni le ornavano la criniera con nastri intrecciati. Mi ha fatto sorridere Palla di Neve che le dice: «Compagna, quei nastri che ti piacciono tanto sono il segno della schiavitù. Non capisci che la libertà vale assai più di un nastro?»

Gondrano (Boxer) è un personaggio molto dolce: è un cavallo grande e forte, ingenuo e poco intelligente ma onesto, buono e umile. Il suo contributo è fondamentale per la fattoria, ma è soprattutto la sua immagine di lavoratore instancabile e devoto che viene strumentalizzata a fine propagandistici: con il suo motto “lavorerò di più”, Gondrano diventa un modello da seguire, e un mezzo per sfruttare di più gli animali sottomessi ai maiali.

In Unione Sovietica lo stereotipo del perfetto lavoratore venne incarnato da Aleksej Stachanov, un minatore che inventò un nuovo metodo per estrarre il carbone e aumentare di molto la produttività. Per questo venne celebrato dal governo sovietico e ottenne vari riconoscimenti e medaglie, tra cui “Eroe del Lavoro Socialista”. E da lui derivano le parole stacanovismo e stacanovista, diffuse nel linguaggio comune.

Nella favola, ogni tentativo di ribellione nei confronti del potere di Napoleon viene soffocato con la violenza. In particolare l’episodio delle galline, che inizialmente rifiutano di consegnare le proprie uova, rappresenta l’uccisione del kulaki ucraini, contadini agiati che si opponevano alla collettivizzazione portata avanti da Stalin.

Il crollo del mulino, a cui gli animali avevano lavorato duramente, viene fatto passare come atto terroristico di Palla di Neve. Il fatto assomiglia all’incendio del Reichstag, avvenuto a Berlino nel 1933. L’incendio doloso fu probabilmente provocato dai nazisti, ma solo i comunisti vennero incolpati e processati. Così screditati i comunisti, principali oppositori dei nazisti, furono pesantemente sconfitti alle successive elezioni, in cui Hitler vinse alla grande e si avviò verso la dittatura. Il Reichstag è attualmente una delle attrazioni di Berlino soprattutto grazie alla cupola di Norman Foster, costruita durante l’ultimo restauro negli anni ’90.
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Gli ideali della rivoluzione degli animali vengono all’inizio sintetizzati in sette comandamenti, che inneggiano alla fratellanza tra gli animali e al disprezzo per l’uomo e tutto ciò che è relativo all’uomo. Ma i maiali, poco alla volta, aggiungono precisazioni che stravolgono il significato originale. Quando i maiali cominciano a dormire nei letti della casa padronale, qualche animale si ricorda che il quarto comandamento recitava “Nessun animale deve dormire in un letto”, ma quando vanno a controllare la scritta, notano un’aggiunta: “con le lenzuola”. E i maiali, obbiedienti alle regole, non usano lenzuola. E quando i maiali uccidono i ribelli, viene in mente il sesto comandamento: “Nessun animale deve uccidere un altro animale.” Ma ora si è aggiunto “senza motivo”. E infine, l’ultimo comandamento: “Tutti gli animali sono uguali (ma alcuni sono più uguali degli altri)”.

Nel finale i maiali organizzano una cena con i padroni delle fattorie vicine, durante la quale si comportano esatamente come gli umani, arrivando addirittura a camminare sulle due zampe posteriori. Sono quindi diventati come loro. Uno dei signori “si congatulò coi maiali per le razioni scarse, le lunghe ore di lavoro e la generale assenza di sovrabbondanza che aveva osservato nella Fattoria degli Animali.”
La cena rappresenta la Conferenza di Teheran (1943) in cui per la prima volta si riunirono i tre grandi protagonisti della seconda guerra mondiale: Stalin per l’Unione Sovietica, Roosevelt per gli Stati Uniti e Churchill per la Gran Bretagna.

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Nonostante i tanti riferimenti a fatti e persone di una realtà storica precisa, La fattoria degli animali è in generale una riflessione sugli ideali e le utopie, sulle rivoluzioni fallite, sulla corruzione del potere, sul ruolo dell’informazione, sull’ignoranza delle masse… È sempre attuale. In questo mi ha ricordato Guernica, forse l’opera più conosciuta di Picasso. Rappresenta un evento preciso: il bombardamento a tappeto della città basca di Guernica nel 1937. Ma nel quadro non c’è nessun riferimento al luogo o al periodo, e non è evidente che si tratti di un bombardamento. Questo è uno dei motivi per cui Guernica è diventato il simbolo di tutte le guerre, degli orrori e delle sofferenze subìti da popolazioni di ogni tempo e luogo.
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La fattoria degli animali è anche stata un’ispirazione in ambito musicale: per l’album Animals dei Pink Floyd (1977), per il nome del gruppo canadese Boxer the Horse (il cavallo Gondrano nella traduzione italiana), per il testo della canzone “Arthur’s Farm” degli Half Man Half Biscuit (una band che cito solo perché ha un nome fantastico).
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La fattoria degli animali è citata brevemente anche in Lost (esiste qualcosa che non sia stato citato in Lost?). Nell’episodio Exposé (stagione 3), dedicato alla morte di Nikki e Paulo e ai flashback sulla loro permanenza sull’isola, c’è una discussione: alcuni personaggi hanno scoperto che Kate e Jack avevano trovato, tra i bagagli dell’aereo, una valigetta contenente diverse pistole, ma i due non avevano diffuso la notizia e, per la sicurezza di tutti, tenevano la valigetta nascosta e chiusa a chiave. Il dottor Leslie Arzt, citando Orwell, urla a Kate “the pigs are walking!”, cioè: i sopravvissuti dovrebbero vivere sull’isola in modo democratico ed egualitario, ma alcuni di loro (Jack) sembrano cercare di prendere il potere, tenendo per sé informazioni e privilegi. Nella versione italiana la frase è stata malamente tradotta “gli sbirri sono arrivati!”, che non c’entra niente e soprattutto omette il riferimento letterario. Certo è possibile che Orwell e le sue opere siano più conosciuti presso il pubblico di lingua inglese, e forse pochi italiani avrebbero colto la citazione, ma non è questo il punto: persino i personaggi nella scena dimostrano di non capire e guardano il dottor Arzt come a dire “questo è fuorissimo”.
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Riguardo a Lost sono quasi infallibile, ma non sono un’esperta di storia: potrei aver scritto qualche cazzata. Si accettano precisazioni e correzioni!

#27 alice in wonderland + the wizard of oz

Mi sono riguardata un classico: Matrix. Non lo vedevo da anni, e con la maturità e la vasta cultura che attualmente mi contraddistinguono (?) ho un paio di argute osservazioni da fare.

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In Matrix i riferimenti ad Alice nel Paese delle Meraviglie sono molteplici. E macroscopici: a partire dalla scritta “segui il coniglio bianco”, il quale prontamente si manifesta sottoforma di tatuaggio sulla spalla di una ragazza.
Curiosità: la ragazza col tatuaggio si chiama Dujour. Du jour, in francese “del giorno”, si usa anche in inglese in riferimento al cibo nei ristoranti, e anche, per estensione, con il significato di “attuale” o “di moda”. Ma non è finita qui!! Il ragazzo di Dujour si chiama Choi: insieme, “choi [o meglio choix] du jour” significa “scelta del giorno”, in allusione alle tante decisioni importanti che Neo dovrà prendere.
Curiosità ulteriore: cercando su Google immagini “white rabbit tattoo” la quantità e varietà dei risultati è impressionante.

Le frasi di Morpheus:
“Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola dentro la tana del Bianconiglio”
(“I imagine right now you’re feeling a bit like Alice, tumbling down the rabbit hole”)

“Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio.”
(“You take the blue pill, the story ends, you wake up in your bed and believe whatever you want to believe. You take the red pill, you stay in Wonderland, and I show you how deep the rabbit hole goes.”)

Dopo aver scelto la pillola rossa, Neo tocca uno specchio che si rivela fluido e appiccicoso, e che lo ricopre completamente. La scena rappresenta il distacco da Matrix e l’ingresso nel mondo reale. In Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (Through the Looking-Glass, and What Alice Found There, il seguito di ‪Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie‬) Alice entra in un mondo alternativo attraverso uno specchio, come da titolo, giustamente.

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Un altro riferimento si trova in una battuta di Cypher: “Allacciati la cintura, Alice, che da adesso di meraviglie ne vedrai un bel po’.” In realtà, la battuta originale era: “Buckle your seatbelt Dorothy, ‘cause Kansas is going bye-bye.” Il riferimento quindi non era ad Alice, ma al Mago di Oz.
Super spoiler sul Mago di Oz: alla fine Dorothy si sveglia, ed è stato tutto un sogno. O forse no.
Tutta la tematica sogno-realtà, e in particolare un’altra frase di Morpheus, potrebbero essere quindi ancora allusioni al Mago di Oz: “Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?”
(“Have you ever had a dream, Neo, that you were so sure was real? What if you were unable to wake from that dream? How would you know the difference between the dream world, and the real world?”)

Ora, Alice nel Paese delle Meraviglie e Il Mago di Oz hanno avuto un impatto culturale tale, specialmente in ambito anglosassone, per cui riferimenti e citazioni sono un po’ ovunque, ma a me è venuto in mente Lost.
Lost trabocca di riferimenti a qualunque cosa, e la caccia alla citazione è parte del divertimento, ma Alice e Oz hanno entrambi un ruolo importante.

Ricordo solo alcuni riferimenti. Alice:

In “White Rabbit” (“Il coniglio bianco”, stagione 1, episodio 5) Jack vede suo padre nella giungla, e ques’ultimo viene paragonato da John Locke al “Bianconiglio” che Jack sta inseguendo.

Il finale della terza stagione si intitola “Through the Looking Glass” (“Attraverso lo specchio”, s03 e22-23) e parte della storia si svolge nella stazione Dharma subacquea chiamata “the Looking Glass” (Lo Specchio). E il simbolo della stazione è un coniglio.

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I conigli bianchi ricorrono molto spesso in Lost. Benjamin Linus a volte ne ha uno nella borsa, ad esempio. In più, ho letto in giro che i vestiti della madre di Ben, nelle visioni di lui da bambino, ricordano quelli di Alice nella versione Disney. E poi Jack legge Alice nel Paese delle Meraviglie ad Aaron per farlo addormentare.

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Il Mago di Oz:
Henry Gale (in Lost, il tizio del Minnesota che precipita sull’isola in mongolfiera) è il nome dello zio di Dorothy Gale, e il Mago di Oz viaggia in mongolfiera. Trivia: la mongolfiera di Henry Gale è “Proudly Sponsored By” Mr. Cluck’s Chicken Shack (la catena di fast food in cui lavorava Hurley) e Nozz-a-La Cola (un finto marchio di bibite usato da Stephen King nella serie di romanzi La torre nera). Sulla mongolfiera appare anche il logo della Widmore Corporation, l’azienda di Charles Widmore che tra le altre cose produce i test di gravidanza usati da Sun, Kate e Rachel (la sorella di Juliet).

Desmond ed Eloise, in un “flashback”, assistono al crollo di un’impalcatura che travolge un tizio appena uscito dalla metropolitana e dalle macerie spuntano solo le scarpe rosse, come le scarpette rosse della malvagia Strega dell’Est, le cui gambe emergono da sotto alla casa di Dorothy (“Flashes Before Your Eyes”, s03e08).

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There’s No Place Like Home”, il titolo dell’episodio finale della quarta stagione, è la frase ripetuta da Dorothy nel finale del film.

Il titolo “The Man Behind the Curtain” (s03e20) si riferisce al Mago di Oz che si nasconde dietro una tenda, sulla quale proietta un’enorme ombra di se stesso. Nell’episodio, parlando con John Locke, Benjamin Linus sostiene che Jacob sia il vero leader degli Altri, incredibilmente potente e pericoloso. John non gli crede e insinua che Jacob sia solo un’invenzione di Ben per conservare il potere: “Penso che non ci sia alcun Jacob, e che i tuoi compagni siano degli idioti se credono che tu riceva ordini da qualcun’altro. Sei tu l’uomo dietro le quinte, il mago di Oz! E sei un bugiardo”.
La questione della leadership tra gli Altri presentava qualche dubbio anche in precedenza: per tutta la seconda stagione si poteva ipotizzare che il capo fosse Tom, quello con la barba finta.
Ecco un paio di curiosità su Tom: il suo cognome compare solo nella sesta stagione ed è Friendly. In precedenza “Mr. Friendly” era stato usato dagli autori come soprannome ironico. Azzeccato.
A un certo punto Tom dice a Kate che lei non è il suo “tipo”. Uno potrebbe ipotizzare che preferisca le bionde, invece gli piace proprio l’altro genere: lo scopriamo quando Michael, a New York, entra nella stanza d’albergo di Tom e lo sorprende in compagnia di un certo Arturo (qui un video che è una mezza parodia dell’incontro). Il nome del focoso amante italiano potrebbe essere un riferimento ad Arturo Brachetti, il trasformista, forse gay. Tom e Arturo sono gli unici personaggi gay in Lost, oltre, presumibilmente, a Lisa, la cognata di Hurley (viene detto che è scappata con una cameriera).

A proposito: Judy Garland, che ha interpretato Dorothy nel film del 1939, è un’icona gay. Wikipedia ha addirittura una voce su questo. I motivi sono tanti: Dorothy sa accettare chi è diverso, come ad esempio il leone (“I’m just a dandy lion”). Il padre di Judy Garland era gay, si diceva che suo marito Vincente Minnelli fosse bisessuale, e Judy frequentava parecchi amici apertamente gay.
È da qui che probabilmente deriva “friend of Dorothy” come eufemismo per gay, in uso ai tempi della seconda guerra mondiale quando i comportamenti omosessuali erano illegali negli Stati Uniti. Chiedere a qualcuno se era amico di Dorothy era un modo discreto per informarsi sul suo orientamento.
Un buffo fraintendimento: nei primi anni ’80 agenti del Naval Investigative Service indagando sull’omosessualità a Chicago scoprirono che spesso uomini gay si autodefinivano “amici di Dorothy”. Non conoscendo l’origine dell’espressione, diedero inizio a un’enorme quanto inutile caccia di questa Dorothy.

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Per ulteriori considerazioni molto stupide rimando al prossimo post.