La vera vita di Sebastian Knight

Vladimir Nabokov Vera Nabokov specchio macchina da scrivere

Ho aspettato tanto a leggere questo romanzo di Nabokov, perché il titolo non mi ispirava affatto. Forse non avevo nessun interesse a leggere la vita di Sebastian Knight. Ma il libro delude in pieno le aspettative suscitate dal titolo, e di Sebastian Knight si parla tanto ma si dice davvero poco: la vera storia al centro dell’opera è quella del fratellastro di Sebastian che, dopo la morte di quest’ultimo, si dedica alle ricerche per scriverne una biografia. Ricerche appassionate e disperate quanto inconcludenti: il narratore segue per lo più delle piste false, ingannevoli o futili, che non lo portano da nessuna parte. È una storia di deviazioni, sbagli e fraintendimenti, mistificazioni. Lungo questo viaggio scopriamo, in piccola parte, la vita di Sebastian, geniale scrittore morto in giovane età, e, in dose ben maggiore, i pensieri, le impressioni, i sentimenti, e le peripezie del narratore. Un narratore di cui, peraltro, non sappiamo niente: mentre il nome del fratello appare fin dalla copertina, quello del narratore non viene mai esplicitato (soltanto una volta viene chiamato “V.”).

la vita di seb

In definitiva, lo scrittore (Nabokov) scrive un romanzo che sarebbe, nella finzione letteraria, la biografia che un autore (il fratellastro, V.) ha scritto su un noto scrittore (Sebastian Knight). La biografia, tra l’altro, contiene ampie citazioni da un romanzo di Sebastian, Oggetti smarriti, che è la «sua opera più autobiografica». Inoltre V. scrive per confutare un’altra biografia di Sebastian, La tragedia di Sebastian Knight di Mr. Goodman, a suo parere inesatta e disonesta. Mi ha fatto pensare a un infinito gioco di specchi, o alle matrioske. Il libro stesso, ripensandoci dopo averlo concluso, ricorda parecchio l’ultimo romanzo di Sebastian, L’asfodelo incerto («Il tema del libro è semplice: un uomo sta morendo»). Inoltre ho letto qui che questo libro viene spesso definito una “detective story”, ma “scritta alla maniera di Nabokov, e cioè ironicamente capovolta”, cosa che ricorda da vicino La sfaccettatura prismatica, il primo romanzo di Sebastian, descritto come «un’amena parodia dello scenario di un racconto poliziesco» («a rollicking parody of the setting of a detective tale»). Il narratore, infatti, riassume e commenta i libri di Sebastian, dei quali troviamo, all’interno della narrazione, numerose citazioni.

Ho fatto uno schemino per semplificarvi la vita:

schemino

Ma cos’è un asfodelo?

Asfodèlo o asfòdelo, anticamente chiamato asfodillo, dal greco ἀσϕόδελος, è una pianta del genere Asphodelus, della famiglia delle liliacee, che vive nei prati incolti e soleggiati.
Probabilmente a causa del colore pallido dei fiori, l’asfodelo fu associato dagli antichi greci alla morte e all’oltretomba: “secondo Omero (cfr. Odissea XI, 539, 573), le ombre dei morti si aggirano su prati di asfodelo” (Treccani). E il tema della morte è centrale ne L’asfodelo incerto, come del resto la morte di Sebastian incombe per tutto questo libro di Nabokov.

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Asfodeli

Il personaggio di Sebastian presenta diverse caratteristiche in comune con il suo autore Nabokov, come ad esempio l’abitudine di dettare ad alta voce alla propria amata che batte a macchina (Nabokov lo faceva con la moglie Vera), l’ossessione per le parole, il russo come lingua madre e l’ostinazione a scrivere nella lingua del paese di adozione, l’inglese. Entrambi sono nati nel 1899 in Russia e, dopo essere emigrati nel periodo della rivoluzione, hanno studiato a Cambridge.
D’altra parte, credo che anche il narratore abbia parecchio in comune con lui, a partire dall’iniziale: V. come Vladimir. Entrambi, Nabokov e V., vivono a Parigi (Nabokov non si era ancora trasferito negli Stati Uniti all’epoca). Come dicevo, un gioco di specchi. E anche Nabokov aveva un fratello che iniziava per S.: Sergei (di cui ho parlato qui. Sergei, come Sebastian, è morto giovane, ma dopo che il libro fu scritto). Come V. e Sebastian, anche Vladimir e Sergei si erano forse allontanati e persi di vista. Proprio il tema dello specchio e del doppio, che ricorre in Nabokov, potrebbe derivare dal rapporto di affinità e contrapposizione col fratello. Ho anche letto (qui) che Sebastian, come Sergei, potrebbe essere gay, ma onestamente non mi sembra.

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L’effetto tipo tunnel senza fine creato da due specchi paralleli ha un nome e si chiama “Infinity mirror”.

Nel brano che ho proposto qui, si dice che Sebastian «faceva quello che io penso nessun altro scrittore abbia mai fatto – ricopiava con la sua calligrafia obliqua […] il foglio già battuto, e poi lo dettava da capo». Non ho trovato informazioni in proposito, ma sono pronta a scommettere che Nabokov facesse lo stesso (anche perché gli piace l’ironia e prendere per il culo il lettore). Infine Nabokov, come sempre nelle sue opere, dissemina dettagli di se stesso e delle proprie passioni per tutto il libro: gli scacchi e le farfalle compaiono di sfuggita, e chissà quante altre cose che non ho individuato. Tra l’altro, il cognome di Sebastian è, in inglese, il cavallo degli scacchi (knight), mentre il cognome di Clare (bishop) è l’alfiere.

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Nel caso vi stiate chiedendo come si chiamano i pezzi degli scacchi in inglese.

Nel libro, i fatti sono presentati dal punto di vista del narratore e delle sue ricerche ma grossomodo nell’ordine cronologico della vita di Sebastian. L’ultimo capitolo, che tratta della sua morte, è dunque la conclusione lineare della sua storia ma rappresenta una sorta di flashback per il narratore, che ha vissuto quel momento prima di intraprendere le ricerche raccontate nel resto del libro. Quest’ultimo capitolo è, per me, un capolavoro, quasi un trucco di magia: dà un affanno sconfinato, è emozionante, e – niente spoiler, ma sappiate che Nabokov vi trolla fino all’ultimo.

 

Vladimir Nabokov Vera Nabokov specchio macchina da scrivere
Vladimir Nabokov (nello specchio!) detta e Vera Nabokov scrive a macchina.

A differenza di altre sue opere, come Invito a una decapitazione di cui avevo parlato qui, si legge con facilità, ma ci vuole un po’ più di attenzione per cogliere gli “strati” meno espliciti. Questo è un libro che ha un meccanismo possente, complesso e bellissimo, e, come qualsiasi cosa di Nabokov, è scritto meravigliosamente.

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Quanto ci piacciono i giochi di specchi.

Un ultimo fun fact: ho letto qui che i Marlene Kuntz hanno scritto una canzone ispirata a un passaggio di questo libro.

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citazioni accidentali: La vera vita di Sebastian Knight

Oggi, come un anno fa (qui e qui), vi propongo una citazione e un post più dettagliato (prossimamente!) su Vladimir Nabokov (che, se non l’aveste capito, è uno dei miei scrittori preferiti) e su questo suo meraviglioso romanzo.

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La vera vita di Sebastian Knight (The Real Life of Sebastian Knight) è il primo romanzo che Vladimir Nabokov, russo, scrisse in inglese. Pubblicato nel 1941, fu scritto tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939, quando l’autore abitava a Parigi, pare, in un appartamento così piccolo da costringerlo a usare il bagno come studio (scriveva usando come scrivania una valigia appoggiata sul bidet (fonte) e la cosa che mi stupisce di più è la presenza di un bidet a Parigi).

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Nabokov. La simpatia di quest’uomo è praticamente palpabile.

Un paio di curiosità sul bidet: anche se Wikipedia sembra insinuare un’origine italiana, altre fonti lo dichiarano un’invenzione francese del primo Settecento. Tuttavia, il bidet si trova attualmente nel 40% circa delle abitazioni francesi. La percentuale è crollata negli ultimi decenni per questioni economiche e di spazio. In Italia, invece, l’installazione del bidet è stata addirittura resa obbligatoria dal Decreto ministeriale del 5 luglio 1975, articolo 7, comma 3: «Per ciascun alloggio, almeno una stanza da bagno deve essere dotata dei seguenti impianti igienici: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo.» Sarebbe carino se anche l’utilizzo quotidiano del bidet fosse reso obbligatorio per legge, ma non si può avere tutto dalla vita.
I tedeschi e gli inglesi sono, dice Wikipedia, tra gli europei che lo usano meno: rispettivamente il 6% e il 3%. A questo punto vi chiederei, cari lettori, se per caso avete esperienze di sesso orale con esemplari di questi popoli che volete raccontarci. Ci piacciono le storie horror.

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Volevo mettere la foto di un bidet ma alla fine ho optato per il nostro Nabokov.

Ma basta con le digressioni e passiamo senza ulteriori indugi alla citazione!

Clare aveva imparato a scrivere a macchina, e le sere estive del 1924 erano state per lei altrettante pagine infilate nel rullo e poi estratte vibranti di parole nere e viola. Mi piacerebbe immaginarla china sui tasti lucenti con l’accompagnamento di una pioggia tiepida che fruscia tra gli olmi scuri di là dalla finestra aperta, mentre la voce lenta e seria di Sebastian (lui non si limitava a dettare, diceva Miss Pratt, – officiava) va e viene attraverso la stanza. Sebastian passava la maggior parte della giornata a scrivere, ma la sua gestazione era così laboriosa che raramente la sera c’erano da battere più di due paginette nuove e anche queste dovevano essere rifatte più volte, perché l’autore si abbandonava a un’orgia di correzioni; e ogni tanto faceva quello che io penso nessun altro scrittore abbia mai fatto – ricopiava con la sua calligrafia obliqua, così poco inglese, il foglio già battuto, e poi lo dettava da capo.
La sua lotta con le parole era quanto mai tormentosa, e per due motivi. Uno l’aveva in comune con scrittori del suo genere: il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero; la sensazione esasperante che le parole giuste, le parole uniche, aspettano sulla riva opposta, nella lontananza caliginosa, mentre i brividi del pensiero ancora ignudo le invocano da questa parte dell’abisso. Non gli servivano le frasi già confezionate perché le cose che lui voleva dire avevano una taglia eccezionale, e inoltre sapeva che nessuna vera idea può esistere veramente senza le parole tagliate su misura. Cosicché (per usare una similitudine più calzante) il pensiero, solo in apparenza nudo, implorava in realtà che gli abiti di cui era già rivestito divenissero visibili, mentre le parole appostate lontano non erano gusci vuoti, come sembravano, ma aspettavano soltanto che il pensiero in esse già celato le accendesse e le mettesse in moto. A volte lui si sentiva come un bambino cui avessero dato una farragine di fili ordinandogli di compiere il miracolo della luce. E lui infatti lo compiva; e talvolta non si rendeva neanche conto del modo in cui ci riusciva, talaltra invece tormentava i fili per ore in quella che sembrava la maniera più razionale – senza concludere nulla. E Clare, che in vita sua non aveva composto neanche una riga di prosa immaginativa o di poesia, capiva così bene (e questo era il suo miracolo personale) ogni particolare della lotta di Sebastian che per lei le parole battute a macchina non erano tanto i veicoli del loro senso naturale quanto le curve e i vuoti e gli zigzag che mostravano l’arrancare di Sebastian lungo una certa linea ideale di espressione.

Tra l’altro, «il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero» ricorda da vicino un argomento affrontato di recente qui su Wellentherie: l’ipotesi Sapir-Whorf.

Stay tuned per il prossimo entusiasmante post.

Love #1 – Do you love me now? (parte 2)

E questa è la seconda parte del post precedente, in cui proseguo a parlare del primo episodio della serie tv Netflix Love con approfondimenti e divagazioni.

Samsung vs Apple
samsung vs apple
Gus e Natalie

All’inizio dell’episodio, Gus e Natalie se ne stanno uno accanto all’altra seduti nel letto, ognuno con il proprio portatile: Gus ha un Samsung, quello di Natalie sembra un MacBook Air, o comunque un Mac.

Samsung vs Apple 2
Una rappresentazione visiva della “battaglia” tra Apple e, mi dicono, non Samsung ma Android. Comunque più o meno, dai. Tra l’altro con citazione starwarsiana.

La Samsung è un’azienda sudcoreana, il cui nome significa “tre stelle” in coreano, fondata dall’imprenditore Lee Byung-chul nel 1938 come azienda di distribuzione di generi alimentari. Negli anni successi Lee Byung-chul ha diversificato gli investimenti, la Samsung è cresciuta e ha cominciato a occuparsi di vendita al dettaglio, di assicurazioni e di mille altre cose, fino ad arrivare all’industria elettronica alla fine degli anni Sessanta.
La Apple è invece un’azienda statunitense fondata da Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne nel 1976 a Cupertino, in California, e produce computer, sistemi operativi e altre cose. Il celebre logo della mela morsicata fu disegnato nel 1977 da Rob Janoff e, se avete un Mac, potete ottenere il simbolo premendo Alt, maiuscole e il numero 8 (). Viene a volte considerato un omaggio ad Alan Turing, padre dell’informatica morto suicida nel 1954 a 41 anni per avvelenamento da cianuro di potassio: non distante dal corpo, venne ritrovata anche una mela mezza mangiata, che potrebbe aver contenuto il veleno (ma non fu mai analizzata). Ma quelli della Apple hanno sempre negato ogni riferimento a Turing.
Forse non tutti sanno che: il primissimo logo Apple, disegnato da Ronald Wayne, rappresenta Isaac Newton seduto sotto un melo.

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Il primo logo Apple (1976).
Delitto e castigo e Cujo

C’è una scena in cui Eric, il cocainomane ex di Mickey, le propone di leggere e porta due romanzi: Delitto e castigo e Cujo.
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(Né io né Marco li abbiamo letti, ma ci siamo spolerati le trame su Wikipedia).
Delitto e castigo, di Dostoevskij, pubblicato nel 1866, è uno dei più importanti romanzi russi di sempre.
Il titolo riprende Dei delitti e delle pene, trattato giuridico contro la pena di morte e la tortura, dell’italiano Cesare Beccaria (1738 – 1794). Il “castigo”, infatti, andrebbe più correttamente tradotto con il termine “pena” che ha anche una valenza legale. La “pena” è quella del protagonista, Rodion Romanovič Raskol’nikov, studente pietroburghese che (spoiler!) ha commesso due omicidi. In realtà, più che a una pena giuridica, si allude al castigo morale, emotivo e mentale, fatto di rimorsi, angoscia, paura di essere scoperto, del povero Raskol’nikov, che poi (spoiler!) si innamora di una certa Sonja e poi (spoiler!) si costituisce, si pente e si redime.

Attenzione: Dostoevskij non è Tolstoj (io mi confondo sempre).
Fëdor Dostoevskij (1821 – 1881) ha scritto Delitto e castigo, L’idiota, I fratelli Karamazov, I demoni, e altro.
Lev Tolstoj (1828 – 1910) ha scritto Anna Karenina, Guerra e pace, Sonata a Kreutzer, Resurrezione, e altro.
Dostoevskij
Attenzione 2: Delitto e castigo non è Orgoglio e pregiudizio, e neanche Ragione e sentimento.
Entrambi della scrittrice inglese Jane Austen, che ha un’evidente passione per i titoli Sostantivo congiunzione sostantivo, Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) parla dell’orgoglio di classe del signor Fitzwilliam Darcy, ricco gentiluomo, e del pregiudizio nei suoi confronti da parte della protagonista Elizabeth Bennet; Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), invece, racconta di due sorelle dai caratteri opposti: Elinor Dashwood, quella ragionevole, e Marianne Dashwood, quella sentimentale.

Ma torniamo ai libri citati in Love.
Cujo è un romanzo di Stephen King del 1981. A Castle Rock, cittadina immaginaria nel Maine in cui sono ambientati diversi libri di King, il cane Cujo è un docile e giocoso San Bernardo che un giorno viene morso da un pipistrello e contrae la rabbia. La malattia gli dà dolori, allucinazioni e un’irrefrenabile aggressività verso tutti, che lo porta ad attaccare e uccidere la gente.

cujo meme
Un meme su Cujo (l’immagine è una scena del film tratto dal romanzo).

Penso che i due romanzi potrebbero essere stati citati nell’episodio pilota di Love per le storie d’amore che contengono: in Delitto e castigo c’è un incontro e la nascita di una storia d’amore che, in particolare, trasforma il protagonista da premeditatore di omicidi a cristiano praticante, mentre in Cujo c’è un tradimento: Vic Trenton, infatti, scopre che sua moglie Donna lo ha tradito. Vi starete chiedendo: cosa c’entra con un cane rabbioso? Be’, Cujo è il cane del meccanico, e (spoiler!) quando Donna porta a riparare la macchina, il cane ha già ucciso il meccanico e cerca di uccidere lei e suo figlio Tad, di quattro anni, che si chiudono in macchina, la quale ovviamente è rotta e non parte.

Archetipo

Mickey lavora in una radio dove un certo dr. Greg tiene un programma in cui parla e dà consigli agli ascoltatori che telefonano. Quando però gli viene chiesto cosa significa la parola “archetipo”, da lui usata più volte, si rivela totalmente impreparato e fa una ridicola figuraccia.
archetipo

Ve lo diciamo noi, allora, cosa significa archetipo:

archètipo s. m.
1. Primo esemplare, modello: l’Iliade può essere considerata l’a. dei poemi epici o eroici.
2. In filosofia, spec. nella tradizione platonica, l’essenza sostanziale delle cose sensibili. Anche come agg.: idee archetipe.
3. Nel pensiero dello psichiatra e psicologo svizz. C. G. Jung (1875-1961), immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni.
4. Nella critica testuale, il manoscritto non noto ma ricostruibile con maggiore o minor sicurezza attraverso il confronto dei manoscritti noti, come quello da cui essi tutti deriverebbero secondo i rapporti di dipendenza raffigurati nello stemma, o albero genealogico; l’archetipo rappresenta un testo che, rispetto ai codici noti, è più vicino e complessivamente più fedele all’originale. Il termine è usato con analogo sign. anche nell’archeologia e nella storia dell’arte: statua che riproduce l’a. di Lisippo.
(dal vocabolario Treccani)

Uber

A un certo punto dell’episodio, Mickey prende un Uber per raggiungere Eric:

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Uber, fondata da Travis Kalanick e Garrett Camp nel 2009, è un’azienda con sede a San Francisco che fornisce servizi di trasporto automobilistico privato attraverso un’app che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Negli ultimi anni ha ottenuto un successo enorme ed è presente in decine di città in tutto il mondo (è arrivata in Italia nel 2013).
Normalmente le auto sono guidate da autisti professionisti, dotati di una licenza e di auto registrate per il trasporto a pagamento di clienti. Esiste poi UberPop, un servizio che permette a chiunque di registrarsi come autista e di usare la propria auto per trasportare clienti paganti. Ha avuto un grande successo perché permette agli autisti di guadagnare senza la necessità di permessi o licenze ed è per gli utenti molto conveniente rispetto a un taxi o un classico Uber.
In Italia UberPop è stato dichiarato illegale nel 2015. Fortemente osteggiato dai tassisti, è illegale anche in molte altre nazioni. Negli Stati Uniti invece ha preso piede, e compare o viene citato in numerose serie tv recenti.

The Big Bang Theory, stagione 9, episodio 15 (The Valentino Submergence):

uber big bang

The Big Bang Theory, stagione 9, episodio 23 (The Line Substitution Solution):

big uber

Girls, stagione 5, episodio 8 (Homeward Bound):

uber girls 1

Girls, stagione 5, episodio 9 (Love Stories):

uber girls 2

Master of None, stagione 1, episodio 1 (Plan B):
uber master of none

UberX e UberBLACK si riferiscono alle fasce di qualità del servizio. Uber mette a disposizione sei opzioni:
UberX – Low cost, su un’utilitaria.
UberTAXI – Il classico taxi in versione Uber.
UberBLACK – L’opzione “originaria” di Uber, su una berlina.
UberSUV – A bordo di un SUV.
UberXL – Auto con sei o più posti.
UberLUX – Auto elegante e costosa.

Uber è menzionato anche in Big Bang Theory, stagione 9, episodio 16 (The Positive Negative Reaction), e in Person of Interest, stagione 5, episodio 1 (B.S.O.D.), c’è una scena in cui John Reese in fuga si lancia dentro una macchina sulla quale sta salendo un tizio che gli dice “Dude, this is my Uber!”.

Sawing logs

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Dopo una festa, due ragazze chiedono a Gus cosa farà ora, e lui risponde “sawing some logs”. Nel doppiaggio italiano è stata tradotta quasi letteralmente “sego qualche albero” (i sottotitoli di Netflix dicono “vado a segare qualche tronco”), e non sembra avere molto senso. In inglese, “saw (some) logs” o “saw wood” significa russare, producendo un rumore simile a quello di una motosega che taglia dei tronchi, e anche dormire profondamente, essere profondamente addormentati. Se il concetto non vi è chiaro, ecco un video esplicativo su YouTube.
E lo so che quando si parla di seghe pensate a certe cose, ma in inglese ci sono un sacco di modi per dire “masturbazione” però nessuno che abbia a che fare con questo attrezzo da boscaioli (potete controllare su Sex-Lexis, un dizionario di termini sessuali).

Cometa di Halley

Nell’ultima parte dell’episodio, Gus indossa una maglietta della cometa di Halley, sulla quale scriverò un post a parte perché ci sono troppe cose da dire.

maglietta di halley

Love #1 – Do you love me now? (parte 1)

Questo post è stato scritto da Marco ed è il primo di una serie di articoli, scritti in parte da lui e in parte da me, che verranno pubblicati in parte qui e in parte su M for Maverick, che seguiranno la serie tv di Netflix Love e ne racconteranno curiosità varie e super appassionanti.
Buona lettura!


Ogni tanto mi vengono strane idee in testa. Penso “perché non commentare una serie tv episodio per episodio parlando delle curiosità, della musica, e di quanto strambo ci possa essere in 40 minuti?” e mi dico “per fare tutto ciò ho bisogno di un’esperta”; ci vuole qualcuno che potrebbe, e qui cito: “parlare per ore di Lost, Stephin Merrit (devo approfondire ‘sti Magnetic Fields) e Ferdinand de Saussure”, ma soprattutto qualcuno che ogni giorno si documenta su Wiki e Google per sfamare la sua sete di conoscenza. Ecco, lei è Wellentheorie.
La scelta è ricaduta su Love, una serie nuova per entrambi, così ci siamo visti il pilot e abbiamo dato il via al progetto.
Per ogni puntata cercheremo di analizzare quelli che a noi sono sembrati gli aspetti più curiosi o comunque più interessanti. Spoiler? Non così grossi da rovinare una prima visione.

music foo fighter t-shirt

Durante l’episodio vengono nominate tre band: Foo Fighters e Circle Jerks (nominate indirettamente da due t-shirt che indossano Gus ed Eric) e poi i Monkees quando il capo di Mickey le chiede un consiglio su una nuova band d’ascoltare mentre si allena.

music the monkees

I Monkees nascono a Los Angeles nel 1965, in pieno periodo di Beatlemania; invece che partire con il classico album d’esordio iniziarono con una serie di telefilm (volevano emulare i film dei Fab Four) e con essi promuovevano i loro pezzi musicali. Il primo, omonimo, album arrivò l’anno dopo. Il loro pezzo più famoso è I’m a believer, composto da Neil Diamond. Forse, lo conoscete grazie alla versione fatta dagli Smash Mouth per la colonna sonora di Shrek, oppure grazie alla versione italiana, Sono bugiarda di Caterina Caselli. Di recente è uscito Good Times, un nuovo album con pezzi scritti dai Monkees rimasti (il cantante Davy Jones è morto nel 2012) e da alcuni ospiti (Rivers Cuomo dei Weezer, Ben Gibbard dei Death Cab for Cutie, Noel Gallagher e Paul Weller, Carole King).
Segnalo il pezzo scritto da Noel e Weller che s’intitola Birth of an Accidental Hipster e Love to Love.
Strano che nel 2016 venga consigliata una band così rétro, ma dietro questa scelta ci possono essere i più svariati motivi.

music cirle jerks t-shirt

Ed ora passiamo al gruppo meno conosciuto dei tre, i Circle Jerks; siamo alla fine degli anni ’60, sempre nella Città degli Angeli, e Keith Morris, voce dei Black Flag dal ’76 al ’79, mette su la prima formazione assieme a Greg Hetson, Roger Rogerson e Lucky Lehrer. Il primo album, Group Sex, viene considerato il loro capolavoro (la traccia numero 11 Live Fast and Die Young è considerata il loro motto): è composto da 14 brani e dura 15 minuti (eh eh stiamo parlando di hardcore punk); Deny Everything è il pezzo più corto (0:28) e Back Against the Wall quello più lungo (1:35).
Flea, Offspring e Pennywise sono solo alcuni dei tanti artisti che hanno detto di essere stati influenzati dalla band di Keith Morris.

Immaginando che sapeste già tutto sul gruppo di Dave Grohl, mi sono messo a fare delle ricerche correlate con il nome della band e “love”. I primi risultati sono stati i diversi diverbi tra Courtney Love e il batterista dei Nirvana, ovviamente, ma non volevo annoiarvi e così ho continuato a cercare. E cos’ho scovato? Notizia fresca fresca: il buon Dave e Lionel Richie si scambiano ceste piene di muffin! Tutto nasce nel 2015, quando Grohl si ruppe la gamba in un concerto in Svezia, e Lionel invece che mandargli dei semplici fiori gli mandò una vagonata di dolci. Allora il cantante dei Foo, durante uno speciale dedicato ai Commodores, si è sdebitato in diretta. Per rimanere in tema musicale ho trovato due video dei Fighters che suonano I Love Rock’n’Roll con Joan Jett e Ain’t Talkin’ ‘bout Love dei Van Halen (alla voce il batterista Taylor Hawkins, che ha anche un suo gruppo, i Taylor Hawkins and the Coattails Riders ed ha suonato la batteria nel pezzo L’uomo più semplice di Vasco). Conoscete il pezzo dei Van Halen oppure fate parte di quelli che credevano fosse un pezzo degli Apollo 440?

Tra i brani presenti nella colonna sonora, ne abbiamo scelti due che secondo noi rappresentavano bene l’intero episodio: Do You Love Me Now? delle BreedersWe Were Meant to Be Together (Eravamo fatti per stare insieme) di Tom Brosseau. Se il primo esprime i dubbi che passano per la testa di Gus e Mickey, il secondo rappresenta quella vena di malinconia e romanticismo tenero che compare verso la fine.

Rubrica attori già visti altrove   🎬

Charlyne Yi, la dottoressa Chi Park di Doctor House.
Tracie Thoms, Kate Miller di Cold Case.
Mädchen Amick, vista in Twin Peaks (e ci sarà anche in quello nuovo), Dawson’s Creek, Gilmore Girls, ER, Gossip Girl, Californication, Damages, CSI: NY.
John Ross Bowie, Barry Kripke di The Big Bang Theory.
Dave Allen, Jeff Rosso di Freaks and Geeks.
Steve Bannos, Frank Kowchevski di Freaks and Geeks.

Bonus: Iris Apatow, la bambina attrice a cui Gus fa da insegnante, è la figlia di Judd Apatow, il creatore di Love e autore di alcuni episodi di Freaks and Geeks.


 

La seconda parte di questo post è qui.

#94 dylan dog

Mi chiamo Dog, Dylan Dog.

Come accennavo nell’articolo su Atlantide, una delle mie passioni sono i fumetti. E non posso parlare di fumetti, in Italia, senza affrontare uno degli argomenti che mi stanno più a cuore: Dylan Dog.

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La prima copertina di Dylan Dog.

Potrei parlarne per giorni; partendo dalla sua ideazione, sino al declino degli ultimi anni, ci sono così tante cose da dire su Dylan Dog che trascendono il fumetto stesso, mescolandosi con la cultura italiana di fine anni Ottanta.
Ma, essendo su Wellentheorie, mi concentrerò su tutti i fun fact e le piccole notizie che riguardano il personaggio di Dylan e il suo mondo.

  1. Dylan Dog è stato creato da Tiziano Sclavi che, all’epoca, era uno scrittore della Sergio Bonelli Editore. Nel 1986, basandosi sul personaggio che aveva ideato per Dellamorte Dellamore (romanzo all’epoca inedito), creò il più famoso indagatore dell’incubo della storia.
  2. Il nome è ispirato a Dylan Thomas, poeta e drammaturgo gallese [anche Bob Dylan, il cui vero nome è Robert Zimmerman, si è ispirato a Dylan Thomas per la scelta del nome d’arte], mentre il cognome nasce dalla passione di Sclavi per i cani (ne possiede ben sette nel momento della stesura dell’articolo). La doppia iniziale uguale (D.D.) è un classico dei fumetti (Bruce Banner, Donald Duck, Mickey Mouse, Peter Parker o lo stesso bonelliano Nathan Never).
  3. Le fattezze del volto di Dylan Dog sono state ideate ispirandosi a quelle dell’attore Rupert Everett – attore che poi interpreto Francesco Dellamorte, il protagonista del film tratto dal romanzo di Sclavi, Dellamorte Dellamore.

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    Rupert Everett in Dellamorte Dellamore (1994).
  4. A proposito di film, ci sono in giro alcuni fan film interessanti. Quello che ha riscosso maggiore successo di critica (e che è stato finanziato tramite una campagna di crowdfounding) è Vittima degli Eventi che trovate QUI.
  5. Purtroppo esiste anche un film ufficiale di Dylan Dog, uscito nel 2011: Dead of Night, con Brandon Routh (attore famoso per il ruolo di Superman in Superman Returns). Il film è così brutto che un episodio di True Blood, a confronto, merita l’oscar.

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    Brandon Routh nei panni di Superman, assieme a tutti gli altri Superman della storia cinematografica e televisiva.
  6. Nel film, per altro, ci sono varie differenze con il fumetto originale. Alcune per scelta di sceneggiatura (esempio: Dylan Dog vive a New Orleans e non a Londra), altre per motivi decisamente buffi. Il più simpatico è il mancato utilizzo di un Maggiolone come auto di Dylan: infatti, dal 1968 la Walt Disney detiene i diritti cinematografici per i Maggioloni bianchi!

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    Herbie, il maggiolino della Disney – nessun altro film può mostrare un maggiolone bianco, senza pagare i diritti.
  7. Sempre nel film, l’assistente di Dylan Dog non è Groucho, ma un tizio a caso. Tuttavia, non è la prima volta che Groucho viene eliminato dal fumetto: nell’adattamento del 1999 della Dark Horse (editrice americana che ha stampato una manciata di numeri), Groucho perde i baffi e diventa Felix.
  8. Dylan Dog non è l’unico personaggio Bonelli a essere stato pubblicato dalla Dark Horse nel 1999: lo stesso onore è spettato a Nathan Never e Martin Mystère.
  9. Ma come si pronuncia Dylan Dog? Mi ricordo che quando ero ragazzino, alle medie, eravamo tutti un po’ divisi. Si sa, all’epoca l’inglese per gli italiani era una lingua lontana, non esistevano le serie tv in lingua originale e molti di noi studiavamo francese a scuola. Alcuni lo pronunciavano Dailan, altri Dilan. Fu proprio il fumetto a chiarire questo dubbio, nel numero 19, Memorie dell’invisibile: Bree Daniels, una prostituta che Dylan conosce durante l’arco della storia, lo chiama Dailan (scritto proprio così), beccandosi come risposta un “mi chiamo Dylan, come Bob Dylan”.
  10. Bree Daniels, per altro, credo abbia il primato (ma non ho dati certi, quindi se è una castroneria segnalatemelo) di primo personaggio in un fumetto italiano a morire di AIDS (nel numero 88, Oltre la morte).
  11. Come tutti gli eroi dei fumetti, Dylan Dog ha alcuni “superpoteri”:
    1. Possiede quello che lui definisce un “quinto senso e mezzo”, qualcosa simile (ma in maniera ridotta come portata) ai “sensi di ragno” di Spiderman; è, cioè, la capacità di capire che qualcosa non torna.
    2. Ogni volta che vede una bella ragazza (e nel 90% dei casi ci finisce a letto)… se ne innamora. Non il migliore dei superpoteri.
    3. Possiede la capacità di dimenticarsi costantemente la pistola quando si reca in un luogo pericoloso a indagare. Anche questo non uno dei poteri più utili, ma ottimo come espediente per rendere partecipe dell’azione Groucho (che tipicamente gliela lancia appena in tempo), che altrimenti sarebbe stato relegato a spalla comica.
  12. Dylan Dog suona uno strumento musicale: il clarinetto. Il passo più celebre che suona è Il trillo del diavolo, una sonata di Giuseppe Tartini.
  13. Il “date” perfetto di Dylan Dog è: cinema con horror b-movie, poi pizza e coca cola. Tipicamente, non l’appuntamento sognato dalle ragazze.
  14. Un altro personaggio davvero importante della storia di Dylan Dog è il commissario Bloch, le cui origini ci permetteranno di entrare nel vivo del parallelismo più azzardato della storia di questo blog. Bloch, infatti, ha le fattezze dell’attore Robert Morley. Le Morley sono il nome delle sigarette che “The Smoking Man” fuma in X-Files (brevissimo funfact dentro il funfact: le Morley sono un fake-brand che appare in moltissime opere: Breaking Bad, Law & Order, LostThe Walking Dead, Buffy the Vampire Slayer, in molte altre serie tv e film; la loro prima apparizione conosciuta risale al film Psycho – qui la lista completa).

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    La lunga storia delle Morley.
  15. Qual è il parallelismo? Ma ovvio: Dylan DogFox Mulder!
    1. Entrambi hanno un passato misterioso (beh Dylan ha quello più strano, provenendo da un’altra epoca);
    2. Entrambi non sanno chi è il loro vero padre;
    3. Entrambi scoprono, a un certo punto, che il loro vero padre è anche il loro antagonista principale (da una parte Xabaras, dall’altra, appunto The Smoking Man);
    4. Tutti e due sono personaggi dallo sguardo malinconico, dalla mente acuta e dalla curiosità sfrenata per il paranormale;
    5. Tutti e due vengono presi di mira e derisi per i casi che decidono di seguire;
    6. Tutti e due hanno un mentore che li aiuta come può, e che rischia costantemente il posto per aiutarli (Bloch da una parte, Skinner dall’altra);
    7. Tutti e due bevono tè! Dylan Dog lo beve caldo, quando va al pub con Bloch (essendo un ex alcolista, non si avvicina mai all’alcol), mentre la bevanda preferita di Mulder è il tè freddo;
    8. Entrambi hanno dei “problemi” con il sesso: Dylan Dog finisce a letto con una donna differente in ogni numero, Mulder invece è un avido collezionista e consumatore di film e riviste porno;
    9. Sia Dylan che Fox hanno dei collaboratori capaci di andare “oltre” le regole del gioco. Dylan si rivolge spesso a personaggi come medium (Madame Trelkovski) e scienziati (professor Adam), mentre Mulder si rivolge ai The Lone Gunmen, tre hacker;
    10. Nell’episodio 5×15 di X-Files, in un flashback ambientato nel 1990 si vede al dito di Mulder una fede; anche Dylan Dog è stato sposato, con Lillie Connoly, irlandese e militante nell’I.R.A.

      Lone_Gunmen_Mulder_Memento_Mori
      I tre “Pistoleri Solitari” (The Lone Gunmen: Frohike, Langly e Byers) con Mulder.
  16. Tornando ai fun fact su Dylan Dog: ne esistono svariati videogiochi, il primo risale addirittura al 1988, mentre il più recente è del 1999 ed è stato sviluppato a Genova, la mia terra natia.
  17. Tutti quanti ci ricordiamo gli 883 (e chi ha la mia età probabilmente ha come macchia nel passato l’aver ascoltato / ballato / addirittura forse acquistato uno dei primi album). La copertina del loro terzo album, La donna, il sogno & il grande incubo, uscito nel 1995 è un omaggio a Dylan Dog (con Max Pezzali nei panni di Dylan… come direbbe Marina Massironi… brrrr rabbrividiamo).883_-_La_Donna_Il_Sogno_&_Il_Grande_Incubo
  18. Molti dei numeri di Dylan Dog sono ispirati a classici del cinema o della letteratura horror. Basti pensare al titolo del numero 1, L’alba dei morti viventi, chiaro omaggio a Dawn of the dead, primo film zombie di George Romero.
  19. Tuttavia a volte capita anche il contrario: il numero 24 di Dylan Dog si intitola I coniglio rosa uccidono, ed è citato (sia nel titolo che in qualche modo nei contenuti) ne La notte eterna del coniglio, scritto da Giacomo Gardumi ed edito da Marsilio Editore nel 2006.
  20. Per finire, un fun fact che farà contenta la nostra Wellenina: Dylan Dog è vegetariano, ama gli animali e spesso è stato usato nelle campagne animaliste contro l’abbandono degli animali durante l’estate.

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    Dylan Dog animalista.

Con questo direi che ho concluso. Se ne avete altri, ovviamente, segnalate nei commenti!

#93 gold rush

Succedeva nell’Ottocento, in qualche zona ancora mezza inesplorata del Canada o degli Stati Uniti, che si scoprisse un grande giacimento d’oro: la notizia si diffondeva in fretta e arrivavano da tutto il mondo immense ondate di lavoratori in cerca di fortuna. Questa è una gold rush.

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Cercatori d’oro nel Klondike.

Una delle più celebri è la corsa all’oro del Klondike, tra il 1896 e il 1899. Il Klondike è una regione del Territorio dello Yukon (Yukon Territory), nel Canada nord-occidentale, accanto al confine orientale dell’Alaska. Prende il nome dal fiume Klondike, un affluente del fiume Yukon. Lo Yukon (Yukon River) è un fiume che nasce nell’omonimo territorio canadese, attraversa l’Alaska e sfocia nel Mare di Bering.

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Il fiume Yukon.

Il fiume Yukon è stato luogo, nel 1965, di una delle spedizioni di Walter Bonatti (1930 – 2011), “alpinista, esploratore e giornalista italiano”. L’esperienza è raccontata in uno dei suoi libri (credo in In terre lontane). Ne approfitto per segnalare un documentario molto bello di un ragazzo che ha rifatto una spedizione analoga, pagaiando in canoa da solo per 1.400 chilometri.

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Walter Bonatti in canoa sullo Yukon.

Vi svelo una cosa: lo Yukon NON è lo Yucatán.

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Lo Yucatán è fighissimo per una serie di motivi:

1. “Sotto lo Yucatán è sepolto il cratere di Chicxulub, un enorme cratere formatosi molto probabilmente 65 milioni di anni fa con la caduta del meteorite che secondo alcune teorie scientifiche avrebbe portato all’estinzione dei dinosauri” (Wikipedia).

2. “Prima dello sbarco dei conquistatori spagnoli nella regione, lo Yucatán era una delle regioni più prospere dell’Impero Maya e conserva alcuni resti archeologici risalenti a più di tremila anni fa.”

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Il sito archeologico maya Uxmal, tanto per dire.

3. Nello Yucatán, come del resto in tutto il Messico, si parlano ancora lingue indigene come la lingua maya. La lingua più usata in Messico è lo spagnolo ma sono riconosciute ufficialmente ben 62 lingue amerindie.

Vi svelo un’altra cosa: lo Yucatán è UNO degli stati del Messico. Eh sì, perché il Messico è una Repubblica federale che comprende 31 stati. Trentuno, e io non lo sapevo. Non per niente, il nome ufficiale del Messico è Stati Uniti Messicani (in spagnolo Estados Unidos Mexicanos).

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Ma non divaghiamo: stavamo parlando della corsa all’oro del Klondike.

Nell’estate del 1897 anche lo scrittore californiano Jack London (1876 – 1916) viene a conoscenza della scoperta di ricchi giacimenti d’oro nel Klondike e parte con un amico per unirsi alla corsa all’oro. L’anno successivo torna a casa con un sacchetto d’oro che non lo arricchisce, ma le avventure vissute ispireranno molti dei suoi scritti, tra cui i suoi due romanzi più celebri, Il richiamo della foresta (The Call of the Wild) e Zanna Bianca (White Fang), entrambi ambientati nel Territorio dello Yukon al tempo della corsa all’oro.
Un paio di curiosità su Jack London (da tenere a mente per dopo):
1. Jack London era uno degli scrittori preferiti di Christopher McCandless;
2. Jack London appare in un capitolo della Saga di Paperon de’ Paperoni, intitolato Cuori nello Yukon (Hearts of the Yukon), nel quale si racconta del giovane Paperone, all’epoca cercatore d’oro nel Klondike.

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Jack London

Uno degli ultimi libri di Jules Verne (1828 – 1905), Il vulcano d’oro (Le Volcan d’Or), scritto nel 1899 ma lasciato incompleto e successivamente pubblicato postumo, è ambientato durante la corsa all’oro e racconta di due cugini canadesi e delle difficoltà che incontrano cercando fortuna nel Klondike.

La febbre dell’oro (The Gold Rush) è un celebre film muto diretto, interpretato e prodotto da Charlie Chaplin (1889 – 1977) nel 1925, che segue le vicende di un cercatore d’oro. In una delle scene più famose, il protagonista, nella miseria più disperata, cucina e mangia una scarpa.
Gossip su Charlie Chaplin: l’attrice Lillita MacMurray (1908 – 1995), nota col nome d’arte di Lita Grey, era stata scelta per il ruolo della protagonista femminile. Aveva sedici anni e aveva già recitato con Chaplin nel primo lungometraggio di quest’ultimo, Il monello (The Kid), del 1921.

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Lita Grey ne Il monello.

E poi Wikipedia dice: “in breve intrecciò una relazione col protagonista. A sei mesi dall’inizio della lavorazione del film, Lita rimase incinta di Chaplin il quale, per evitare lo scandalo, si trovò costretto a sposarla”. Lita Grey diventa così la sua seconda moglie e la madre di due dei suoi figli: Charles Jr. (1925) e Sydney Earle (1926). Intanto viene trovata un’altra attrice, Georgia Hale, per rimpiazzare Lita Grey nel film. Il matrimonio non è però felice e i due chiedono presto il divorzio.

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Charlie Chaplin, Charles Jr. e Lita Grey.

Gossip letterario su Charlie Chaplin e Lita Grey: sembra che i due abbiano in parte ispirato Vladimir Nabokov per il romanzo Lolita (1955). La loro differenza di età era notevole (lei sedici anni e lui trentacinque all’epoca del matrimonio) e il vero nome dell’attrice, Lillita, assomiglia parecchio a Lolita. E ci sono altri dettagli a sostegno di questa ipotesi (il primo ragazzo di Lolita si chiamava Charlie, alla fine del romanzo Lolita si trasferisce in Alaska, ambientazione de La febbre dell’oro, Humbert Humbert porta baffi simili a quelli di Chaplin, entrambi giocavano a tennis, sembra che Chaplin apprezzasse molto le ragazzine, eccetera).

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Il giovane Paperon de’ Paperoni con Doretta Doremì e una grande pepita d’oro.

Ma torniamo alla corsa all’oro: vi ha preso parte anche Paperon de’ Paperoni (in originale Scrooge McDuck. Un giorno farò un post con tutti i nomi originali dei personaggi di fumetti e cartoni americani). Paperone infatti non è nato ricco, anzi: è originario di Glasgow, e lì faceva il lustrascarpe. Insomma, è un immigrato e da ragazzo ha fatto i lavori più umili. Nelle miniere d’oro nel Klondike ha guadagnato il suo milione, e ormai ricco si trasferisce poi a Paperopoli (Duckburg).
Curiosità a caso su Paperone: la sua prima apparizione è del 1947, è stato creato da Carl Barks, è ispirato a Ebenezer Scrooge, il protagonista di Canto di Natale di Charles Dickens (ricco, avaro, e emotivamente arido).

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Felice Pedroni

Un altro immigrato che ha fatto fortuna nella corsa all’oro del Klondike è Felice Pedroni (1858 – 1910). Nato a Trignano, una frazione del piccolo comune di Fanano nell’Appennino modenese, ultimo di sei fratelli, rimane presto orfano di padre ed emigra prima in Francia e poi negli Stati Uniti, dove si ispanizza* il nome e si fa chiamare Felix Pedro. Fa diversi lavori finché, stanco di rischiare la vita per pochi soldi, nel 1894 viene preso dalla febbre dell’oro e va a cercare fortuna esplorando tra l’Alaska e il Canada.

*Nonostante il controllo ortografia non lo accetti, giuro che “ispanizzare” esiste, e ho le prove.

11 ispanizzare
Lo so che non mi credevate.

Nel 1902 Felix Pedro scopre un ricco filone aurifero nel fondo di un torrente, che da allora viene chiamato Pedro Creek, nei pressi dell’insediamento di Fairbanks, che all’epoca era poco più di una baracca.

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Il Pedro Creek.

In poco tempo la scoperta dell’oro attrae un grande numero di immigrati e vengono quindi poste le basi della città che ha oggi più di trentamila abitanti. Fairbanks è infatti la seconda città più grande dell’Alaska, dopo Anchorage, porto navale sulla Baia di Cook. Nessuna delle due è la capitale dell’Alaska, che invece è Juneau, e ha molti meno abitanti. L’aggettivo per dire “dell’Alaska” in inglese è alaskan, e gli abitanti “dell’Alaska” sono gli alaskans, ma non riesco a trovare un equivalente in italiano (a parte “eschimesi” o “aleutini” che però sono nomi di popolazioni/etnie che si trovano anche nel territorio dell’Alaska).

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Ma torniamo alle vicende di Felix Pedro, che torna in Italia nel 1906 e si innamora di una maestra. Lei però si rifiuta di sposarlo, allora lui torna in Alaska e sposa l’irlandese Mary Ellen Doran. Felix Pedro muore a Fairbanks a soli 52 anni, per cause apparentemente naturali, ma si sospetta avvelenato dalla moglie. Il suo corpo viene sepolto in California, e circa sessant’anni dopo ritrovato e trasferito nel cimitero di Fanano nel 1972.

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Da Fanano a Fairbanks.

 

È passato da Fairbanks anche Christopher McCandless, che ci è arrivato in autostop dal North Dakota nell’aprile 1992. Da lì è andato in direzione dell’Alaska, finché ha trovato un autobus abbandonato: lo ha chiamato Magic Bus e ci ha vissuto per un centinaio di giorni. Poi è morto perché ha mangiato una pianta avvelenata.

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Christopher McCandless in un autoscatto davanti al Magic Bus.

Nel 1997 l’alpinista e scrittore Jon Krakauer pubblica Nelle terre estreme (Into the Wild), che ricostruisce e racconta il viaggio di Christopher McCandless a partire dal suo diario e dai racconti delle persone che lo hanno incontrato lungo il percorso. Il libro diventa un bestseller e nel 2007 Sean Penn ne fa il film Into the Wild – Nelle terre selvagge.

#75 parole “intraducibili”

 * EDIT *
Awumbuk, appel du vide, basorexia, torschlusspanik, matutolypea:
nuove entusiasmanti parole “intraducibili” qui!


Gli eschimesi e la neve

Nel finale di questo post avevo accennato alla questione delle parole eschimesi per la neve. Pare che gli eschimesi, infatti, o meglio gli Inuit, siccome stanno sempre in mezzo alla neve e al ghiaccio, e hanno necessità di parlarne in modo particolarmente accurato, possiedano nella loro lingua decine, addirittura centinaia di vocaboli diversi per descrivere la neve e il ghiaccio.
È una storia molto carina: peccato che sia falsa, frutto di analisi approssimative e fraintese (ne parlerò approfonditamente in un altro post).

Le “intraducibili”

È però vero che ogni lingua, a causa di innumerevoli fattori, organizza concettualmente la realtà in modo unico, diverso da ogni altra lingua, e che quindi esistono parole “intraducibili”, o meglio, che si possono tradurre soltanto attraverso lunghe perifrasi. Per fare un esempio facile, e molto concreto: gli inglesi non avevano una parola inglese per dire “pizza”, perché loro la pizza non ce l’avevano, allora avrebbero potuto chiamarla “oven-baked flat bread typically topped with a tomato sauce and cheese”, ma hanno optato per prendere in prestito il sostantivo italiano “pizza”.

E poi i colori, i sentimenti, le azioni,… L’intero spettro del possibile non viene mai suddiviso allo stesso modo da lingue diverse.
L’argomento non è una novità: dovrebbe essere noto a chiunque parli una seconda lingua, e se ne è scritto molto. Inoltre girano infinite leggende metropolitane su parole assurde che, a un più attento esame, risultano spesso false o almeno distorte, come la storia degli eschimesi e della neve. Ma è sempre un discorso interessante.

lost-in-translation

Anjana Iyer ha illustrato cento parole intraducibile in una serie chiamata “Found in Translation” (e ne approfitto per mettere una foto di Lost in Translation, così, tanto per).

Anjana Iyer
Anjana Iyer

Alcuni esempi:

Io, ogni volta che esco dalla parrucchiera.
io, ogni volta che esco dalla parrucchiera.

Qualcuno scrive che la parola giapponese age-otori in realtà non esiste, però mi piace pensare che sia vera.

Cafuné 1 Cafuné 2
Cafuné, in portoghese, significa far scorrere le dita ripetutamente tra i capelli (i propri o quelli di qualcun altro, non mi è chiaro). Dovrebbe essere una parola in portoghese brasiliano, probabilmente di origine kimbundu, che è una lingua bantu parlata in Africa Centrale e soprattutto in Angola.

Culaccino 1 culaccino 2
Un culaccino, in italiano, dovrebbe essere il “segno che lascia un recipiente bagnato sul luogo dov’è stato posato”. Non lo avevo mai sentito, ma è senza dubbio una parola indispensabile, riconosciuta dal vocabolario Treccani come “non comune”.
culaccino buckley
Ora so come descrivere la copertina del Live at Sin-é di Jeff Buckley.

fiolero
Lo spagnolo friolero è perfettamente traducibile in italiano ma molto più carino del nostro “freddoloso”. Sembra che non abbia un equivalente in inglese, a parte “nesh”, che è però un aggettivo dialettale.

Hanyauku
La parola indispensabile per ogni vacanza al mare: hanyauku, camminare in punta di piedi sulla sabbia che scotta. Dovrebbe essere una parola in kwangali, o rukwangali, una lingua bantu parlata in Namibia e Angola.

Mamihlapinatapai
Mamihlapinatapai, o mamihlapinatapei, “è una parola del lessico yamana, la lingua degli Yamana, una popolazione autoctona della Terra del Fuoco prossima all’estinzione. Il vocabolo è noto per essere una delle parole più concise e di difficile traduzione al mondo, come viene presentata nel libro del Guinness dei primati. Il termine descrive l’atto di «guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo».”

Ohrwurm
Ohrwurm, in tedesco, può avere due significati.
1. Un insetto dell’ordine dei Dermatteri, comunemente noti come “forbici” per le loro “caratteristiche appendici a forma di pinza, dette cerci”. Il nome Ohrwurm, earwig in inglese, è dovuto alla falsa credenza popolare che questo insetto abbia l’abitudine di introdursi nell’orecchio umano e fare il nido all’interno del cervello (ew!). La Wikipedia inglese sostiene che, contrariamente a queste dicerie, gli earwigs non entrano di proposito nelle orecchie umane, ma qualche volta ci finiscono dentro per caso (eeew!).
2. Ma Ohrwurm può anche essere tradotto in inglese con earworm o brainworm, e si riferisce a una melodia orecchiabile che ti rimane in testa, e continui a suonarla mentalmente per tutto il tempo, spesso in modo ripetitivo e non desiderato.

Pochemuchka 1 Pochemuchka 2
In russo, un pochemuchka (почемучка) è una persona, di solito un bambino, che fa troppe domande. Il sostantivo viene da почему́ (počemú), cioè “perché”.

tingo
Tingo, in lingua rapanui, dovrebbe significare: prendere in prestito (e non restituire) oggetti, uno alla volta, dalla casa di un amico o un vicino, finché non rimane niente (un po’ come fa Homer Simpson con Ned Flanders).
Questo bizzarro vocabolo è stato usato anche per il titolo di un libro, The Meaning of Tingo, di Adam Jacot de Boinod, che elenca parole in lingue di tutto il mondo che non hanno uno specifico equivalente in inglese.
La lingua rapanui, rapa nui, pasquano o pasquense è una lingua polinesiana parlata a Rapa Nui, ovvero l’Isola di Pasqua, isola cilena  nell’Oceano Pacifico meridionale.

Rapa Nui, l’Isola di Pasqua
Rapa Nui, l’Isola di Pasqua

E poi, lo tsundoku:
tsundoku 1
tsundoku 3 tsundoku 2

Infine, ringraziamo la Norvegia, per aver regalato al mondo intero Edvard Munch, i Kings of Convenience e la parola “utepils”: bere una birra all’aperto, in un giorno di sole.
Utepils

E voi conoscete parole, intraducibili in italiano ma bellissime e indispensabili, nei vostri dialetti o in qualche seconda lingua? (Che poi tecnicamente anche il dialetto è una seconda lingua, ma questo è un altro discorso).

#69 alcune cose che ho imparato quest’estate.

Un post cumulativo dopo l’inattività di agosto (sì, sono tornata, ciao).

● La pagina Wikipedia sugli scarafaggi è scritta con grande amore: “Sono insetti cosmopoliti […] dai colori poco appariscenti […] sono generalmente insetti con abitudini notturne, e piuttosto schivi. Sono cattivi volatori ma, in compenso, eccezionali corridori, dotati di una notevole velocità di movimento. Hanno uno spiccato senso di orientamento”. La ciliegina sulla torta: “Un altro aspetto comportamentale di notevole importanza, sotto l’aspetto pratico, è l’abitudine degli scarafaggi a defecare e rigurgitare durante l’alimentazione sullo stesso substrato.”
Imperdibile il paragrafo “Gli scarafaggi nei media e nella cultura”, molto ben fatto, per quanto non regga il confronto col suo omologo anglofono “Cockroaches in popular culture”. L’incipit: “La stretta relazione fra l’uomo e alcuni Blattoidei ha inevitabilmente ispirato la citazione di questi insetti in molti contesti”.
La Wikipedia inglese parla di scarafaggi in grado di sopravvivere per un mese senza cibo, 45 minuti senz’aria, sott’acqua per mezz’ora, 12 ore sotto gli zero gradi centigradi. (C’è anche il paragrafo “Role as pests” che avevo letto “Role as pets” e mi stavo preoccupando…).
cockroach
È diffusa, ma non del tutto fondata, la leggenda metropolitana secondo cui gli scarafaggi sarebbero l’unica forma di vita a sopravvivere sul pianeta dopo una guerra nucleare. In effetti gli scarafaggi hanno una resistenza alle radiazioni molto più alta dei vertebrati, ma non particolarmente alta se paragonata a quella di altri insetti.
Al momento, la “forma di vita più resistente alle radiazioni del mondo” sembra essere il Deinococcus radiodurans, un batterio estremofilo, “in grado di resistere a dosi di radiazioni di gran lunga superiori a quelle necessarie per uccidere un qualsiasi animale. […] È, inoltre, in grado di sopravvivere a condizioni estreme di freddo, disidratazione, vuoto e acidità”. Per questi motivi è soprannominato Conan il Batterio.
conan
“Fu scoperto nel 1956 […] nel corso di un esperimento per determinare se il cibo in scatola potesse essere sterilizzato utilizzando alte dosi di raggi gamma. Una confezione di carne in scatola fu esposta ad una cospicua dose di radiazioni, ritenute sufficienti ad uccidere tutte le forme di vita in essa presenti, ma ad una successiva analisi dell’alimento irraggiato fu isolato il batterio.” E la trama si infittisce: “Un team di scienziati russi ed americani ha proposto che la radioresistenza di D. radiodurans abbia origini marziane. L’evoluzione del microrganismo potrebbe avere avuto luogo sulla superficie di Marte, per poi successivamente diffondersi sulla Terra come conseguenza di un impatto meteorico.” Il tuttavia guastafeste: “Tuttavia, a parte l’estrema resistenza alle radiazioni, D. radiodurans è geneticamente e biochimicamente molto simile ad altre forme di vita terrestri, una circostanza che depone contro l’ipotetica origine extraterrestre.”

● Per la serie: La Storia raccontata da Wellentheorie.
Quasi tutto il subcontinente indiano (gli attuali Stati di Pakistan, India e Bangladesh) è stato fino al 1947 dominio coloniale britannico. Tra le due guerre mondiali, si sviluppano e si diffondono nell’India britannica (come in molti altri paesi all’epoca sottoposti al colonialismo occidentale) ribellioni e movimenti anticoloniali e indipendentisti. In questo contesto, il più famoso è il Mahatma Gandhi, e tutta la sua teoria della lotta non violenta, la protesta tramite disobbedienza civile di massa, e quant’altro. L’abbandono della moda occidentale e il ritorno agli abiti tradizionali indiani (in particolare il dhoti) rientrano nella sua campagna per la “non cooperazione” e per il boicottaggio di tutto quello che era associato agli inglesi, e agli stranieri in genere.
young Gandhi gandhi
Dopo la seconda guerra mondiale, quando il governo inglese, laburista, si è ormai deciso a concedere l’indipendenza all’India, salta fuori un problema: i rappresentanti delle due confessioni religiose principali, induismo e islam, non riescono ad andare d’accordo, e vogliono essere divisi in due Stati diversi, autonomi. Gli inglesi dicono okay, si può fare, ma c’è un altro problema: le aree a maggiore diffusione musulmana sono due: una nell’estremo occidente, l’altra nell’estremo oriente. Gli inglesi, quindi, pianificano, al centro, il nuovo Stato dell’Unione indiana, a maggioranza indù, e un unico Stato a maggioranza musulmana, chiamato Pakistan, diviso però in due parti: il Pakistan occidentale e il Pakistan orientale. È il 1947. Gli inglesi dicono okay, vi abbiamo dato l’indipendenza, vi abbiamo disegnato due stati autonomi, ora siamo a posto, vivrete felici e contenti, prego, non c’è di che, figuratevi. Felici e contenti una beata minchia, pensano in coro tutti gli indiani: all’interno dei nuovi Stati vivono minoranze dell’altra religione (musulmani in India, indù in Pakistan) che dopo la divisione (Partition) fuggono in massa verso l’altro Stato. L’esodo è imponente e, nonostante le raccomandazioni gandhiane, tutt’altro che pacifico: le violenze sono atroci, da entrambi le parti. Le vittime sono molte. Inoltre, da subito, cominciano le contestazioni riguardanti i confini, in particolare riguardo al Kashmir, regione tuttora contesa tra India, Pakistan e Cina.
east-and-west-pakistan
Non è finita: il Pakistan orientale, scontento, dopo un po’ vuole staccarsi dal suo amico occidentale, e diventare uno Stato indipendente. Il Pakistan occidentale non vuole, e manda l’esercito a reprimere la ribellione indipendentista. Ma non c’è niente da fare contro i bengalesi incazzati: nasce così, nel 1971, lo Stato del Bangladesh.
india
Due cose sul Pakistan: con più di 180 milioni di abitanti è il sesto Stato più popoloso del mondo, e il secondo maggior stato musulmano nel mondo dopo l’Indonesia. Il nome Pakistan è stato coniato nel 1933, come acronimo dei nomi delle regioni Punjab, Afghania (o Khyber Pakhtunkhwa, o North-West Frontier Province o NWFP o altri nomi), Kashmir, Indus (che dovrebbe essere un fiume), Sindh e Balochistan (o Belucistan).
pakistan
E poi, Indira Gandhi: non è la figlia del Mahatma Gandhi. Non è parente del Mahatma Gandhi. Lo so, alcuni libri lo dicono, ma non è vero: in realtà era la figlia di Jawaharlal Nehru, Primo Ministro indiano dal 1947 al 1964. Nata Indira Nehru, prese il cognome dal marito Feroze Gandhi, che non era imparentato con il Mahatma Gandhi.

● Non sono un’esperta di letteratura russa, ma quest’estate ho appreso che in ogni romanzo o racconto russo che si rispetti c’è almeno un samovar, e spesso si incontra anche una redingote.

Il samovar “è un contenitore metallico tradizionalmente usato in Russia, nei paesi slavi, in Iran, nel Kashmir e in Turchia per scaldare l’acqua” per fare il tè. Può avere diverse forme e dimensioni, e ne esistono anche di elettrici. Qui un video molto istruttivo.
samovar painting
Il samovar è un elemento ricorrente anche nei dipinti russi di ogni epoca e stile. (I quadri nell’immagine dovrebbero essere di Boris Kustodiev, Kazimir Malevich, Dmitry Zhuravlev, Kuzma Petrov-Vodkin, Sergey Kondrashov, Ievlev Boris Alexandrovich e Viktor Lyapkalo).
E così ho scoperto Viktor Lyapkalo, pittore: nella classifica dei suoi soggetti preferiti il samovar sembra essere secondo soltanto alle donne nude.
redingote
Redingote” viene dalla storpiatura francese dell’inglese “riding coat” (veste o mantello per cavalcare) o “raining coat” (mantello da pioggia). È una sorta di soprabito o cappotto, aderente in vita, lungo fino al ginocchio e con falde aperte nella parte posteriore, diffuso in Europa nel Settecento e nell’Ottocento.

human heart
● Il simbolo grafico del cuore stilizzato ha ben poco a che fare con l’effettiva forma di un cuore umano (nel disegno qui sopra).
Non si sa di preciso la sua vera origine: potrebbe rappresentare il cuore di una mucca (nella foto qui sotto), oppure varie rotondità femminili (seni, natiche, o vulva), oppure il seme di silfio, una pianta estinta che nell’antichità veniva utilizzata come contraccettivo.

beef heart

Virginia Woolf usa aggettivi come bislacco, recondito, imperituro, baldanzoso, proclive, garrulo, e personalmente mi sta molto simpatica.

i-heart-u

● Se avete visto The Leftovers e non vi è piaciuto, mi sa che non possiamo essere amici. Sappiatelo.
Stop-Wasting-Your-Breath

nora durst è il mio idolo