#109 ipotesi Sapir-Whorf (un’introduzione)

L’ipotesi Sapir-Whorf dice che la lingua che parliamo ha un profondo impatto sulla nostra visione del mondo. Una data lingua, con il suo vocabolario e con le sue strutture grammaticali, influenza il sistema cognitivo e il modo di vedere il mondo dei suoi parlanti: ne consegue che i parlanti di lingue diverse avranno diverse concezioni della realtà.
Una lingua non è solo uno strumento per esprimere idee, ma è essa stessa che dà forma alle idee e all’attività mentale dell’individuo. Senza una lingua, non solo non potremmo parlare della realtà: non potremmo neanche pensarla, perché la lingua organizza la materia amorfa del pensiero. L’esperienza umana sarebbe come una nube, confusa e indistinta, composta da un’infinità di percezioni, sensazioni e informazioni, che di per sé non hanno senso né identità precise. È il linguaggio a dare una struttura alla mente pensante e al suo modo di percepire e interpretare la realtà: suddivide il mondo percettivo in schemi e categorie logiche, lo organizza, stabilisce relazioni e legami. Il sistema di coniugazioni verbali, ad esempio, dà forma alle azioni e al loro svolgersi nel tempo.

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L’ipotesi Sapir-Whorf è una forma di relativismo linguistico, in quanto la realtà, l’esperienza umana, la conoscenza, non sono considerate valori universali, oggettivi e assoluti, bensì relativi e variabili da cultura a cultura. La lingua non è un insieme di etichette che si applica a concetti universalmente condivisi, poiché tali concetti non esistono indipendentemente da una lingua che dia loro una definizione. Il fatto che tante parole non siano perfettamente traducibili da una lingua all’altra, che non abbiano cioè equivalenti esatti, ne sarebbe una prova. Il “mondo reale” non esiste uguale per tutti, poiché è inconsciamente costruito dalla lingua di un gruppo sociale. Ogni lingua rappresenta e crea un “mondo reale” diverso da quello di ogni altra lingua.
Mentre la versione “debole” del relativismo linguistico si limita a sottolineare il profondo legame e l’interazione costante tra lingua e pensiero, la versione “forte”, attribuita a Whorf, sostiene che la lingua crei (o determini) il pensiero, unilateralmente, e per questo è chiamata anche determinismo linguistico.

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Ci sono fumetti sull’ipotesi Sapir-Whorf, sì.

Se siete come me, ora sarete colti da un entusiasmo irrefrenabile e penserete cose del tipo “Mi immagino la luna come una donna e il sole come un uomo, ma se fossi tedesco sarebbe il contrario perché la luna (der Mond) è maschile e il sole (die Sonne) femminile” (ne avevo parlato qui) oppure “Per me la neve è tutta uguale, ma gli eschimesi hanno decine di parole per descriverla e vedono ogni tipo di neve come un oggetto diverso” (e non è vero, lo accennavo qui), e altre amenità.
Ma, prima di smontare del tutto il suddetto entusiasmo, facciamo qualche passo indietro.

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Edward Sapir

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Edward Sapir (1884-1939) nasce nell’Impero germanico, in quella che oggi è la città polacca di Lębork, da una famiglia di ebrei lituani in cui si parla Yiddish come prima lingua. Durante la sua infanzia, la famiglia si trasferisce prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, e si stabilisce infine a New York. Al college studia filologia germanica e antropologia. Partecipa a un seminario dell’antropologo Franz Boas (1858-1942), che lo introduce alle lingue dei nativi americani e inuit.

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Due parole su questo Franz Boas: di origine tedesca, è considerato il padre dell’antropologia americana. È tra i primi ferventi oppositori del razzismo scientifico, che giustificherebbe l’inferiorità di certe “razze” umane su basi biologiche. Rifiuta inoltre l’idea che determinate culture siano “primitive” o “meno evolute” rispetto ad altre, poiché non esiste un percorso evolutivo, simile per ogni popolo, lungo il quale si possano collocare culture più o meno elevate, o giuste, o migliori. Boas introduce il concetto di relativismo culturale, secondo il quale le altre culture non vanno studiate in base ai nostri criteri, e ogni persona (con le sue idee, valori, credenze, comportamenti) va giudicata relativamente al contesto culturale a cui appartiene e non in modo assoluto. L’antropologia, per Boas, è lo studio combinato di quattro campi: le caratteristiche fisiche e biologiche, gli aspetti culturali e le usanze, le testimonianze archeologiche, e la lingua. Sostiene che sia impossibile comprendere una cultura senza conoscerne direttamente la lingua. Con questa impostazione, contribuisce a incoraggiare gli studi e le documentazioni delle lingue native americane.

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Sapir, col cappello.

Torniamo al nostro Sapir, che fa ricerche sul campo e studia le lingue Chinook, Takelma, Shasta Costa, Yana, Ute, ecc. Lavora inoltre sulle relazioni storiche tra le lingue indigene americane e alla loro classificazione in famiglie. Pubblica un’introduzione alla linguistica dal titolo Language nel 1921, continua a occuparsi di antropologia, si interessa di psicologia, scrive poesie.
Ha problemi di cuore, e muore nel 1939 a soli 55 anni.

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Benjamin Lee Whorf, di cui non ho trovato una foto ad alta risoluzione.

Whorf

Benjamin Lee Whorf (1897-1941) è un ingegnere chimico. Uomo spirituale e interessato alla teologia, si dedica nel tempo libero all’analisi di testi biblici e impara l’ebraico. Nasce probabilmente qui la sua passione per la linguistica. Comincia a studiare numerose lingue native americane (Nahuatl, Piman, Tepecano, ecc.). Linguista autodidatta, svolge ricerche, scrive articoli, e si fa un nome nell’ambiente. Mantiene il suo lavoro presso una compagnia assicurativa (Hartford Fire Insurance Company), per la quale gira l’America ispezionando impianti produttivi in merito alla prevenzione incendi, e si iscrive all’università di Yale, dove segue il corso di linguistica nativa americana di Edward Sapir (e dove, tra l’altro, non arriverà mai a conseguire la laurea in linguistica).
Ma la sua salute non è solida quanto il suo amore per le lingue, e il nostro linguista dilettante muore di cancro a soli 44 anni.

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Una (presunta) citazione di Whorf con una foto di Sapir. Benissimo. (fonte)

Potremmo ridicolizzare quest’uomo per non essere un vero linguista («Torna alle tue stupide assicurazioni, Benny!») ma non lo faremo. Anzi, ne elogeremo senza riserve la passione e l’eclettismo intellettuale, la mente creativa, l’ardita sfacciataggine. Bisogna dire, tuttavia, che l’accuratezza non era il suo forte. Va anche ricordato che la maggior parte dei suoi scritti furono pubblicati, diffusi e discussi soltanto dopo la sua morte: negli anni, gli amici G. L. Trager, Harry Hoijer, e John Bissell Carroll pubblicarono raccolte e antologie di suoi articoli e scritti inediti e, tra l’altro, fu Hoijer a coniare l’espressione “Sapir-Whorf hypothesis” a una conferenza nel 1954. Le sue idee presero vita propria, e Whorf non poteva più rispondere alle critiche o alle richieste di chiarimenti. Molti suoi passaggi sono ambigui e hanno dato luogo a differenti interpretazioni. Tenendolo a mente, proveremo ad analizzare alcune questioni salienti – nei prossimi post.

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Un meme di Linguist Llama esprime senza mezzi termini la sua opinione sull’ipotesi Sapir-Whorf. Qua su Wellentheorie saremo più fini e più articolati, giuro.
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Love #1 – Do you love me now? (parte 2)

E questa è la seconda parte del post precedente, in cui proseguo a parlare del primo episodio della serie tv Netflix Love con approfondimenti e divagazioni.

Samsung vs Apple
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Gus e Natalie

All’inizio dell’episodio, Gus e Natalie se ne stanno uno accanto all’altra seduti nel letto, ognuno con il proprio portatile: Gus ha un Samsung, quello di Natalie sembra un MacBook Air, o comunque un Mac.

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Una rappresentazione visiva della “battaglia” tra Apple e, mi dicono, non Samsung ma Android. Comunque più o meno, dai. Tra l’altro con citazione starwarsiana.

La Samsung è un’azienda sudcoreana, il cui nome significa “tre stelle” in coreano, fondata dall’imprenditore Lee Byung-chul nel 1938 come azienda di distribuzione di generi alimentari. Negli anni successi Lee Byung-chul ha diversificato gli investimenti, la Samsung è cresciuta e ha cominciato a occuparsi di vendita al dettaglio, di assicurazioni e di mille altre cose, fino ad arrivare all’industria elettronica alla fine degli anni Sessanta.
La Apple è invece un’azienda statunitense fondata da Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne nel 1976 a Cupertino, in California, e produce computer, sistemi operativi e altre cose. Il celebre logo della mela morsicata fu disegnato nel 1977 da Rob Janoff e, se avete un Mac, potete ottenere il simbolo premendo Alt, maiuscole e il numero 8 (). Viene a volte considerato un omaggio ad Alan Turing, padre dell’informatica morto suicida nel 1954 a 41 anni per avvelenamento da cianuro di potassio: non distante dal corpo, venne ritrovata anche una mela mezza mangiata, che potrebbe aver contenuto il veleno (ma non fu mai analizzata). Ma quelli della Apple hanno sempre negato ogni riferimento a Turing.
Forse non tutti sanno che: il primissimo logo Apple, disegnato da Ronald Wayne, rappresenta Isaac Newton seduto sotto un melo.

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Il primo logo Apple (1976).
Delitto e castigo e Cujo

C’è una scena in cui Eric, il cocainomane ex di Mickey, le propone di leggere e porta due romanzi: Delitto e castigo e Cujo.
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(Né io né Marco li abbiamo letti, ma ci siamo spolerati le trame su Wikipedia).
Delitto e castigo, di Dostoevskij, pubblicato nel 1866, è uno dei più importanti romanzi russi di sempre.
Il titolo riprende Dei delitti e delle pene, trattato giuridico contro la pena di morte e la tortura, dell’italiano Cesare Beccaria (1738 – 1794). Il “castigo”, infatti, andrebbe più correttamente tradotto con il termine “pena” che ha anche una valenza legale. La “pena” è quella del protagonista, Rodion Romanovič Raskol’nikov, studente pietroburghese che (spoiler!) ha commesso due omicidi. In realtà, più che a una pena giuridica, si allude al castigo morale, emotivo e mentale, fatto di rimorsi, angoscia, paura di essere scoperto, del povero Raskol’nikov, che poi (spoiler!) si innamora di una certa Sonja e poi (spoiler!) si costituisce, si pente e si redime.

Attenzione: Dostoevskij non è Tolstoj (io mi confondo sempre).
Fëdor Dostoevskij (1821 – 1881) ha scritto Delitto e castigo, L’idiota, I fratelli Karamazov, I demoni, e altro.
Lev Tolstoj (1828 – 1910) ha scritto Anna Karenina, Guerra e pace, Sonata a Kreutzer, Resurrezione, e altro.
Dostoevskij
Attenzione 2: Delitto e castigo non è Orgoglio e pregiudizio, e neanche Ragione e sentimento.
Entrambi della scrittrice inglese Jane Austen, che ha un’evidente passione per i titoli Sostantivo congiunzione sostantivo, Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) parla dell’orgoglio di classe del signor Fitzwilliam Darcy, ricco gentiluomo, e del pregiudizio nei suoi confronti da parte della protagonista Elizabeth Bennet; Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), invece, racconta di due sorelle dai caratteri opposti: Elinor Dashwood, quella ragionevole, e Marianne Dashwood, quella sentimentale.

Ma torniamo ai libri citati in Love.
Cujo è un romanzo di Stephen King del 1981. A Castle Rock, cittadina immaginaria nel Maine in cui sono ambientati diversi libri di King, il cane Cujo è un docile e giocoso San Bernardo che un giorno viene morso da un pipistrello e contrae la rabbia. La malattia gli dà dolori, allucinazioni e un’irrefrenabile aggressività verso tutti, che lo porta ad attaccare e uccidere la gente.

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Un meme su Cujo (l’immagine è una scena del film tratto dal romanzo).

Penso che i due romanzi potrebbero essere stati citati nell’episodio pilota di Love per le storie d’amore che contengono: in Delitto e castigo c’è un incontro e la nascita di una storia d’amore che, in particolare, trasforma il protagonista da premeditatore di omicidi a cristiano praticante, mentre in Cujo c’è un tradimento: Vic Trenton, infatti, scopre che sua moglie Donna lo ha tradito. Vi starete chiedendo: cosa c’entra con un cane rabbioso? Be’, Cujo è il cane del meccanico, e (spoiler!) quando Donna porta a riparare la macchina, il cane ha già ucciso il meccanico e cerca di uccidere lei e suo figlio Tad, di quattro anni, che si chiudono in macchina, la quale ovviamente è rotta e non parte.

Archetipo

Mickey lavora in una radio dove un certo dr. Greg tiene un programma in cui parla e dà consigli agli ascoltatori che telefonano. Quando però gli viene chiesto cosa significa la parola “archetipo”, da lui usata più volte, si rivela totalmente impreparato e fa una ridicola figuraccia.
archetipo

Ve lo diciamo noi, allora, cosa significa archetipo:

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1. Primo esemplare, modello: l’Iliade può essere considerata l’a. dei poemi epici o eroici.
2. In filosofia, spec. nella tradizione platonica, l’essenza sostanziale delle cose sensibili. Anche come agg.: idee archetipe.
3. Nel pensiero dello psichiatra e psicologo svizz. C. G. Jung (1875-1961), immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni.
4. Nella critica testuale, il manoscritto non noto ma ricostruibile con maggiore o minor sicurezza attraverso il confronto dei manoscritti noti, come quello da cui essi tutti deriverebbero secondo i rapporti di dipendenza raffigurati nello stemma, o albero genealogico; l’archetipo rappresenta un testo che, rispetto ai codici noti, è più vicino e complessivamente più fedele all’originale. Il termine è usato con analogo sign. anche nell’archeologia e nella storia dell’arte: statua che riproduce l’a. di Lisippo.
(dal vocabolario Treccani)

Uber

A un certo punto dell’episodio, Mickey prende un Uber per raggiungere Eric:

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Uber, fondata da Travis Kalanick e Garrett Camp nel 2009, è un’azienda con sede a San Francisco che fornisce servizi di trasporto automobilistico privato attraverso un’app che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Negli ultimi anni ha ottenuto un successo enorme ed è presente in decine di città in tutto il mondo (è arrivata in Italia nel 2013).
Normalmente le auto sono guidate da autisti professionisti, dotati di una licenza e di auto registrate per il trasporto a pagamento di clienti. Esiste poi UberPop, un servizio che permette a chiunque di registrarsi come autista e di usare la propria auto per trasportare clienti paganti. Ha avuto un grande successo perché permette agli autisti di guadagnare senza la necessità di permessi o licenze ed è per gli utenti molto conveniente rispetto a un taxi o un classico Uber.
In Italia UberPop è stato dichiarato illegale nel 2015. Fortemente osteggiato dai tassisti, è illegale anche in molte altre nazioni. Negli Stati Uniti invece ha preso piede, e compare o viene citato in numerose serie tv recenti.

The Big Bang Theory, stagione 9, episodio 15 (The Valentino Submergence):

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The Big Bang Theory, stagione 9, episodio 23 (The Line Substitution Solution):

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Girls, stagione 5, episodio 8 (Homeward Bound):

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Girls, stagione 5, episodio 9 (Love Stories):

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Master of None, stagione 1, episodio 1 (Plan B):
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UberX e UberBLACK si riferiscono alle fasce di qualità del servizio. Uber mette a disposizione sei opzioni:
UberX – Low cost, su un’utilitaria.
UberTAXI – Il classico taxi in versione Uber.
UberBLACK – L’opzione “originaria” di Uber, su una berlina.
UberSUV – A bordo di un SUV.
UberXL – Auto con sei o più posti.
UberLUX – Auto elegante e costosa.

Uber è menzionato anche in Big Bang Theory, stagione 9, episodio 16 (The Positive Negative Reaction), e in Person of Interest, stagione 5, episodio 1 (B.S.O.D.), c’è una scena in cui John Reese in fuga si lancia dentro una macchina sulla quale sta salendo un tizio che gli dice “Dude, this is my Uber!”.

Sawing logs

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Dopo una festa, due ragazze chiedono a Gus cosa farà ora, e lui risponde “sawing some logs”. Nel doppiaggio italiano è stata tradotta quasi letteralmente “sego qualche albero” (i sottotitoli di Netflix dicono “vado a segare qualche tronco”), e non sembra avere molto senso. In inglese, “saw (some) logs” o “saw wood” significa russare, producendo un rumore simile a quello di una motosega che taglia dei tronchi, e anche dormire profondamente, essere profondamente addormentati. Se il concetto non vi è chiaro, ecco un video esplicativo su YouTube.
E lo so che quando si parla di seghe pensate a certe cose, ma in inglese ci sono un sacco di modi per dire “masturbazione” però nessuno che abbia a che fare con questo attrezzo da boscaioli (potete controllare su Sex-Lexis, un dizionario di termini sessuali).

Cometa di Halley

Nell’ultima parte dell’episodio, Gus indossa una maglietta della cometa di Halley, sulla quale scriverò un post a parte perché ci sono troppe cose da dire.

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#96 acqua e limone

disclaimer
Il disclaimer medico di Wikipedia si applica benissimo anche a questo post.

Se cercate “acqua e limone” su Google verrete sommersi dagli innumerevoli benefici che la suddetta bevanda miracolosa può apportare alla vostra salute.

lemon water 2

La ricetta è grossomodo questa: si spreme circa mezzo limone, lo si mescola a un bicchiere di acqua calda (ma non bollente) oppure tiepida oppure a temperatura ambiente (insomma, non fredda), e si beve ogni mattina appena svegli, a digiuno, e si aspetta almeno mezz’ora prima di fare colazione. Alcuni aggiungono miele, zenzero, curcuma o altri ingredienti speciali che fanno benissimo. Va bevuto a stomaco vuoto per un assorbimento ottimale, e la temperatura ambiente/tiepida/calda è preferibile perché più vicina alla temperatura corporea, così l’ingestione risulta meno “traumatica” per l’organismo rispetto all’acqua ghiacciata. Per ottenere i meravigliosi effetti che mi accingo a descrivere, va bevuto ogni mattina per almeno due settimane, ma idealmente per sempre.

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Se avete dubbi su come si fa a spremere un limone, su YouTube si trovano parecchi tutorial (come questo o questo).

Alcune immagini trovate su internet:

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Quattro
5
Cinque
6
Sei
7
Sette
9
Nove
10
Dieci
11
Undici, e sono *amazing*
12
Dodici
13
Ancora *amazing*, ma adesso sono tredici!
14
Quattordici
15
Quindici
16
Sedici
20
Venti, e sono *unbelievable*!
29
Ventinove! Signore e signori, abbiamo un vincitore!

Che tra l’altro mi hanno ricordato un po’ questi titoli di giornale:

giornali 1
Due alani, anzi tre
giornali 2
Cinque, sei, sette!
giornali 3
Duecentomila! Anzi trecentomila! No, quattrocentomila!

I benefici dell’acqua e limone

Quelli riportati da numerosi siti, sono più o meno i seguenti:

  • Il succo di limone fornisce grandi quantità di vitamina C, acido citrico, potassio, calcio, e magnesio (che fanno benissimo)
  • Stomaco: migliora la digestione
  • Intestino: aiuta la regolarità intestinale
  • Fegato: aumenta la funzionalità del fegato e lo aiuta a liberarsi delle tossine cattive, aiuta quindi a “disintossicarsi” (detto in inglese, detox, suona un po’ più da salutisti e meno da drogati)
  • Tratto urinario: aumenta la funzionalità renale, funge da diuretico (e con tanta pipì si eliminano più tossine!) e previene le infezioni del tratto urinario
  • Sistema immunitario: rafforza le difese immunitarie, aiuta a guarire da un sacco di malattie, combatte le infiammazioni per le sue proprietà antinfiammatorie (e per questo riduce il dolore a muscoli e giunture), ha un forte potere antiossidante e protegge dai radicali liberi
  • pH del sangue: aiuta a bilanciale il pH del sangue perché ha funzione alcalinizzante (il succo di limone è acido ma, una volta metabolizzato, per qualche ragione, non produce acidità bensì, al contrario, alcalinizza il sangue grazie al suo contenuto minerale. In condizioni normali e sane, il pH del sangue è leggermente alcalino: se diventa più acido oppure troppo alcalino, fa male – ma non so bene perché)
  • Pelle: contrasta l’acne e mantiene la pelle giovane
  • Alito: combatte l’alito cattivo grazie alle sue proprietà antisettiche
  • Peso: aiuta a perdere peso perché riduce la sensazione di fame grazie alla pectina
  • Inoltre: dà energia, migliora l’umore, riduce ansia e depressione, e probabilmente mi sto dimenticando qualche altro effetto benefico
  • Si dice anche che prevenga il cancro e che aumenti il quoziente intellettivo, ma io personalmente non ci metterei la mano sul fuoco

Effetti collaterali (pochi e trascurabili)

  • Per chi soffre di acidità di stomaco e/o gastrite, il succo di limone a stomaco vuoto potrebbe non fare benissimo
  • L’acidità del limone tende a corrodere lo smalto dei denti (per questo si consiglia di diluire il succo in abbondante acqua, di sciacquarsi poi la bocca con acqua, e/o di bere con una cannuccia per ridurre il contatto con i denti)
Praticamente l’acqua e limone vi rende immortali:

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Lo scetticismo

Tra i sostenitori / simpatizzanti / “ma sì diamogli una possibilità”, troviamo la sottoscritta, la TandiUn po’ di mondoammennicolidipensiero, l’Intollerante Bratinez, e Clipax.
Il fronte dello scetticismo, invece, capitanato dal mio moroso e da gaberricci, ci esorta a dubitare di cotanta miracolosità. L’abitudine dell’acqua e limone non è verosimilmente nociva e ha un effetto sulla salute senza dubbio migliore di un sacco di cose che fanno male alla salute, non dobbiamo però idealizzarla e considerarla una magia, una panacea, un rimedio universale a tutti i nostri problemi. L’enfasi sulla vitamina C, ad esempio, è assurda per almeno un paio di motivi: 1) la vitamina C si trova in buone quantità praticamente ovunque (oltre agli agrumi, kiwi, fragole, peperoni, broccoli, cavoli,…) e 2) la vitamina C è necessaria per l’organismo ma il fatto che alte dosi di vitamina C contribuiscano a prevenire o a ridurre i sintomi di raffreddore e influenza è quantomeno controverso (tradotto: probabilmente non serve a una mazza).
A queste persone ragionevoli, misurate e coscienziose, magari pure laureate in medicina, che espongono il loro scetticismo con convincenti argomentazioni, io vorrei rispondere: mi sa che avete ragione.
Però:

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Credo nell’effetto placebo. Credo che se un bicchiere di acqua e limone serve a farmi alzare la mattina di buonumore con l’idea che sto facendo qualcosa di buono, be’ allora ne vale la pena. Credo nei circoli virtuosi e nelle profezie autoavveranti, tipo quella che ho illustrato nell’infografica qui sotto:

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Tutto questo, però, fino a un certo punto. Credo che nella popolazione dei medici sia presente una certa percentuale di idioti, ma credo nella medicina e credo che chi l’ha studiata per anni e chi la pratica per lavoro sia più competente e debba essere ascoltato più di chi scrive articoli sensazionalisti, fa videotutorial su YouTube, o va in giro a dire che per guarire dal cancro bisogna solo liberarsi dalla paura e ristabilire l’equilibro tra corpo e anima. Credo che ci siano cose contro le quali il succo di limone, la buona volontà, le verdure biologiche, l’amore, la fede religiosa, la meditazione, e simili, possono fare ben poco, e che non possano sostituire farmaci e terapie prescritti da un medico. Se però cose come il limone o la meditazione vi fanno stare anche solo un pochino bene, ed è abbastanza sicuro che non vi facciano male, allora fatele, e con convinzione, con entusiasmo, con allegria.

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Infine, per concludere il discorso sull’acqua e limone:

I fatti (incontrovertibili)

  • L’acqua con il limone ha meno calorie della Coca Cola
  • L’acqua con il limone contiene più vitamine dell’acqua senza il limone
  • Bere l’acqua con il limone idrata di più che non bere acqua (con o senza limone)

Se avete qualcosa da aggiungere, precisare o correggere, non esitate a commentare!

#64 joseph campbell

Oggi faccio un po’ l’intellettuale. Ho addirittura letto un libro. Ci ho trovato delle idee interessanti, che cercherò di riassumere qui. Sarà un post lungo e noioso.
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Joseph Campbell (1904-1987) è stato uno studioso americano che si è occupato soprattutto di mitologia e religione comparata.
Nato in una famiglia cattolica irlandese, da bambino si è appassionato alla cultura dei Nativi Americani. Secondo la postfazione del libro che ho appena letto, al college “mentre si specializzava in letteratura medievale, suonava jazz in una band e diventò un podista di spicco”. E ha studiato russo per leggere Guerra e pace in lingua originale. Cioè, capito che tipo è? In più, George Lucas si è ispirato ai suoi libri per la saga di Star Wars (davvero! Lo dice anche Wikipedia).

Campbell ha teorizzato che “tutti i miti sono produzioni creative della psiche umana, che gli artisti sono i mitopoieti della civiltà e che i miti sono manifestazioni creative del bisogno universale dell’umanità di spiegare la realtà psicologica, sociale, cosmologica e spirituale”.
È stato molto influenzato da Thomas Mann e James Joyce: “È per noi più probabile trovare somiglianze con le esperienze di Stephen Dedalus e di Hans Castorp che con quella di san Paolo. San Paolo fece questo e quest’altro, ma in una terra remota e millenni fa. Oggi non andiamo più a cavallo e non portiamo più i sandali”. Al contrario, le esperienze di Stephen Dedalus e di Hans Castorp “riguardano conflitti e problemi che noi viviamo”, di conseguenza possiamo riconoscerci in loro e anche vederli come modelli. Infatti “i miti di una certa società offrono effettivamente modelli di ruolo per quella data società in quella data epoca”.

Campbell ha individuato quattro funzioni principali della mitologia. La prima, consiste nel conciliare la coscienza con la propria esistenza, con la natura della vita. Non solo: “conciliare con gratitudine, amore e senso di dolcezza”. La vita può essere terribile, ma l’individuo deve accettare di viverla così com’è, e inoltre all’interno del proprio gruppo sociale, di cui deve accettare tradizioni e regole. Una mitologia fornisce un senso alla vita, per renderla vivibile: “Un ordine mitologico è un sistema di immagini che rende cosciente un certo significato dell’esistenza, che – miei cari – non ne ha, perché semplicemente è. Ma la mente va in cerca di un significato. Non può giocare, se non conosce (o non inventa) qualche sistema di regole”.

La seconda funzione è detta cosmologica e consiste nel presentare un’immagine del mondo e dell’universo circostante. “Un’immagine cosmologica offre un campo in cui giocare il gioco che contribuisce a conciliarci con la nostra vita, con la nostra esistenza, con la nostra stessa coscienza, con le nostre aspettative di senso”. Deve darci una spiegazione di tutto ciò con cui entriamo in contatto, e alimentare in noi un sentimento di rispetto e soggezione.
Il sistema cosmologico deve essere sensato, ma non è una questione di verità: l’importante è che sia credibile. Per questo oggi la tradizione biblica ha qualche problema: “Ogni affermazione cosmologica della Bibbia è stata confutata” (la Chiesa ci ha provato a bruciare sul rogo quelli che contestavano, e per un po’ ha funzionato, ma non poteva continuare per sempre). Campbell aggiunge: “Onestamente, nessuno può più dire di credere a queste cose; finge: «Sì, va tutto bene; a me piace essere cristiano». Va bene, a me piace giocare a tennis”.
Attualmente la situazione è più incasinata e instabile: “La nostra cosmologia è nelle mani della scienza. La prima legge della scienza è che la verità non è stata trovata. Le leggi della scienza sono ipotesi di lavoro. Lo scienziato sa che in ogni momento si possono trovare dei fatti che rendono obsoleta la teoria attuale. Succede continuamente. È buffo.” La vita di oggi, in generale, cambia troppo rapidamente: “Oggi manca la stasi necessaria a formare una tradizione mitologica”.
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“La terza funzione di un ordine mitologico è convalidare e sostenere un certo sistema sociale”, cioè un insieme condiviso di regole, comportamenti, usanze, da cui dipende l’esistenza di un gruppo sociale.
L’idea è che la struttura e l’ordine sociale siano della stessa natura dell’ordine cosmologico, perciò “ugualmente valide ed ugualmente indiscutibili”. La divinità che ha creato il cosmo, regolato dalle sue leggi, è la stessa divinità che ha stabilito le norme sociali e morali: dunque non si possono negare, né cambiare, né possiamo opporci, come non possiamo avere alcuna influenza sul sorgere del sole.
Da tempi antichissimi l’essere umano ha capito che il cosmo è ordinato: il sole, le stelle, i pianeti, si muovono seguendo un disegno preciso, matematico. Secondo moltissime culture l’ordine sociale è parte dell’ordine naturale delle cose, e ogni individuo deve assumere il suo ruolo all’interno del sistema. Un esempio è il rigido sistema delle caste in India, che si crede rispecchi l’ordine dell’universo, chiamato “dharma” in sanscrito (sì, come il progetto Dharma di Lost).
Noi oggi non siamo tanto disposti a far coincidere le leggi di Dio con le leggi della società e della nazione, anche se tuttora ogni tanto qualcuno vorrebbe abolire il diritto all’aborto o al divorzio, ad esempio.
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“Infine, la quarta funzione della mitologia è psicologica. Il mito deve trasportare l’individuo attraverso le fasi della vita, dalla nascita alla maturità e attraverso la senilità fino alla morte. La mitologia deve farlo in accordo con l’ordine sociale del gruppo, poiché il cosmo e l’enorme mistero della vita sono così come li intende il gruppo”.
Una mitologia aiuta l’individuo a vivere la crescita e i cambiamenti, in particolare la transizione dall’infanzia all’età adulta, cioè il passaggio dalla condizione di dipendenza a quella di responsabilità; e poi ad accettare l’avanzare dell’età, la perdita delle forze, e la transizione inversa dalla responsabilità alla dipendenza, fino all’accettazione della prospettiva della morte.
Campbell scrive: “Tutti noi seguiamo un percorso molto simile in termini di sviluppo psicologico dalla culla alla tomba”.
Il mito, quindi, aiuta nella transizione. Questo è particolarmente evidente nei riti di iniziazione (il rituale funge da rappresentazione drammatica, visiva, attiva e partecipativa di un mito). Nella nostra società c’è tutta una serie di esperienze che accompagnano i cambiamenti, ma non ci sono veri e propri rituali di passaggio. È tutto più un casino. Avete presente le bimbe delle elementari che ballano e si vestono come fossero in un video di Britney Spears? E i sessantenni immaturi come adolescenti? Ecco, appunto.
Campbell scrive che oggi rimangono solo residui di vecchi miti, in cui non è facile identificarsi, ma possiamo rivolgerci all’arte: “Gli artisti sono aiutanti magici. Evocando simboli e temi che ci riportano al nostro Sé più profondo, possono aiutarci nel viaggio eroico della nostra vita”.

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Per certi aspetti il lavoro di Campbell è molto vicino a quello di Carl Gustav Jung. Studiando mitologia comparata e storia delle religioni, Jung trovò parallelismi precisi tra l’immaginario dei suoi pazienti e i temi mitologici. Espose questi suoi studi in Simboli della trasformazione, pubblicato nel 1912. Soprattutto, ampliava “la ricerca analitica dalla storia del singolo alla storia della collettività umana” e, oltre all’inconscio individuale, parlava di un inconscio collettivo: un “contenitore psichico universale”, ovvero la parte dell’inconscio che è comune in tutti gli esseri umani. Così per Jung diventò impossibile collaborare ancora con Freud, che era troppo fissato col sesso e riusciva solo a vedere simboli fallici dappertutto.
Per Jung, la psiche di ogni essere umano è organizzata nello stesso modo: queste strutture fisse sono gli archetipi dell’inconscio collettivo. Jung li chiama persona, ombra, animus o anima, e . Questi archetipi emergono personificati nei miti e nei sogni. Per questo le mitologie di tutto il mondo presentano motivi ricorrenti, simboli universali.
Ci sono infatti immagini mitologiche che si trovano in tutti i miti del mondo. Sono temi universali, anche se con declinazioni storiche diverse.
Campbell è convinto che i miti provengano dalla psiche e parlino alla psiche: il riferimento dei simboli mitologici è la psicologia, qualcosa che è in noi stessi. Non un evento storico, accaduto nel tempo. Secondo lui, le attuali religioni dell’Occidente hanno insistito troppo sulla storicità concreta dei loro simboli (la nascita dalla Vergine, la Resurrezione, l’ascensione, ecc.). Finché è sorto qualche dubbio sulla verità storica di questi miti fondanti. Ma se si comincia a dubitare della base del mito, “la fede si guasta” e anche il simbolo viene rigettato: “Questo non può essere successo, quindi sbarazziamoci dei miti”. E così i miti smettono di svolgere quelle che per Campbell sono fondamentali funzioni per la vita umana, in particolare quella psicologica/spirituale.

Un discorso interessante è quello delle mitologie “paideumatiche”. “Paideumatico” è il termine coniato da Leo Frobenius, etnologo tedesco, “per descrivere la tendenza di una civiltà a conformarsi al proprio ambiente fisico: clima, suolo, geografia”.
Si possono individuare due principali visioni del mondo contrapposte.
Popoli primitivi che abitavano terre fredde e settentrionali, oppure calde e desertiche, erano costretti dal contesto a una sussistenza basata sulla caccia. All’interno di un popolo cacciatore, sono gli uomini a portare il cibo, e quindi a nutrire il gruppo. L’ideale di uomo corrisponde al bravo cacciatore, forte e coraggioso. Anche bravo combattente, perché questi popoli vivono costanti conflitti con altri gruppi cacciatori vicini.
Un popolo guerriero e cacciatore ha, al centro della propria mitologia, una divinità maschile, che personifica la forza e il coraggio.
Si sviluppa una “civiltà patriarcale, meno raffinata ma fisicamente più potente”, per questo destinata al predominio su popoli agricoltori, i quali però presentano in genere una cultura più sofisticata, che viene spesso assimilata dai popoli dominanti.
Inoltre, questa è una civiltà che “vive sulla morte”, e cioè sopravvive grazie alla continua uccisione di animali. Per accettare questa realtà, si sviluppa tipicamente una mitologia in cui l’animale viene visto come vittima volontaria, che si offre, si sacrifica, dopo aver stipulato una sorta di patto con il cacciatore, il quale si impegna a celebrare un apposito rituale che, secondo le loro credenze, servirà a “ridare la vita” all’animale. Il rituale può consistere ad esempio nel restituire il sangue dell’animale alla terra.
Ad esempio, gli ebrei erano un popolo di cacciatori e pastori, e il rituale Kosher della macellazione degli animali permessi, cioè la cosiddetta Shechitah, prevede l’uccisione dell’animale con un solo taglio alla gola, in modo da provocarne la morte immediata e il completo dissanguamento. È vietatissimo consumare il sangue, perché si crede che contenga la vitalità dell’animale. Se ho ben capito, il sangue viene fatto assorbire dalla terra.
Il Dio dell’Antico Testamento è un maschio, e neanche tanto gentile, proprio perché si tratta della mitologia di un popolo cacciatore, che vive in terre aride. In un contesto simile, le donne non hanno un ruolo decisivo, e neanche alla “Madre Terra” viene riconosciuta una grande importanza: “Prendiamo il Genesi. Chi ha mai sentito di un uomo che partorisce una donna? Eppure, troviamo questa sciocchezza nel giardino dell’Eden, dove Adamo partorisce Eva. Il maschio si appropria di un ruolo femminile. In ebraico “adam” significa “terra”. Così il genere umano nacque dalla terra e, precisamente, da un padre terreno, non dalla Madre Terra”.
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In ambienti diversi, come ai Tropici, un popolo primitivo può seguire un’alimentazione prevalentemente vegetale, basata sulla raccolta della frutta, o sull’agricoltura. Le donne si occupano di allevare i bambini, e spesso anche di coltivare la terra e di costruire case. In queste culture, la donna-madre “personifica le potenze generatrici della terra”: dà la vita, fa nascere e nutre. Allora al centro della loro mitologia c’è una divinità femminile: la Terra, la Dea Madre, che personifica la fertilità. Gli esseri umani sono i suoi figli e la pregano perché produca ricchezze e frutti per nutrirli.
Inoltre, in una foresta tropicale, l’essere umano si trova costantemente di fronte all’evidenza del ciclo vitale: la vegetazione decade, e dal marcio spunta nuova vita. L’idea che logicamente ne consegue è che “dalla morte nasce la vita”. Da qui derivano gli assassini rituali, cioè dalla credenza che il sacrificio porta nuova vita.
Questi miti e riti affermano “l’orrido fatto che la vita si nutre della morte”. E allora le vittime sacrificate spesso vengono mangiate. È quello che chiamiamo con orrore “cannibalismo”. Ma anche nel rituale della messa cattolica, i fedeli mangiano il “corpo di Cristo”, che okay, non è un vero cadavere, ma è lo stesso rito: ne è rimasto solo il simbolo, è stato sublimato.
Campbell racconta che spesso gli viene chiesto se crede in Dio, e se si immagina una divinità maschile o femminile: “Per quanto mi riguarda, una volta Alan Watts mi chiese quale pratica spirituale seguivo. «Sottolineo libri», risposi.” (che è praticamente anche la mia religione).
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Il problema del genere, e dell’opposizione maschile/femminile, si trova anche all’interno del singolo individuo.
Un uomo deve essere principalmente maschile: la società gli assegna un ruolo da interpretare e determinati compiti da svolgere, diversi da quelli femminili. Tutte le parti di sé che la società non gli permette di sviluppare, vengono represse nell’inconscio e costituiscono il suo lato femminile, che Jung chiama anima. Analogamente, l’ideale maschile nell’inconscio femminile è chiamato animus. Ognuno porta in sé entrambi i generi, ma tutte le società umane permettono di evidenziarne soltanto uno, così l’altro viene interiorizzato.
“In entrambi i casi l’ideale sepolto all’interno tende a essere proiettato all’esterno. Di solito chiamiamo questa esperienza innamoramento: proiettiamo il nostro ideale del sesso opposto su una persona che, per una sorta di magnetismo, porta a far emergere il nostro animus/anima.”
Il problema è che la realtà è sempre imperfetta, e soprattutto è sempre diversa dai nostri ideali e proiezioni: quando due innamorati cominciano a conoscersi “il disinganno è inevitabile. Uno aveva un ideale e l’ha sposato; improvvisamente nota cose che non quadrano con la propria proiezione”. Così l’innamoramento finisce, e si presentano due opzioni: sbarazzarci del tizio del momento e trovarne un altro su cui proiettare più agevolmente il nostro animus/anima, almeno per un po’ di tempo; oppure adottare l’atteggiamento che Campbell definisce compassione: “Ho sposato solo un essere umano. D’accordo, anch’io sono un essere umano”. Jung sostiene la necessità di liberarsi delle proprie proiezioni e in particolare dell’attaccamento al proprio animus/anima: “Jung chiama questo processo “individuazione”: vedere sé e gli altri nei termini di ciò che effettivamente sono e non nei termini di tutti gli archetipi, che uno proietta intorno o che gli altri proiettano su di lui”.
Be’, è una teoria che si può condividere o meno, ma comunque è interessante, considerando tra l’altro che Joseph Campbell è stato sposato cinquant’anni con Jean Erdman (una sua ex studentessa, ballerina e coreografa, che ha attualmente 98 anni). E il matrimonio è finito solo perché lui è morto.
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Campbell fa poi tutto un discorso sulle opposizioni che non sono sicura di aver capito, comunque parla di Sigfrido (detto anche Siegfried o Sigurd), eroe epico della mitologia norrena, che uccide Fáfnir (o Fáfner), un tizio che si era trasformato in drago.
Sigfrido trafigge il drago e raccoglie il suo sangue in una fossa, dove fa il bagno: perché immergersi nel sangue di drago conferisce il dono dell’invulnerabilità. Ma una foglia di tiglio gli si posa accidentalmente sulla schiena, tra le scapole, e quello resta il suo unico punto debole.
Questa storia ha una sorprendente somiglianza con quella di Achille, l’eroe greco: la sua mamma Teti lo aveva inzuppato nelle acque dello Stige per renderlo invulnerabile, ma lo teneva per il famoso tallone, che dunque non venne bagnato e rimase il suo punto debole. Così Achille combatte eroicamente la guerra di Troia finché Paride lo colpisce con una freccia – dove? – esattamente nel suo tallone d’Achille.
Nessuno si stupirà, quindi, leggendo che Sigfrido alla fine viene colpito – dove?? – esattamente nel suo tallone d’Achille, ovvero tra le scapole. E muore.
Ma torniamo indietro, all’uccisione di Fáfnir: Sigfrido assaggia il sangue del drago, e acquisisce la capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli. In seguito, ne mangia anche il cuore, che gli dà il dono della profezia.
Questa cosa della lingua degli uccelli mi era sembrata davvero molto molto strana, e invece ho scoperto che è un tema diffuso in numerose tradizioni mitologiche (ci farò un altro post, perché il discorso va per le lunghe).

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Comunque, quella di Sigfrido è la tipica uccisione del drago da parte dell’eroe. Il drago, nelle tradizioni occidentali, rappresenta il male, la distruzione, il lato oscuro. Per questo motivo, nel Medioevo il drago entrò nell’iconografia cristiana come simbolo di Satana, ovviamente sconfitto dall’eroe o santo di turno.
Campbell scrive che la contrapposizione è vitale, e l’equilibrio sta nella tensione continua tra gli opposti. E ha un’interpretazione interessante della leggenda di Sigfrido: “Lui e il drago sono gli opposti, ma, solo dopo aver assaggiato il sangue del drago e averlo integrato in sé, Siegfried ode il canto degli uccelli e capisce cosa stanno dicendo. Non si entra in contatto con le forze della natura, che includono sia noi sia l’altro, finché non si accetta come parte integrante di se stessi la parte in precedenza esclusa”. Perché ognuno prende una strada piuttosto che un’altra, abbandonando potenzialità che comunque aveva, le quali non vengono sviluppate ma rimangono una parte di noi, qualcosa di interiore. E Jung sostiene che “non ci si deve identificare con l’altro, ma si deve assimilarlo e riconoscere che rappresenta un altro aspetto di quel che noi siamo”.

#39 ruby sparks, pygmalion, plastic bertrand

Avendo di recente scoperto che il bellissimo video di Tonight, tonight degli Smashing Pumpkins è stato diretto dalla coppia di registi ‪Jonathan Dayton e Valerie Faris‬, mi sono ricordata quanto fosse carino il loro primo film, Little Miss Sunshine, del 2006, e mi sono affrettata a guardare il secondo, Ruby Sparks, del 2012.
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‪Jonathan Dayton e Valerie Faris‬ sono una coppia anche nella vita. Hanno diretto numerosi spot pubblicitari e soprattutto parecchi video musicali. Eccone alcuni:
Wolves Lower”, R.E.M. (1982) (Spoiler alert: Michael Stipe aveva ancora i capelli!)
Been Caught Stealing“, Jane’s Addiction (1990)
Outshined“, Soundgarden (1991)
Weight Of The World“, Ringo Starr (1992) (Mitico Ringo!)
Pets“, Porno for Pyros (1993)
Rocket“, The Smashing Pumpkins (1994)
I Don’t Want To Grow Up“, The Ramones (1995)
Tongue“, R.E.M. (1995)
The Good Life“, Weezer (1996)
1979“, The Smashing Pumpkins (1996) (Bellissimo!!)
Tonight, Tonight“, The Smashing Pumpkins (1996)
All Around The World“, Oasis (1997)
Perfect“, The Smashing Pumpkins (1998)
She’s Got Issues“, The Offspring (1999)
Freak on a Leash“, KoЯn (1999) (Quello con le cose che esplodono al rallentatore)
Road Trippin’“, Red Hot Chili Peppers (2000)
Californication“, Red Hot Chili Peppers (2000) (Quello come un videogame)
Otherside“, Red Hot Chili Peppers (2000) (Ispirato al cinema espressionista e ai disegni di Escher)
Sing“, Travis (2001) (Quello del pranzo in cui la gente comincia a tirarsi del cibo addosso)
Side“, Travis (2001)
The Zephyr Song“, Red Hot Chili Peppers (2002)
By the Way“, Red Hot Chili Peppers (2002)
Tell Me Baby“, Red Hot Chili Peppers (2006)
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Ruby Sparks è una commedia davvero carina, dolce e colorata. Antonio Banderas e Annette Bening hanno due piccoli ruoli. Paul Dano, già tra i protagonisti di Little Miss Sunshine, interpreta Calvin Weir-Fields, uno scrittore il cui romanzo d’esordio ha avuto un enorme successo. Ora Calvin vive solo con il suo cane Scotty, ha problemi a relazionarsi con le persone e non riesce più a scrivere. L’unico suo vero amico è il fratello, interpretato da Chris Messina, che ha fatto un sacco di film ma io lo ricordo con affetto per un ruolo in Six Feet Under (Ted, il ragazzo di Claire Fisher nell’ultima stagione, repubblicano ma simpatico…).
La protagonista eponima è Zoe Kazan, attrice trentenne, figlia degli sceneggiatori Nicholas Kazan e Robin Swicord, e nipote del regista Elia Kazan. Zoe Kazan ha recitato in piccoli ruoli in parecchi film, e tra l’altro ha interpretato Nina in alcuni episodi di Bored to Death (una serie che, tra parentesi, a me stava simpatica, ma è stata cancellata dopo la terza stagione).
Zoe Kazan è anche autrice della sceneggiatura di Ruby Spark, che ha scritto pensando proprio a se stessa e al suo fidanzato Paul Dano (una delle coppie più carine che io abbia mai visto). L’ideazione della storia è stata ispirata al mito greco di Pigmalione: Ruby è infatti il personaggio creato da Calvin, e di cui lui si innamora perdutamente.
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Secondo Ovidio, Pigmalione era un artista che finì per innamorarsi di una statua, scolpita da lui stesso, raffigurante la dea Afrodite (Afrodite è la dea dell’amore, della bellezza, della sessualità. Venere è il suo equivalente nella religione romana). Pigmalione pregò Afrodite di dare la vita alla statua amata, così la dea la trasformò in un essere umano, Galatea. Pigmalione e Galatea si sposarono ed ebbero un figlio, Pafo.
Pygmalion, ci tengo a dirlo, è anche un album degli Slowdive del 1995.
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Il mito ha ispirato da sempre dipinti, poesie, romanzi e racconti, opere teatrali e film. In particolare George Bernard Shaw ne scrisse una versione moderna nella commedia Pigmalione (Pygmalion) del 1913. È la storia di Henry Higgins, professore di fonetica, che si mette a insegnare il buon accento e le buone maniere alla fioraia Eliza Doolittle, nel tentativo di trasformare una popolana in donna raffinata. Questa è la commedia più famosa di Shaw, la quale ha avuto un grande impatto culturale (per citare solo un esempio: Pretty Woman), dovuto anche all’adatamento cinematografico My fair lady del 1964 con Audrey Hepburn.
Dalla commedia di Shaw deriva l’uso di pigmalione come sostantivo comune per indicare “chi assume il ruolo di maestro nei confronti di persona rozza e incolta, specialmente una donna, plasmandone la personalità, sviluppandone le doti naturali e affinandone i modi”.

L’effetto Pigmalione, o effetto Rosenthal, è in psicologia una teoria basata sull’idea della “profezia che si autorealizza” riguardo al rapporto tra insegnanti e alunni in ambito scolastico, ma anche in contesti lavorativi o familiari. In sintesi: “se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri; il bambino interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato.” E viceversa. Insomma le aspettative, negative o positive, degli adulti condizionano il rendimento del bambino.

E Rosenthal, non a caso, è in Ruby Sparks il nome dello psicoterapeuta di Calvin.

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Ruby è cresciuta a Dayton, Ohio. Perché ‪Dayton‬? Immagino perché è il cognome del regista, ‪Jonathan Dayton‬. Potrebbe anche essere per l’Accordo di Dayton (General Framework Agreement for Peace) del 1995, che mise fine alla guerra civile jugoslava che durava dal 1991. O perché il Dayton Art Institute è tra i migliori musei d’arte degli Stati Uniti, e ha opere di Peter Paul Rubens, Edward Hopper, Edgar Degas, Claude Monet, Jean-Michel Basquiat, Roy Lichtenstein.
‪Dayton è anche la città di origine della catena di pizzerie ‬Cassano’s Pizza King, fondata nel 1953 da Vic Cassano e sua suocera Caroline “Mom” Donisi (italoamericani, direi).
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Infine, con questo film ho scoperto “Ça Plane Pour Moi“, una canzone del 1977 di Plastic Bertrand, musicista belga. “Ça plane pour moi” fu un grande successo internazionale: una canzone tra il punk e la new wave, con un testo che è una sorta di pastiche senza senso in francese con qualche parola inglese qua e là (“I am the king of the divan!”, “It’s not today que le ciel me tombera sur la tête!”). Ma soprattutto consiglio a tutti di guardare questo video di Plastic Bertrand ospite a “Domenica In” nel 1981 con un abbigliamento quantomeno coraggioso e un ballo irresistibile.
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