#108 parole “intraducibili”: emozioni

Tiffany Watt Smith si occupa, tra le altre cose, di studiare e fare ricerca sulle emozioni e sulla storia delle emozioni. Sull’argomento ha scritto, nel 2015, The Book of Human Emotions, in cui riporta 154 tra neologismi e parole in varie lingue del mondo che descrivono particolari emozioni, spesso prive di equivalenti in inglese o in italiano.
C’è chi si lascia prendere la mano e sostiene che i coreani e gli scandinavi vivono emozioni diverse perché le loro lingue danno forma in modo diverso al loro emozionarsi (ne parlerò nel prossimo post), ma, in ogni caso, le stranezze linguistiche ci piacciono, gli elenchi ci entusiasmano; ecco dunque cinque delle parole “intraducibili” trattate nel sopracitato libro.

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Tiffany Watt Smith

Awumbuk

Nella lingua del popolo Baining della Papua Nuova Guinea, awumbuk si riferisce alla malinconia e al senso di vuoto che si prova quando gli ospiti che ci hanno fatto visita sono andati via.

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Eccola lì, la Papua Nuova Guinea.

L’appel du vide

“Il richiamo del vuoto”, in francese, è il pensiero o l’impulso di lanciarsi da una grande altezza, di buttarsi sulle rotaie del treno, o di girare il volante verso il precipizio oltre una scogliera o contro un ostacolo. In psicologia è chiamato anche High Place Phenomenon perché avviene perlopiù in luoghi sopraelevati, ma si tratta in generale del pensiero, improvviso e involontario, di un comportamento autodistruttivo. Non è, come si potrebbe pensare, un istinto suicida, ma è una sensazione correlata alla paura e all’istinto di sopravvivenza.

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L’appel du vide illustrato da Marija Tiurina

Circa due anni e mezzo fa avevo parlato della serie di illustrazione dal titolo Found in Translation di Anjana Iyer. Non è la sola ad aver tentato una rappresentazione visiva di parole “intraducibili”: anche Marija Tiurina ne ha illustrate quattordici, tra cui alcune per le emozioni.

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Marija Tiurina, con un gatto.

Basorexia

La basorexia è la pulsione, il desiderio urgente e irrefrenabile di baciare qualcuno.
Non ho trovato spiegazioni sulla sua etimologia (se non che deriverebbe dal francese “baiser”, “bacio”), ma io azzarderei che deriva dal latino basium, a sua volta di origine incerta e controversa, a cui è aggiunto il greco ὄρεξις (órexis) che significa desiderio, voglia, appetito o fame, dal quale viene il suffisso italiano -oressìa, usato in medicina in relazione all’appetito e all’alimentazione (anoressìa, disoressia, licoressìa, paroressìa, iperoressìa, ortoressìa).

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La foto di Alfred Eisenstaedt

Nell’arte di tutti i tempi ci sono meravigliose opere che ritraggono baci, ma tra tutte mi è venuta in mente la celebre fotografia del marinaio e l’infermiera a Times Square, scattata il 14 agosto 1945 dopo l’annuncio della resa del Giappone (è il VJ Day o Victory Over Japan Day). Esistono in realtà almeno due foto: V-J Day in Times Square, meglio conosciuta come The Kiss di Alfred Eisenstaedt, pubblicata su Life, e un’altra, che ritrae lo stesso bacio da una differente angolazione, scattata da Victor Jorgensen e pubblicata sul New York Times.
La seconda è forse meno interessante dal punto di vista artistico, ma siccome Victor Jorgensen era un fotografo della marina americana in servizio, la foto appartiene al governo federale statunitense ed è rilasciata in pubblico dominio, e dunque l’immagine è più diffusa. Al contrario, la foto di Alfred Eisenstaedt, più bella, è protetta da copyright e il fotografo si è arricchito per ogni riproduzione.
Le facce dei due protagonisti del bacio non sono ben visibili, e negli anni parecchie persone hanno proclamato di essere il marinaio o l’infermiera. Tuttora ci sono dubbi sulle loro reali identità. Dibattuta è anche la storia dietro quel bacio: spontaneo o pianificato? Gioia patriottica festosamente condivisa oppure coercizione e slinguazzata indesiderata? Chissà.

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La foto di Victor Jorgensen

Torschlusspanik

Il “panico del cancello chiuso” è, in tedesco, l’ansia del tempo che passa troppo in fretta al confronto delle cose che dovremmo o vorremmo fare. Può essere il “ticchettio dell’orologio biologico” di una donna che ha superato i trenta e non ha figli, la “crisi di mezza età” di chi guarda avanti e vede che la vecchiaia è in arrivo, l’angoscia per le occasioni che stiamo perdendo, l’ansia per la deadline che si avvicina e ancora abbiamo troppo lavoro da fare.

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Il mio moroso vive attualmente in costante Torschlusspanik perché il suo videogioco deve uscire in autunno e non sa se riuscirà a infilarci tutte le cose fighissime che ha in testa.

Torschlusspanik (o Torschlußpanik: della lettera Eszett avevo parlato qui) è composta da Tor, cancello o portone; Schluss, chiusura o conclusione; Panik, panico.
La parola ha origine medievale, quando i castelli chiudevano i cancelli ogni sera per motivi di sicurezza oppure per prepararsi a un attacco nemico (ho trovato entrambe le versioni): non era auspicabile rimanere chiusi fuori e gli abitanti avevano l’ansia di affrettarsi a rientrare prima della chiusura.
I tedeschi usano l’espressione «Torschlusspanik ist ein schlechter Ratgeber» («Il Torschlusspanik è un cattivo consigliere») per ricordare che la fretta, l’ansia, l’impulsività di fare qualcosa all’ultimo minuto, non creano le condizioni per le decisioni migliori.

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Il Torschlusspanik illustrato da Marija Tiurina

Matutolypea

Parecchio diffusa sul web di lingua inglese ma assente nei veri dizionari, matutolypea si riferisce allo svegliarsi di cattivo umore. Non si sa chi l’abbia coniata, ma è un miscuglio di latino e greco: matuto, da Mater Matuta che, nella mitologia romana, era la dea del Mattino e protettrice delle nascite (dal suo nome deriva l’italiano mattina), e il greco λύπη (lýpi), cioè dolore, sofferenza, tristezza o infelicità. Qui la pronuncia.

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Mater Matuta

E continuiamo nel prossimo post perché questo sta diventando troppo lungo. See you soon!


 

Age-otori, cafuné, culaccino, friolero, hanyauku, mamihlapinatapai, ohrwurm, pochemuchka, tingo, tsundoku, utepils: per gli appassionati di “intraducibili”, si è parlato di queste parole qui!

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#107 susanna e i vecchioni

Susanna è una giovane donna, straordinariamente bella e molto religiosa, sposata con Ioakìm.
Due anziani signori, molto rispettati nel paese, che frequentano abitualmente la casa di Ioakìm e vedono spesso Susanna mentre passeggia nell’ampio giardino dell’abitazione, sono entrambi attratti dalla sua bellezza e coltivano fantasie lussuriose su di lei: all’inizio nessuno dei due osa confessare all’amico questa folle passione, ma poi ne parlano e diventano complici. In una calda giornata estiva si appostano, nascosti, nel giardino e la spiano. Appena Susanna rimane sola, i due arrapati corrono da lei e le propongono di abbandonarsi con loro ad attività erotiche e licenziose. La minacciano, nel caso si rifiutasse, di raccontare pubblicamente di averla vista mentre svolgeva attività di quel tipo con un giovane amante. La pia e casta Susanna è disperata ma non cede ai due vecchi porci, che mettono subito in atto la minaccia.
Tutti stentano a crederci, perché Susanna è una brava ragazza, ma siccome siamo nella Babilonia del VI secolo a.C., un’accusa di adulterio è piuttosto grave e si finisce in tribunale. Gli anziani vengono creduti, e Susanna è condannata a morte. Allora si rivolge a dio, il quale ovviamente ha visto tutto e sa la verità.
A questo punto si fa avanti Daniele, che è praticamente un ragazzino dotato di capacità profetiche. Daniele parla al popolo: «Siete così stolti…? … Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei». Il popolo gli crede sulla parola. Dopo un interrogatorio più accurato, e vagamente intimidatorio («la tua menzogna ti ricadrà sulla testa! Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire!»), la verità salta fuori e i due vecchi dissoluti vengono condannati a morte e dunque uccisi. Il racconto si conclude in un’atmosfera di gioia, riconciliazioni e festeggiamenti, con il commento “In quel giorno fu salvato il sangue innocente”.

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Susanna e i vecchioni (1649-1650) di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (1591-1666).

Il racconto si trova nell’Antico Testamento, al capitolo 13 del Libro di Daniele (da alcuni considerato apocrifo o deuterocanonico).
Il “lieto fine” (l’esecuzione di due esseri umani non mi sembra comunque lietissima) manda un messaggio molto chiaro: la virtù viene sempre ricompensata mentre il peccato viene sempre punito, e anche se il sistema della giustizia umana può commettere errori, alla fine prevale sempre la giustizia divina che per definizione non sbaglia un colpo. Più in generale, la storia simboleggia la salvezza finale dei veri credenti.

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L’episodio rappresentato in un manoscritto bizantino.

La storia di Susanna (o Shoshana, in ebraico) ha nei secoli stimolato la fantasia degli artisti, che l’hanno rielaborata in poesie, opere musicali, dipinti. In particolare, decine di pittori hanno scelto di raffigurare il momento in cui i due zozzoni sorprendono Susanna da sola. Ho dimenticato di specificare che la virtuosa Susanna, credendosi sola nel giardino, si stava facendo il bagno, ed era nuda. I pittori colgono dunque l’occasione di rappresentare la virtù che non cede alle tentazioni ma anche un nudo femminile (circondato da due vecchi bavosi). Il titolo tradizionale di questo tema iconografico è Susanna e i vecchioni (Susanna and the Elders).

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Susanna e i vecchioni del fiammingo (credo) Jan Matsys (1510–1575).

L’entusiasmante differenza tra diffamazione e calunnia

Se fosse accaduto nella nostra attuale società, l’episodio di Susanna sarebbe un esempio di diffamazione: i vecchioni hanno comunicato a più persone una diceria che ha offeso la reputazione di Susanna (oggi, da noi, tradire il marito non è una cosa carina, ma non è un reato). Siccome invece in quel contesto l’adulterio era un crimine, punibile addirittura con la pena di morte, gli anziani hanno commesso una calunnia: sapendo che Susanna era innocente, l’hanno incolpata falsamente di un reato.
(Ringraziamo la mia mamma per la spiegazione).

Sexual harassment nell’Antico Testamento

Il comportamento dei vecchioni è, soprattutto, un esempio di sexual harassment.

Sexual harassment is bullying or coercion of a sexual nature, or the unwelcome or inappropriate promise of rewards in exchange for sexual favors.

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Sexual Harassment Panda, da South Park.

Ho trovato un articolo che oltre a raccontare e ad approfondire il racconto di Susanna, le origini del suo testo e le opere derivate, mette in dubbio la celebre “castità” di Susanna, chiedendosi: ma Susanna, non si era accorta che quei due bavosi la guardavano sempre? Con questo suo passeggiare quotidianamente in giardino, non è che faceva un po’ la civetta? E poi, non gliel’ha data perché è fedele al marito oppure perché erano due vecchi schifosi? Se si fosse trattato di un avvenente giovanotto, ci sarebbe stata?
Che è un po’ come quando si dice di una vittima di stupro: se indossava una minigonna ed era molto truccata, e magari gli ha pure sorriso, avrebbe dovuto aspettarselo, se l’è cercata, e in fondo era quello che voleva (che è una forma di victim blaming).

Victim blaming occurs when the victim of a crime or any wrongful act is held entirely or partially responsible for the harm that befell them.

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Ma non divaghiamo.

 

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La pudica Susanna si copre il décolleté mentre i due anziani cercano di convincerla gesticolando, in un manoscritto medievale.

La storia di Susanna è un tema iconografico ricorrente a partire dall’epoca delle catacombe. Riporto solo alcune opere.

Il Tintoretto ha dipinto una formosa Susanna, spiata dai due vecchi nascosti dietro una siepe in arditissimo scorcio prospettico.

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Susanna e i vecchioni (1557) di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (1519-1594).

Artemisia Gentileschi ha rappresentato l’episodio in almeno tre dipinti (del 1610, 1611, e 1649).

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Susanna e i vecchioni (1610) di Artemisia Gentileschi (1593-1653).

Hayez si è lasciato prendere dal nudo e si è dimenticato i vecchioni.

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Susanna al bagno (1850) di Francesco Hayez (1791-1882).

L’americano Thomas Hart Benton ha dipinto una moderna Susanna nel 1938, che scandalosamente mette in mostra i peli pubici (nell’arte più tradizionale i peli pubici non esistono: pensate alla Nascita di Venere di Botticelli, o alla Creazione di Adamo di Michelangelo. Che io sappia, non ci sono eccezioni. Qualcuno sa trovare un pube peloso nell’arte prima dell’Ottocento?).

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Susanna e i vecchioni (1938) di Thomas Hart Benton (1889–1975).

Persino Picasso ha affrontato il tema di Susanna, con il proprio stile.

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Susanna e i vecchioni (1955) di Pablo Picasso (1881-1973).

citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione

Il mio sempre amatissimo Vladimir Nabokov, noto pressoché esclusivamente per Lolita, ha prodotto in realtà una discreta valanga di romanzi misconosciuti e bellissimi, che sto scoprendo piano piano. Questo Invito a una decapitazione (Invitation to a Beheading), letto nelle vacanze d’agosto, mi ha ricordato da vicino Un mondo sinistro (Bend Sinister): entrambi mirabolanti, surreali, con una vena di tormentata malinconia; entrambi, a modo loro, libri di denuncia contro tutti i totalitarismi; entrambi (come del resto qualsiasi cosa di Nabokov) scritti divinamente.

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Ambientato in una città il cui nome, mi pare, non viene mai detto, il romanzo narra di Cincinnatus C., condannato a morte perché “opaco” da quello che appare come un assurdo regime dittatoriale. Il protagonista sarà giustiziato in un momento indeterminato, tenutogli nascosto fino all’ultimo. La narrazione segue il punto di vista di Cincinnatus, ne registra le angosce, i sogni di evasione e le tormentate visioni, le spassosissime interazioni con i bizzarri personaggi che lo attorniano e lo disorientano senza sosta. Cincinnatus, in cella, scrive i propri pensieri, ed è uno di questi brani che mi è particolarmente piaciuto e che vi riporto qua sotto:

«Ma allora, forse,» (Cincinnatus prese a scrivere rapidamente su un foglio a righe) «la mia interpretazione è sbagliata […] D’altra parte, se io sapessi quanto tempo è rimasto, potrei fare… un breve lavoro… annotare pensieri suffragati da prove… Un giorno qualcuno potrebbe leggerli e all’improvviso proverebbe la sensazione di essersi svegliato per la prima volta in un paese sconosciuto. Voglio dire che all’improvviso lo farei scoppiare in lacrime di gioia, da fargli struggere gli occhi, e, dopo questa esperienza, il mondo gli sembrerebbe più pulito, più fresco. Ma come posso cominciare a scrivere quando non so se mi basterà il tempo, e la tortura inizia quando dici a te stesso: “Ieri ci sarebbe stato tempo sufficiente” e di nuovo pensi: “Se solo avessi cominciato ieri…”. […] Una volta, quando ero bambino, durante una gita scolastica in una località lontana, allorché rimasi separato dagli altri – e tuttavia potrei averlo sognato –, mi ritrovai, sotto il sole opprimente di mezzogiorno, in una sonnacchiosa cittadina, così sonnacchiosa che quando un uomo, che si era appisolato su una panchina a ridosso di un lucente muro imbiancato a calce, finalmente si alzò per aiutarmi a trovare la strada, la sua ombra azzurrina proiettata sul muro non lo seguì subito… Oh lo so, lo so, deve essere stato uno sbaglio da parte mia, e l’ombra non aveva affatto indugiato, ma semplicemente, diciamo così, era stata catturata dalla scabrosità del muro… ma ecco quello che voglio spiegare: tra il suo movimento e il movimento dell’ombra indolente – un secondo, una sincope – si trova quel singolare tipo di tempo in cui io vivo, la pausa, lo iato, quando il cuore è come una piuma… E vorrei anche scrivere del tremito incessante, e di come parte dei miei pensieri si affolli sempre intorno all’invisibile cordone ombelicale che unisce questo mondo a qualcosa – di che si tratta, ancora non lo dirò… Ma come posso scrivere di tali cose quando temo di non avere il tempo di finire, quando temo di risvegliare inutilmente questi pensieri… […]»

Ma approfondiamo un paio di scelte lessicali dell’autore:

Una sìncope (syncope nell’originale inglese) è, in medicina, una “sospensione, per lo più transitoria, della coscienza, provocata da improvvisa carenza a livello cerebrale di ossigeno e di glicosio”. La stessa parola, in linguistica, si riferisce alla “caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola” (dal vocabolario Treccani. C’è un terzo significato in musica, ma lo ometto perché a) non l’ho capito, e b) perché Nabokov si interessava di mille cose ma non di musica).

Uno iato (hiatus), invece, è in fonetica l’accostamento di due vocali che si dividono su due sillabe e vengono pronunciate in modo separato. La pronuncia tradizionale di iato (i-à-to, tre sillabe) contiene, appunto, uno iato. Tuttavia, la pronuncia attualmente più diffusa è jà-to (due sillabe), dove la j rappresenta la semivocale di, ad esempio, ieri o fiore, e forma un dittongo, cioè una combinazione di vocali pronunciate come un singolo suono – insomma, il contrario di uno iato.
In senso figurato, uno iato è un’interruzione, un’apertura, una frattura.

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Vladimir Nabokov con la moglie Vera.

 

Da dove viene il nome Cincinnatus? Non lo so, ma forse da Lucio Quinzio Cincinnato (Lucius Quinctius Cincinnatus in latino, 520 a.C. circa – 430 a.C.).
Descritto come infaticabile agricoltore e arguto politico, è soprattutto ricordato per essere stato eletto dittatore nel 458 a.C. (la Repubblica romana eleggeva un dittatore con pieni poteri nei momenti di grave crisi; in questo caso, per affrontare la minaccia dell’invasione degli Equi, o Aequi in latino). Cincinnato sconfigge i nemici a mani basse e dopo soli quindici giorni si dimette da dittatore e torna a coltivare la terra. «La “rapida” restituzione della sua autorità assoluta con la conclusione della crisi viene citata spesso come esempio di buona direzione, di servizio al buon pubblico e di virtù e di modestia.» (Wikipedia).
Nabokov ha scritto la prima versione di questo romanzo «a Berlino, all’incirca quindici anni dopo essere fuggito dal regime bolscevico e appena prima che il regime nazista toccasse il suo massimo indice di gradimento» (dalla prefazione dell’autore). Il suo disprezzo per entrambi i regimi ha ispirato, probabilmente, il ridicolo governo che condanna a morte il protagonista Cincinnatus, il cui nome richiama, all’opposto, un esempio di dittatura “giusta” (questa è una mia ipotesi – non ho trovato conferme).

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Alcuni senatori vanno a casa di Cincinnatus, in campagna, dove lui sta arando i campi, per offrirgli la dittatura. L’episodio è narrato da vari storici romani e ha ispirato parecchi quadri, come questo di Alexandre Cabanel (1844).

Ancora due curiosità su Invito a una decapitazione:
• Ovviamente, come in tutti i romanzi russi che si rispettino, c’è un samovar (ne avevo parlato qui).
• La storia della stesura del romanzo è quantomeno tortuosa: non sto a ripeterla, ma potete trovarla, oltre che nella prefazione del libro, qui sul blog NonSoloProust, in un’interessante recensione (che tra l’altro descrive bene e con onestà la bellezza e la difficoltà di questo libro “faticoso”, che “richiede a mio avviso una grande disponibilità e cooperazione da parte di chi legge” – e mi trovo molto d’accordo).

In arrivo un post su Nabokov, un uomo dalle infinite sorprese.

#98 l’invenzione di morel

È il febbraio 2008. Sulla ABC va in onda il quarto episodio della quarta stagione di Lost, Eggtown (Pessimi affari in italiano). In alcune scene Sawyer, che oltre a fare il bello e dannato sembra anche un buon lettore, sta leggendo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (tra l’altro, nello stesso episodio si vede John Locke prendere da uno scaffale VALIS, romanzo di fantascienza di Philip K. Dick).

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Potrebbe non essere la prima cosa che salta agli occhi in questa immagine, ma sì, il libro è L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares.

Adolfo Bioy Casares (1914 – 1999) era uno scrittore, traduttore e giornalista argentino. (Sì, si chiama Adolfo: a sua discolpa, al momento della sua nascita nel 1914, Adolf Hitler aveva 25 anni, stava appena cominciando ad avvicinarsi all’antisemitismo e non aveva ancora fatto grosse cazzate).

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Adolfo Bioy Casares

Autore di fantascienza e fantastico, Adolfo Bioy Casares era un grande amico di Jorge Luis Borges, con il quale scrisse numerose storie, spesso pubblicate con lo pseudonimo Honorio Bustos Domecq, come la raccolta di racconti gialli Sei problemi per don Isidro Parodi (1942).

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Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Jorge Luis Borges (1899 – 1986), “scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino”, “ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo”, è autore di “racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali)”.

Jorge Luis Borges
Jorge Luis Borges, con un gatto.

Affetto da retinite pigmentosa, malattia genetica dell’occhio ereditata dal padre, Borges subì un calo della vista a partire dagli anni ’40 fino a diventare completamente cieco alla fine degli anni ’60. Lo aiutò nella stesura di alcune delle ultime opere María Kodama-Schweizer.
María Kodama-Schweizer è un personaggio interessante: nata a Buenos Aires nel 1937 (e dunque di trentotto anni più giovane di Borges) da padre giapponese, architetto, e madre tedesca, studiò insieme a Borges letteratura medievale islandese (ripeto: letteratura medievale islandese). Scrittrice e traduttrice, sposò Borges nel 1986, circa due mesi prima della morte di lui per un cancro al fegato.

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María Kodama e Jorge Luis Borges

Ma torniamo ad Adolfo Bioy Casares, il quale sposò, invece, la poetessa e scrittrice argentina Silvina Ocampo (1903 – 1994) nel 1940 (lui aveva ventisei anni e lei trentasette). La più giovane di sei figli, sorella minore dell’editrice e scrittrice Victoria Ocampo, Silvina aveva studiato disegno a Parigi con Giorgio de Chirico.

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Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares

Victoria Ocampo (1890 – 1979), importante editrice, fu “una nota oppositrice del governo nazionalista e populista di Juan Perón” e per la sua opposizione venne anche arrestata nel 1953.

Il generale Juan Domingo Perón (1895-1974) è stato presidente dell’Argentina dal 1946 al 1955. “I seguaci di Perón […] acclamavano i suoi sforzi per eliminare la povertà e dare maggiore dignità al lavoro, mentre i suoi oppositori politici […] lo hanno considerato un demagogo e un dittatore”.
Perón costruì la sua immagine anche grazie all’aiuto della seconda moglie, Evita Perón.

María Eva Duarte de Perón (1919-1952), meglio conosciuta con il diminutivo Evita, “è stata un’attrice, politica, sindacalista e filantropa argentina”. Morta a causa di un tumore a soli 33 anni, il suo cadavere fu mummificato ed esposto per alcuni anni, poi sequestrato, sepolto sotto falso nome in Italia, e infine riportato in Argentina.

Il musical Evita, scritto da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, si ispira alla vita di Evita Perón. La canzone più nota è Don’t Cry for Me, Argentina, che viene cantata dal personaggio di Evita il giorno dell’elezione a presidente del marito. A Evita dedicò una canzone anche il Quartetto Cetra, dal titolo A pranzo con Evita.

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Evita con il marito Juan Domingo Perón

Tornando ad Adolfo Bioy Casares, lo scrittore è sepolto nel cimitero della Recoleta di Buenos Aires. È il più famoso cimitero storico argentino e prende il nome dal quartiere in cui è situato, la Recoleta, dove tra l’altro ha sede la Biblioteca nazionale della Repubblica Argentina.
“Al principio del XVIII secolo, i frati missionari dell’Ordine degli agostiniani recolletti scalzi arrivarono nella zona, allora nei dintorni di Buenos Aires, costruendo sul luogo un convento e una chiesa. La chiesa, Nostra Signora del Pilar, terminata nel 1732, esiste ancora ed è stata dichiarata monumento nazionale. Gli abitanti del luogo presero l’abitudine di chiamare la chiesa «la Recoleta», dal nome dei frati che la gestivano (recoletos escalzos in spagnolo). Il nome si estese poi al quartiere e infine al cimitero. L’ordine fu disciolto nel 1822 e il terreno del convento passò allo Stato che decise di creare il primo cimitero pubblico della città di Buenos Aires.”

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Il cimitero della Recoleta, visto dal tetto di un edificio adiacente.

 

Ma non divaghiamo ancora e torniamo ad Adolfo Bioy Casares, e al più noto dei suoi lavori, il romanzo L’invenzione di Morel (La invención de Morel), pubblicato nel 1940, che mescola fantascienza, fantastico e terrore.
Il libro venne originariamente pubblicato con due diverse copertine, entrambe disegnate da Norah Borges (il cui vero nome sarebbe Leonor Fanny Borges Acevedo, 1901-1998), artista e sorella di Jorge Luis Borges.

Il romanzo è una sorta di diario di uno scrittore venezuelano condannato all’ergastolo. Ignoriamo il suo nome e il motivo della condanna, ma ci racconta di essere fuggito, per scappare dalle accuse, su una piccola e misteriosa isola da qualche parte nella Polinesia. Si dice che coloro che in precedenza hanno tentato di abitare l’isola siano stati contagiati e infine uccisi da una strana malattia, ma il nostro fuggitivo è disposto a correre il rischio, e vi arriva a bordo di una barca che si arena poi nelle paludi.

La barca è ormai irraggiungibile, sulla spiaggia orientale. Non è molto quel che perdo: so di non essere in prigione, e che posso andarmene dall’isola; ma quando mai ho avuto la possibilità di andarmene? So quale inferno racchiude quella barca. Sono venuto da Rabaul fin qui. Non avevo acqua da bere, nemmeno un cappello. Remando, il mare è inesauribile. L’insolazione, la stanchezza erano più grandi del mio corpo. Ero afflitto da una ardente malattia e da sogni che non si stancavano mai.

 

(Dove sono questi luoghi? Ne parlerò un’altra volta perché questo post sta diventando troppo lungo.)

Le analogie con la serie Lost sono evidenti: l’atmosfera di mistero e inspiegabilità; un’isola polinesiana “deserta”; gli incontri con misteriosi e inquietanti abitanti dell’isola; in Lost, i sopravvissuti del disastro aereo sono in buona parte in fuga da qualcosa, e alcuni di loro hanno commesso crimini in passato; Danielle Rousseau parla di una misteriosa malattia che avrebbe contagiato i suoi compagni di viaggio, Desmond Hume e Kelvin Inman se ne stanno in quarantena nella Swan station perché uscire all’aperto li esporrebbe al contagio di una misteriosa malattia; come il protagonista del libro, i protagonisti della serie scoprono man mano strane e misteriose costruzioni, spesso in stato di abbandono; …

Per capire ulteriori affinità, provate a leggere questo brano, in cui la voce narrante cerca spiegazioni per le stranezze dell’isola e degli incontri con “gli intrusi”:

Provai diverse spiegazioni: Che io abbia la famosa peste; i suoi effetti sull’immaginazione […]
Che l’aria perversa dei bassi e una deficiente alimentazione mi abbiano reso invisibile. […]
Mi venne l’idea (precaria) che potesse trattarsi di esseri di diversa natura, di un altro pianeta, con occhi che non servono a vedere, con orecchie che non servono a sentire. […]
La notte scorsa sognai questo:
Ero in un manicomio. Dopo una lunga visita (il processo?) del medico, la mia famiglia mi aveva portato lì. Morel era il direttore. A tratti, sapevo di essere nell’isola; a tratti, credevo di essere nel manicomio; a tratti, ero il direttore del manicomio. […]
Quinta ipotesi: gli intrusi sarebbero un gruppo di morti amici; io, un viaggiatore, come Dante o Swedenborg, oppure un altro morto, di una altra casta, in un momento diverso della sua metamorfosi; quest’isola, purgatorio oppure cielo di quei morti […]
In quest’isola poteva essere successa una catastrofe non percettibile per i suoi morti (io e gli animali che la abitavano); poi erano arrivati gli intrusi.
Che io fossi morto! Come mi entusiasmò quest’idea (vanitosamente, letterariamente)!

Inoltre, la trama dell’episodio Dave (stagione 2, episodio 18) ricorda la teoria quattro, quella del manicomio: (spoiler!) Hugo, sull’isola, pensa di trovarsi ancora in un ospedale psichiatrico e sospetta che l’isola sia soltanto un sogno.

Concludo con una citazione dal libro che ho particolarmente apprezzato:

Forse tutta quest’igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca.

il film della domenica #10: the day the earth stood still

Ultimatum alla Terra è un film americano, di fantascienza, in bianco e nero, del 1951. Il titolo originale, molto più bello, è The Day the Earth Stood Still. Nel 2008 ne è uscito un remake omonimo, con Keanu Reeves nel ruolo del protagonista Klaatu.
Il film è basato su Farewell to the Master, un racconto Harry Bates, la storia però è stata profondamente modificata.

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La trama molto in breve

Un disco volante atterra a Washington. A bordo vi sono Klaatu, un alieno umanoide, e Gort, un robot. Vengono in pace; ma i terrestri, bellicosi e sospettosi per natura, faticano a crederci. Succedono cose; Klaatu si fa passare per un umano e conosce la giovane vedova Helen Benson e suo figlio Bobby; succedono cose.

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Gort (Lock Martin) e Klaatu (Michael Rennie)

Attori, gossip, e divagazioni

L’extraterrestre Klaatu è interpretato da Michael Rennie (1909 – 1971), attore inglese di cinema, televisione e teatro, alto 193 cm, apparso in oltre 50 film. Wikipedia dice: “Rennie, con la sua alta statura e il suo volto dai lineamenti severi e affilati, diede un’interpretazione di grande intelligenza e fascino del misterioso Klaatu”.

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Gort davanti all’astronave.

Gort, il robot, è interpretato da Lock Martin (1916 – 1959). Faceva la maschera al Chinese Theatre di Hollywood e fu scelto per la sua statura impressionante (231 cm).

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Lock Martin è quello alto.

La coprotagonista femminile, Helen Benson, è l’attrice americana Patricia Neal (1926 – 2010).

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Helen Benson (Patricia Neal) e Klaatu (Michael Rennie).
Primo gossip:

Patricia Neal ha avuto una relazione con Gary Cooper, iniziata durante la lavorazione al film La fonte meravigliosa (The Fountainhead, 1949). Lei aveva 23 anni e lui 48, ed era sposato. Cooper interpretava il protagonista, l’architetto Howard Roark, personaggio liberamente ispirato all’architetto Frank Lloyd Wright.

Secondo gossip:

Patricia Neal ha sposato nel 1953 lo scrittore britannico Roald Dahl (1916 – 1990). Hanno avuto cinque figli e hanno divorziato nel 1983.

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Roald Dahl e Patricia Neal.
Due parole su Roald Dahl:

Nato in Galles da genitori norvegesi, il norvegese parlato in famiglia era la sua prima lingua. Il nome di battesimo gli è stato dato in onore di Roald Amundsen (1872 – 1928), esploratore norvegese delle regioni polari, riconosciuto come la prima persona ad aver raggiunto entrambi i poli.

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Roald Dahl e i suoi libri più famosi.

Cenni di xenolinguistica

In alcuni momenti del film, Klaatu parla nella propria lingua aliena, inventata dallo sceneggiatore Edmund H. North. Le frasi non vengono mai tradotte né sottotitolate, ma il loro significato può essere dedotto dal contesto (esempio: Gort sta sparando, Klaatu gli dice “Gort, declato brosco!”, e Gort smette di sparare).
La più celebre è “Klaatu barada nikto”: il nostro Klaatu, impantanato in vicende complesse, chiede a Helen di andare da Gort e digli queste parole. Klaatu le insegna la pronuncia, facendogliela ripetere più volte, ma senza spiegarne il significato.

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La frase è diventata un cult ed è citata in numerose opere (ad esempio ne L’armata delle tenebre (Army of Darkness, 1992), terzo capitolo della serie La casa (The Evil Dead), nella scena in cui Ash deve recuperare il Necronomicon). È stata usata anche nel remake del 2008, aggiunta su insistenza di Keanu Reeves.

In un articolo pubblicato nel 1978 sulla rivista americana Fantastic Films, Tauna Le Marbe analizza la lingua di Klaatu, che sostiene essere un misto di latino, francese, inglese, greco e cypher, e ne propone delle traduzioni. Secondo lei “Klaatu barada nikto” significherebbe qualcosa tipo “Sto morendo, riparami; non vendicarti” (peraltro, assolutamente coerente con quello che fa Gort dopo aver sentito la frase). Mi sono spinta fino alla quarta pagina dei risultati di Google per cercare informazioni su questa Tauna Le Marbe, accreditata come “Alien Linguistics Editor” della rivista, ma, a parte un paio di articoli a suo nome su Fantastic Films, non ho trovato niente e ho il vago sospetto che non esista.

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La disciplina che “studia” le lingue aliene si chiama xenolinguistica. Ho messo le virgolette perché di lingue aliene, attualmente conosciute e da studiare, non ce ne sono: è tutto ipotetico. Si può però riflettere in termini scientifici e filosofici su come potrebbero essere le lingue di eventuali extraterrestri e sulla possibile comunicazione tra umani ed extraterrestri. In più, c’è tutta una branca della glossopoiesi (l’arte di creare linguaggi artificiali) che si occupata di inventare le lingue parlate dagli alieni all’interno delle opere di finzione (penso che la più famosa sia il klingon, in Star Trek).

Ultimatum alla Terra e l’architettura

L’architetto Frank Lloyd Wright (1867 – 1959) ha collaborato alla progettazione del set e in particolare dell’astronave di Klaatu (interni ed esterni).

Pare che il regista Robert Wise lo avesse contattato perché sapeva che Wright era interessato ai dischi volanti, alle cui forme si era ispirato per diversi progetti, tra cui lo Sports Club and Play Resort (progettato nel 1947, mai costruito) e la Annunciation Greek Orthodox Church a Wauwatosa, in Wisconsin (costruita nel 1956).

Ultimatum alla Terra e la pittura

L’architetto e artista Paul Laffoley (1935 – 2015) diceva di aver visto Ultimatum alla Terra più di 870 volte. Era ossessionato dagli UFO fin dall’infanzia. Pare che durante una TAC alla testa gli avessero trovato un minuscolo “implant” (come si dice in italiano?), apparentemente metallico, nel cervello, che ovviamente lui interpretò come una nanotecnologia di origine extraterrestre.

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Paul Laffoley nel suo studio

Paul Laffoley diceva che da bambino aveva deciso di diventare architetto per progettare astronavi. Dopo la laurea in architettura e dopo aver lavorato in qualche studio di architettura, Paul Laffoley si dedica completamente a dipingere: i suoi quadri sono visionari, complessi, contengono innumerevoli scritte e simboli, abbondano di significati difficili da interpretare. “Some paintings were mandala-like, others resembled board games, and they addressed topics such as time travel, astrology, mathematical theories, religion, black holes, alien life-forms, and a fourth dimension” (fonte).


Negli ultimi anni Paul Laffoley soffriva di vari problemi di salute, e gli avevano anche dovuto amputare una gamba al di sotto del ginocchio a causa di un’infezione. Lui si era fatto costruire un arto prostetico a forma di zampa di leone.

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L’arto prostetico di Paul Laffoley.

Ultimatum alla Terra e la musica

Dal protagonista alieno di Ultimatum alla Terra ha preso il nome la band canadese Klaatu, anni ’70, progressive rock.
La loro canzone più nota è Calling Occupants of Interplanetary Craft, dal loro primo album, 3:47 EST, pubblicato nel 1976. Le tre e quarantasette del pomeriggio, secondo il fuso orario della costa orientale degli Stati Uniti (Eastern Standard Time, EST), è l’orario in cui, nel film, Klaatu arriva a Washington.
La canzone fa ampio uso del mellotron, uno strumento musicale a tastiera molto popolare tra gli anni ’60 e ’70. Non ha un suono proprio: ogni tasto, quando viene premuto, fa partire il nastro registrato a cui è collegato. Può quindi riprodurre suoni di strumenti musicali o voci umane o qualsiasi altra cosa.

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John Lennon che suona il mellotron.

I Carpenters hanno fatto una cover di Calling Occupants of Interplanetary Craft, secondo me molto brutta, però piuttosto famosa.
I Carpenters erano un duo pop americano formato dai fratelli Karen (1950-1983) e Richard (1946) Carpenter. Mentre lui, pianista-tastierista, aveva problemi di droga e di dipendenza da Metaqualone (un farmaco dagli effetti simili ai barbiturici, usato come droga ipnotica negli anni ’60 e ’70), lei, batterista e cantante, soffriva di anoressia nervosa, le cui complicazioni ne hanno causato la morte nel 1983, a trentadue anni. Il lato positivo è che la notizia ha attirato l’attenzione pubblica sui temi dei disturbi del comportamento alimentare, di cui all’epoca non si parlava molto.
I Sonic Youth hanno dedicato una canzone a Karen Carpenter: Tunic (Song for Karen), dall’album Goo del 1990.

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I Carpenters.

Il testo di Calling Occupants of Interplanetary Craft parla del World Contact Day, dichiarato il 15 marzo 1953 dall’associazione International Flying Saucer Bureau (IFSB). Nel giorno prestabilito, tutti i membri dell’IFSB avrebbero dovuto cercare di inviare un messaggio per via telepatica verso lo spazio. L’idea era che, se tante persone si fossero concentrate contemporaneamente sullo stesso testo, qualche forma di vita aliena avrebbe dovuto riceverlo. Il messaggio inizia proprio con “Calling occupants of interplanetary craft!” e continua dichiarando la disponibilità di noi terrestri all’amicizia e ad accogliere con entusiasmo i visitatori extraterrestri. Chiede anche di venire sul nostro pianeta a ‘svegliare gli ignoranti’ e ad ‘aiutarci con i nostri problemi terrestri’ (ed è probabilmente per questo che nessun alieno ha mai risposto).
La canzone dei Klaatu si apre con un’esortazione a provare la telepatia, e prosegue con il messaggio vero e proprio da trasmettere all’universo, che è molto molto simile nelle parole e nei significati al messaggio dell’IFSB:

Calling occupants of interplanetary craft
You’ve been observing our Earth
And we’d like to make a contact with you
We are your friends

Il messaggio contiene anche un invito a visitare il nostro pianeta e a portare la pace (coerentemente, peraltro, con la visione degli alieni pacifisti e pacificatori nel film Ultimatum alla Terra).

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Ma la cosa interessante dei Klaatu è che, a un certo punto, ha cominciato a girare la voce che i Klaatu fossero in realtà i Beatles, o alcuni componenti dei Beatles, che portavano avanti nuovi progetti musicali in segreto. La diceria era motivata dal fatto che le vere identità dei Klaatu non erano mai state rivelate: nelle copertine degli album non risultava alcun nome né fotografia, e la stessa casa discografica non dava informazioni, sostenendo che fossero persone molto riservate. Il loro suono era anche abbastanza beatlesiano.
Inoltre, dopo lo scioglimento dei Beatles nel 1970, quando ognuno di loro aveva dato inizio a carriere soliste, Ringo Starr (il cui vero nome è Richard Starkey) aveva pubblicato un album, nel 1974, Goodnight Vienna, la cui copertina è un’immagine da Ultimatum alla Terra: una delle scene più note, in cui l’astronave è appena atterrata e ne escono Gort e, dietro di lui, Klaatu, che saluta con la mano. Nella copertina di Goodnight Vienna la faccia di Ringo è photoshoppata al posto del casco di Klaatu (anche se all’epoca Photoshop non c’era e non ho idea di cosa si usasse in alternativa. Per curiosità, la prima versione di Photoshop è del 1990 e ha quindi ventisei anni).


In realtà, non c’è mai stata alcuna connessione tra i Beatles e i Klaatu, e la vera formazione di questi ultimi era: John Woloschuk, Dee Long e Terry Draper, tutti e tre originari di Toronto, Canada.

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#95 dalla terra alla luna

Se Jules Verne fosse vivo oggi, avrebbe senza dubbio un blog come questo. Solo più interessante, scritto meglio, e aggiornato più spesso. I suoi romanzi sono un po’ così: pieni di curiosità, digressioni, nozioni di tutti i tipi, approfondimenti scientifici, geografici, letterari. Le trame sembrano quasi un pretesto. Ed è per questo che oggi parlo di Dalla Terra alla Luna e del suo seguito Intorno alla Luna con alcuni ‘spoiler’.

Jules Verne fotografato da Nadar
Jules Verne, fotografato da Nadar.

Dalla Terra alla Luna (titolo originale: De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes), pubblicato nel 1865, racconta dell’iniziativa dei soci del Gun Club, associazione di artiglieri di Baltimora. Da poco conclusa la guerra di secessione americana (1861-1865) e senza la prospettiva di nuovi sanguinosi conflitti, per combattere la noia questi fanatici delle armi hanno la brillante idea di sparare un proiettile sulla luna. Si discute dettagliatamente del progetto e si comincia a metterlo in atto, con la costruzione di un gigantesco cannone idoneo a sparare il gigantesco proiettile sferico sulla luna, per i primi sedici capitoli (e senza che nessuno si chieda “ma perché dovremmo sparare un proiettile sulla luna?”).

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La nitrocellulosa.

In questa fase si stabilisce, tra le altre cose, che per il lancio del proiettile il cannone utilizzi come detonatore il fulmicotone, altrimenti detto nitrocellulosa. Questa bellissima parola dal suono vintage si usa anche in senso figurato nell’espressione “al fulmicotone” “per indicare azione rapida, impetuosa, violenta” (Treccani).
Il fulmicotone è un composto chimico derivato dalla cellulosa del cotone e sfruttato per le sue proprietà infiammabili-esplosive prima dell’invenzione della dinamite. Il fulmicotone è stato inventato nel 1845 dal tedesco Christian Friedrich Schönbein, lo stesso che qualche anno prima aveva scoperto l’ozono. La polvere da sparo era già nota da secoli. Due anni dopo, invece, l’italiano Ascanio Sobrero riesce a sintetizzare un nitrato esplosivo più stabile, la nitroglicerina. È soprattutto con la nitroglicerina che lo svedese Alfred Nobel fa un sacco di esperimenti, in uno dei quali salta in aria un capannone con dentro cinque persone, tra cui il fratello più giovane Emil (1864). Più tardi, nel 1867, Alfred Nobel riesce a stabilizzare la dinamite.

Alfred Nobel
Alfred Nobel.

È sempre divertente l’aneddoto che spiega l’origine del premio Nobel: il fratello di Alfred, Ludvig Nobel, muore nel 1888, e «Per errore, un giornale francese pubblica il necrologio della morte di Alfred condannandolo aspramente per l’invenzione della dinamite. Il titolo del necrologio recita Il mercante di morte è morto (Le marchand de la mort est mort), continuando poi: “Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri”» (Wikipedia). Alfred Nobel si ritrova così nella curiosa situazione di leggere il proprio necrologio ed essere vivo. In più, il necrologio è ben poco lusinghiero. Dispiaciuto per il ricordo negativo che sta lasciando, si impegna per compensare l’invenzione della dinamite con qualcosa di bello, e nel suo testamento del 1895 istituisce i riconoscimenti noti come premi Nobel. Muore l’anno dopo per un’emorragia cerebrale nella sua villa a Sanremo in Italia.
Una cosa simile è successa anche nei Simpsons a Montgomery Burns, nell’episodio Impero mediatico Burns (Fraudcast News, stagione 15, episodio 22): Burns viene travolto dal crollo improvviso del Masso Vegliardo (Geezer Rock) e creduto morto. In realtà è sopravvissuto (nutrendosi di insetti), e quando torna in città vede che giornali e televisioni annunciano allegramente la sua morte, descrivendolo in tutta la sua malvagità. Burns reagisce però diversamente da Nobel, e compra tutti i media di Springfield per controllare l’informazione e l’opinione pubblica. In realtà non ho trovato da nessuna parta che l’episodio sia un riferimento ad Alfred Nobel, ma direi che le vicende si assomigliano molto.

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Il “Masso Vegliardo” di Springfield

Ma torniamo a Dalla Terra alla Luna.

Dicevo che nei primi sedici capitoli si comincia a mettere in atto il progetto di sparare un proiettile sferico sulla luna. Il colpo di scena arriva solo al capitolo 17, ed è peraltro spoilerato da quasi tutte le copertine (ripeto: fin qui si è parlato di un proiettile SFERICO).

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Altre copertine si spingono oltre: vedete gli oblò?

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Nel capitolo 17, infatti, entra in scena il francese Michel Ardan, personaggio energico e stravagante, ispirato al fotografo Nadar, amico di Verne (e Ardan è l’anagramma di Nadar. Ne avevo parlato qui).

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Un autoritratto di Nadar e un’illustrazione del personaggio Michel Ardan

Ardan propone di sostituire il proiettile sferico con un proiettile cilindro-conico, in modo che possa contenere una persona, cioè lui stesso, trasformando il progetto originale in una missione esplorativa.

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E qualche copertina vi svela anche il colpo di scena del finale del capitolo 21, e cioè che a partire non è solo Ardan, ma sono in tre.

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Il proiettile trasformato in veicolo per umani è spoilerato dalla maggior parte delle recensioni. Wikipedia addirittura scrive: “In questo romanzo Verne anticipa le prime fasi dello storico allunaggio avvenuto realmente oltre 100 anni dopo, il 20 luglio 1969.” Ehm, no, veramente non proprio. Il romanzo si conclude pochi giorni dopo il lancio del proiettile, con una comunicazione dell’osservatorio che ha avvistato il proiettile e scoperto la sua sorte, spoilerata peraltro dal titolo del romanzo che fa da seguito a Dalla Terra alla Luna, ovvero Intorno alla Luna (Autour de la Lune) pubblicato nel 1870. *Intorno* alla luna, non *sulla* luna. Il proiettile, infatti, è entrato nell’orbita della luna e le ruota attorno come un satellite. Non è questo che fanno con l’allunaggio del 1969: al massimo Verne lo anticipa concettualmente, perché non è il primo a raccontare di viaggi sulla luna, ma è uno dei primissimi a parlare della possibilità di raggiungerla grazie al progresso scientifico e tecnologico. Per dire, nell’Orlando furioso (1532) di Ludovico Ariosto, Astolfo va sulla luna con un carro trainato da ippogrifi (per recuperare il senno perduto da Orlando: capite che non è particolarmente realistico). Questo è fantasy. Verne invece è science fiction: lui immagina una tecnologia più avanzata rispetto a quella esistente, ma plausibile in termini scientifici e secondo le leggi del mondo reale.

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Questo è un ippogrifo.

Mentre il primo dei due romanzi (Dalla Terra alla Luna) è interamente ambientato sulla Terra, il secondo (Intorno alla Luna) assume invece il punto dei vista dei tre viaggiatori all’interno del proiettile. Ci sono abbondanti spiegazioni (per quanto non tutte coerenti con le conoscenze scientifiche di oggi) sulla vita dei tre “astronauti” in viaggio verso il satellite: scorte d’acqua e di cibo, un sistema per assorbire l’anidride carbonica e rigenerare ossigeno, illuminazione, riscaldamento (perché nello spazio fa freddo: Verne dice -140°C, in realtà più freddo: Wikipedia dice 3 kelvin, cioè -270°C), attrezzature scientifiche di vario tipo, eccetera. (Faccio notare che non viene MAI neanche accennato come questi tre uomini e gli animali che hanno portato (sì, hanno portato dei cani e dei polli, con l’idea di farli ambientare sulla luna per dare inizio a una sorta di colonizzazione) dicevo, non viene MAI detto come e dove tutti questi esseri viventi facciano la pipì e la cacca nei quattro giorni del viaggio.)
A un certo punto del viaggio, per un problema con l’attrezzatura, i nostri eroi rischiano un’intossicazione da ossigeno. Ma davvero si può morire per troppo ossigeno? L’ho googlato, e la risposta è sì. In condizioni normali non è possibile respirare troppo ossigeno, neanche iperventilando, ma può accadere in situazioni in cui la concentrazione dell’ossigeno è stata artificialmente aumentata. Se l’ossigeno nei polmoni supera la capacità di assorbimento dell’ossigeno del sangue, succede un casino. Non ho capito perché, ma si rischiano danni ai polmoni, al sistema nervoso e alla retina, e poi la morte. Le conseguenze della tossicità dell’ossigeno vengono chiamate anche “effetto Paul Bert” perché il francese Paul Bert (1833 – 1886), esperto di fisiologia della subacquea, è stato il primo a studiare l’argomento. Era anche un politico ed è stato ministro dell’istruzione ed era razzista: la Wikipedia francese riporta diversi brani in cui descrive come i neri siano evidentemente meno intelligenti dei bianchi e persino meno dei cinesi.

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Per stavolta il discorso su Verne si conclude qui, ma credo ci sarà un seguito, perché le cose da dire sono tante.

#85 la macchina di anticitera

Prima di tutto, le spugne.

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Le spugne che abbiamo in casa sono sintetiche. Le spugne “vere”, i poriferi, sono animali marini. Organismi pluricellulari che vivono immobili, attaccati sui fondali del mare o delle acque dolci. Non hanno veri tessuti né organi: semplicemente, il costante flusso di acqua attraverso i loro corpi fornisce loro ossigeno e cibo (piccoli organismi e particelle organiche che si trovano nell’acqua). Dopo la morte, lasciano uno scheletro fibroso ed elastico, che fin da tempi remoti è stato pescato e usato per lavare, lavarsi, e altri scopi. scaletowidth La pesca delle spugne, tuttora esistente ma piuttosto rara, può avvenire sostanzialmente in due modi: con una rete, trainata da una barca, che raccoglie le spugne dal fondo del mare; oppure grazie a singoli tuffatori che si immergono per cercare le spugne migliori. Questi ultimi possono essere attrezzati con respiratori, ma anticamente l’unico metodo per immergersi era in apnea. Gli antichi pescatori greci di spugne usano in particolare la tecnica dell’immersione in apnea con la skandalopetra, ovvero una pietra, pesante circa una decina di chili, che viene usata come zavorra per l’immersione. 1411378966923_wps_21_Antikythera_Greece_map_jp

E poi, nell’ottobre dell’anno 1900, un gruppo di pescatori di spugne, in viaggio dall’Africa alla Grecia, viene bloccato da una violenta tempesta sulla piccolissima isola di Cerigotto, o Anticitera, o Aegila (in greco Αντικύθηρα, in inglese Antikythera).

L’equipaggio dei pescatori di spugne, capitanati da Dimitrios Kondos, ad Anticitera nel 1900.
L’equipaggio dei pescatori di spugne, capitanati da Dimitrios Kondos, ad Anticitera nel 1900.

Cosa fanno i pescatori di spugne per passare il tempo? Si immergono in cerca di spugne, ovviamente. Ed è così che, passeggiando sul fondo marino nei loro scafandri da palombaro, trovarono il relitto di una nave romana naufragata nel I secolo a. C., piena di statue anche molto più antiche, in bronzo, in marmo, e numerosi manufatti, utensili, oggetti di vario tipo (anfore, stoviglie, ceramiche, monete, gioielli,…).

Il recupero di un’anfora dal relitto di Anticitera nel 2013.
Il recupero di un’anfora dal relitto di Anticitera nel 2013.

Negli anni immediatamente successivi alla scoperta sono stati recuperati molti reperti, e nuove ricerche si sono svolte negli anni Cinquanta e Settanta su iniziativa di Jacques Cousteau, e poi in anni recentissimi, portando alla luce robe tipo queste:

L’efebo di Anticitera (bronzo)
L’efebo di Anticitera (in bronzo)
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La “testa di filosofo” di Anticitera

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Tra i reperti trovati nel 1900-01 c’era anche una serie di pezzi di bronzo, incrostati e corrosi. Nel 1902 l’archeologo Valerios Stais li studiò e si accorse che si trattava di ruote dentate, ricoperte di iscrizioni in greco ellenistico (o koinè), che formavano un elaborato meccanismo, chiuso all’interno di una scatola di legno delle dimensioni di 34 x 18 x 9 cm. Venne chiamato Macchina di Anticitera (o meccanismo di Anticitera, in inglese Antikythera mechanism), e si pensò che fosse una delle prime forme di orologio meccanizzato.

la parte principale

Il congegno non è completo: è stato ritrovato in frantumi, e attualmente sono stati recuperati e riconosciuti 82 frammenti, 7 dei quali costituiscono il meccanismo principale, ma potrebbero esserci altri pezzi ancora da scoprire.

frammenti

Soltanto dopo circa settant’anni e molti studi, si è capito cosa fosse e come funzionasse. Molto più sofisticato di un semplice orologio, è il più antico calcolatore meccanico conosciuto, usato per elaborati calcoli astronomici e previsioni. Gli ingranaggi di ruote dentate servivano per calcolare il sorgere e il tramontare del sole, le fasi lunari, le eclissi, i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, gli equinozi, gli anni, i mesi, i giorni della settimana, i segni zodiacali, addirittura le date dei giochi olimpici antichi. (I cinque pianeti conosciuti fin dall’antichità sono quelli visibili a occhio nudo, cioè Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno. Mancano Urano, scoperto soltanto nel 1781 da William Herschel, e Nettuno, scoperto nel 1846 da Johann Gottfried Galle, entrambi tramite un telescopio. Plutone, scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh, è stato classificato come il “nono pianeta” fino al 2006, quando è stato riclassificato come pianeta nano). sistema solare Il meccanismo di Anticitera è conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene, assieme a una ricostruzione. È stato datato intorno al 150-100 a.C. e si pensa sia stato costruito da scienziati greci.

Lo schema di una possibile ricostruzione.
Lo schema di una possibile ricostruzione.

È considerato il più antico computer analogico conosciuto. Il meccanismo di Anticitera è talmente complesso e unico nel suo genere, e danneggiato dai duemila anni passati sotto il mare, che finora sono state proposte numerose ipotesi sul suo funzionamento e sulla sua origine, ma le certezze sono poche.

Una rappresentazione schematica proposta da Freeth e Jones nel 2012.
Una rappresentazione schematica proposta da Freeth e Jones nel 2012.

Non è probabilmente l’unico congegno di quel tipo che fu progettato e costruito in quel periodo, ma è l’unico ad essere arrivato fino ai giorni nostri. La sua complessità tecnica è stupefacente, e le conoscenze necessarie alla sua realizzazione devono poi essere andate perdute, perché per ritrovare tecnologie paragonabili bisogna aspettare fino alla fine del Medioevo, cioè più di un millennio. Ma c’è chi non crede che gli antichi fossero arrivati a un livello di conoscenza e tecnologia così sofisticato: manufatti come il meccanismo di Anticitera vengono considerati “anacronistici”, e per dare una spiegazione si ricorre a viaggi nel tempo, contatti con gli alieni, antiche civiltà segrete e altre teorie del complotto. Il meccanismo di Anticitera è considerato un caso di OOPArt (Out Of Place ARTifacts, “manufatti fuori posto”) dai sostenitori dell’archeologia misteriosa, che non credono possa davvero appartenere all’età ellenistica perché tecnologicamente troppo avanzato. In realtà, pur essendo un reperto unico nel suo genere, è perfettamente compatibile con le conoscenze tecniche e astronomiche degli antichi greci (o meglio, delle conoscenze che gli studiosi pensano che gli antichi greci possedessero). “Molti OOPArt hanno infatti ricevuto un’interpretazione del tutto coerente con le attuali conoscenze archeologiche e scientifiche. In tutti quei casi in cui non si è data una risposta, ciò si deve al fatto che non si è ancora capito il tipo di utilizzo che aveva l’oggetto”. Altre volte si tratta di falsificazioni o di datazioni sbagliate. OOPArt Teorie di questo tipo sono spesso sostenute dai creazionisti: per motivi che, onestamente, non ho capito, sarebbero prove schiaccianti della giovane età della Terra (creata tra i 6 mila e i 12 mila anni fa come è scritto nella Bibbia, non formata circa 4,54 miliardi di anni fa come sostengono i miscredenti), del diluvio universale e della falsità dell’evoluzionismo.

La stima dell’età della Terra attualmente più condivisa dalla comunità scientifica è 4,54 miliardi di anni – lo dice anche Google.
La stima dell’età della Terra attualmente più condivisa dalla comunità scientifica è 4,54 miliardi di anni – lo dice anche Google.

L’archeologia misteriosa, (o fantarcheologia, criptoarcheologia, archeologia alternativa, pseudoarcheologia) è “una sorta di archeologia pseudoscientifica che dà una interpretazione non scientifica di reperti archeologici o di presunti tali”. La branca dell’ufologia che studia i presunti avvistamenti di UFO nel passato anche remoto si chiama clipeologia o paleoufologia, ed è considerata una pseudoscienza, mentre la teoria che gli extraterrestri abbiano contattato e influenzato antiche civiltà umane è la teoria degli antichi astronauti (o teoria del paleocontatto o paleoastronautica). Ancient_astronaut_hypothesis

#82 maledizione di ondina

Le ondine sono creature leggendarie presenti in varie tradizioni. Nel folklore europeo sono in genere descritte come spiriti acquatici simili a fate, o a sirene (metà donne e metà pesci), e considerate maligne o amichevoli a seconda delle leggende.

Secondo diverse tradizioni, le ondine sono prive di anima (e non possono quindi accedere al paradiso dopo la morte), ma possono ottenerne una se sposano un uomo mortale e gli dànno un figlio.

Undine del pittore inglese preraffaelita John William Waterhouse (1849-1917)
Undine del pittore inglese preraffaelita John William Waterhouse (1849-1917)

In una storia germanica, Ondina (o Ondine o Undine) è una bellissima ninfa acquatica e, come tutte le ninfe, immortale.
Si innamora di un uomo mortale, un cavaliere di nome Lawrence, e i due si sposano. Lawrence giura di amarla sempre e di restarle sempre fedele. Un anno dopo il loro matrimonio, Ondina dà alla luce un figlio. In questo modo perde la sua immortalità, e comincia a invecchiare.
Un giorno, Ondina sorprende Lawrence addormentato fra le braccia di un’altra donna. Ondina, incazzatissima, lo maledice: “Tu mi hai giurato fedeltà con ogni tuo respiro, ed io ho accettato il tuo voto. Così sia. Finché sarai sveglio, potrai avere il tuo respiro, ma dovessi mai cadere addormentato, allora esso ti sarà tolto e tu morirai!”

Secondo altre varianti, fu il Re delle Ninfe a punire l’uomo, lanciandogli la maledizione che gli fece “dimenticare” di respirare una volta addormentato.

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Questa storia ha dato il nome alla “Maledizione di Ondina”, che è la denominazione storica dell’ipoventilazione alveolare primitiva.

L’ipoventilazione alveolare primitiva, o sindrome da ipoventilazione centrale congenita (Congenital Central Hypoventilation Syndrome, CCHS), conosciuta anche come sindrome di Ondina o maledizione di Ondina (Ondine’s curse), è un raro disturbo del sonno.

La sindrome è causata dalla mutazione di un gene che colpisce la parte del sistema nervoso che è responsabile dei movimento involontari nel corpo umano, cioè quei meccanismi normalmente automatici, come appunto la respirazione, o meglio la ventilazione polmonare.
La mutazione provoca una disfunzione: il controllo vegetativo della respirazione risulta alterato o completamente assente.

Significa che, per chi ne è affetto, ogni singolo respiro dev’essere prodotto volontariamente. E non si può decidere di respirare quando si dorme: la sindrome comporta la cessazione della ventilazione durante il sonno. I malati, per sopravvivere, hanno bisogno di dispositivi di ventilazione meccanica. Questa è l’unica soluzione: attualmente non esistono vere e proprie cure per questa malattia. Senza dispositivi appositi, i pazienti morirebbero dopo essersi addormentati.

L’ipoventilazione alveolare primitiva è stata diagnosticata per la prima volta solo negli anni Settanta. In tutto il mondo ci sono circa 200 casi conosciuti. La sindrome si manifesta in genere nei primi giorni di vita.

(Ho cercato di informarmi presso fonti attentibili, come il sito dell’A.I.S.I.C.C., Associazione Italiana per la Sindrome da Ipoventilazione Centrale Congenita, ma non sono un’esperta né di leggende e mitologie, né di medicina – se ho scritto delle cazzate, ditemelo).

Undine dell’illustratore Arthur Rackham
Undine dell’illustratore Arthur Rackham

Una storia simile alla precedente, ma senza la maledizione del respiro, è narrata nel racconto Undine del 1811 di Friedrich de la Motte Fouqué, scrittore romantico tedesco (Undine e Huldbrand si innamorano, si sposano, lui la tradisce con una certa Bertalda, lei torna negli abissi marini e lui muore). Il racconto fu pubblicato in Inghilterra con le illustrazioni dell’inglese Arthur Rackham (1867-1939).

A Baden bei Wien (cittadina termale austriaca, a sud-ovest di Vienna) una fontana realizzata dallo scultore viennese Josef Valentin Kassin (1856-1931) rappresenta Undine del racconto di Fouqué.

Baden