#108 parole “intraducibili”: emozioni

Tiffany Watt Smith si occupa, tra le altre cose, di studiare e fare ricerca sulle emozioni e sulla storia delle emozioni. Sull’argomento ha scritto, nel 2015, The Book of Human Emotions, in cui riporta 154 tra neologismi e parole in varie lingue del mondo che descrivono particolari emozioni, spesso prive di equivalenti in inglese o in italiano.
C’è chi si lascia prendere la mano e sostiene che i coreani e gli scandinavi vivono emozioni diverse perché le loro lingue danno forma in modo diverso al loro emozionarsi (ne parlerò nel prossimo post), ma, in ogni caso, le stranezze linguistiche ci piacciono, gli elenchi ci entusiasmano; ecco dunque cinque delle parole “intraducibili” trattate nel sopracitato libro.

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Tiffany Watt Smith

Awumbuk

Nella lingua del popolo Baining della Papua Nuova Guinea, awumbuk si riferisce alla malinconia e al senso di vuoto che si prova quando gli ospiti che ci hanno fatto visita sono andati via.

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Eccola lì, la Papua Nuova Guinea.

L’appel du vide

“Il richiamo del vuoto”, in francese, è il pensiero o l’impulso di lanciarsi da una grande altezza, di buttarsi sulle rotaie del treno, o di girare il volante verso il precipizio oltre una scogliera o contro un ostacolo. In psicologia è chiamato anche High Place Phenomenon perché avviene perlopiù in luoghi sopraelevati, ma si tratta in generale del pensiero, improvviso e involontario, di un comportamento autodistruttivo. Non è, come si potrebbe pensare, un istinto suicida, ma è una sensazione correlata alla paura e all’istinto di sopravvivenza.

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L’appel du vide illustrato da Marija Tiurina

Circa due anni e mezzo fa avevo parlato della serie di illustrazione dal titolo Found in Translation di Anjana Iyer. Non è la sola ad aver tentato una rappresentazione visiva di parole “intraducibili”: anche Marija Tiurina ne ha illustrate quattordici, tra cui alcune per le emozioni.

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Marija Tiurina, con un gatto.

Basorexia

La basorexia è la pulsione, il desiderio urgente e irrefrenabile di baciare qualcuno.
Non ho trovato spiegazioni sulla sua etimologia (se non che deriverebbe dal francese “baiser”, “bacio”), ma io azzarderei che deriva dal latino basium, a sua volta di origine incerta e controversa, a cui è aggiunto il greco ὄρεξις (órexis) che significa desiderio, voglia, appetito o fame, dal quale viene il suffisso italiano -oressìa, usato in medicina in relazione all’appetito e all’alimentazione (anoressìa, disoressia, licoressìa, paroressìa, iperoressìa, ortoressìa).

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La foto di Alfred Eisenstaedt

Nell’arte di tutti i tempi ci sono meravigliose opere che ritraggono baci, ma tra tutte mi è venuta in mente la celebre fotografia del marinaio e l’infermiera a Times Square, scattata il 14 agosto 1945 dopo l’annuncio della resa del Giappone (è il VJ Day o Victory Over Japan Day). Esistono in realtà almeno due foto: V-J Day in Times Square, meglio conosciuta come The Kiss di Alfred Eisenstaedt, pubblicata su Life, e un’altra, che ritrae lo stesso bacio da una differente angolazione, scattata da Victor Jorgensen e pubblicata sul New York Times.
La seconda è forse meno interessante dal punto di vista artistico, ma siccome Victor Jorgensen era un fotografo della marina americana in servizio, la foto appartiene al governo federale statunitense ed è rilasciata in pubblico dominio, e dunque l’immagine è più diffusa. Al contrario, la foto di Alfred Eisenstaedt, più bella, è protetta da copyright e il fotografo si è arricchito per ogni riproduzione.
Le facce dei due protagonisti del bacio non sono ben visibili, e negli anni parecchie persone hanno proclamato di essere il marinaio o l’infermiera. Tuttora ci sono dubbi sulle loro reali identità. Dibattuta è anche la storia dietro quel bacio: spontaneo o pianificato? Gioia patriottica festosamente condivisa oppure coercizione e slinguazzata indesiderata? Chissà.

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La foto di Victor Jorgensen

Torschlusspanik

Il “panico del cancello chiuso” è, in tedesco, l’ansia del tempo che passa troppo in fretta al confronto delle cose che dovremmo o vorremmo fare. Può essere il “ticchettio dell’orologio biologico” di una donna che ha superato i trenta e non ha figli, la “crisi di mezza età” di chi guarda avanti e vede che la vecchiaia è in arrivo, l’angoscia per le occasioni che stiamo perdendo, l’ansia per la deadline che si avvicina e ancora abbiamo troppo lavoro da fare.

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Il mio moroso vive attualmente in costante Torschlusspanik perché il suo videogioco deve uscire in autunno e non sa se riuscirà a infilarci tutte le cose fighissime che ha in testa.

Torschlusspanik (o Torschlußpanik: della lettera Eszett avevo parlato qui) è composta da Tor, cancello o portone; Schluss, chiusura o conclusione; Panik, panico.
La parola ha origine medievale, quando i castelli chiudevano i cancelli ogni sera per motivi di sicurezza oppure per prepararsi a un attacco nemico (ho trovato entrambe le versioni): non era auspicabile rimanere chiusi fuori e gli abitanti avevano l’ansia di affrettarsi a rientrare prima della chiusura.
I tedeschi usano l’espressione «Torschlusspanik ist ein schlechter Ratgeber» («Il Torschlusspanik è un cattivo consigliere») per ricordare che la fretta, l’ansia, l’impulsività di fare qualcosa all’ultimo minuto, non creano le condizioni per le decisioni migliori.

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Il Torschlusspanik illustrato da Marija Tiurina

Matutolypea

Parecchio diffusa sul web di lingua inglese ma assente nei veri dizionari, matutolypea si riferisce allo svegliarsi di cattivo umore. Non si sa chi l’abbia coniata, ma è un miscuglio di latino e greco: matuto, da Mater Matuta che, nella mitologia romana, era la dea del Mattino e protettrice delle nascite (dal suo nome deriva l’italiano mattina), e il greco λύπη (lýpi), cioè dolore, sofferenza, tristezza o infelicità. Qui la pronuncia.

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Mater Matuta

E continuiamo nel prossimo post perché questo sta diventando troppo lungo. See you soon!


 

Age-otori, cafuné, culaccino, friolero, hanyauku, mamihlapinatapai, ohrwurm, pochemuchka, tingo, tsundoku, utepils: per gli appassionati di “intraducibili”, si è parlato di queste parole qui!

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#102 the troggs

I Troggs sono (stati) una rock band inglese, composta nel 1964 ad Andover, nell’Hampshire.

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Andover

Il nome, in origine, era The Troglodytes, I Trogloditi.
La parola “troglodita” viene dal greco antico τρωγλοδύτης e significa qualcosa tipo “che vive nelle caverne”, e si riferisce alle popolazioni preistoriche che abitavano, appunto, nelle caverne, oppure, in senso figurato, a persone arretrate o rozze.
I trogloditi sono anche una famiglia di uccelli, comunemente noti come scriccioli.

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Da sinistra a destra: Ronnie Bond, Pete Staples, Chris Britton, e Reg Presley in basso al centro.

I membri fondatori dei Troggs sono stati Reg Presley (1941-2013, voce), Ronnie Bond (1940-1992, percussioni), Pete Staples (1944, basso), e Chris Britton (chitarra).
La band si è sciolta nel 1969, rimessa insieme l’anno successivo, dopodiché mi sono un po’ persa negli innumerevoli cambi di formazione. Interessante, tuttavia, che dopo la morte del cantante per cancro ai polmoni nel 2013, i componenti rimasti hanno preso un nuovo cantante e continuano a essere i Troggs. L’attuale formazione ha in comune con quella originale soltanto il chitarrista, ma è meglio di niente (mi ricorda i Nomadi e il paradosso della nave di Teseo, di cui avevo parlato qui).

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I Troggs di oggi: Chris Allen, Dave Maggs, Pete Lucas, Chris Britton.

Il cantante dei Troggs, Reg Presley, aveva lasciato giovane la scuola e ha fatto il muratore finché il singolo “Wild Thing” non è entrato nelle classifiche, e ha finito per vendere cinque milioni di copie. Autore di molti successi dei Troggs, ha scritto anche “Love Is All Around”, di cui i Wet Wet Wet hanno inciso una celebre quanto brutta cover nel 1994. Il successo della cover ha fruttato parecchi soldi al suo autore, e Reg Presley ha pensato bene di utilizzare i guadagni per finanziare ricerche su argomenti come “alien spacecraft, lost civilisations, alchemy, and crop circles” (ovvero astronavi aliene, civiltà scomparse, alchimia, e cerchi nel grano, da Wikipedia) e ha riassunto le sue scoperte nel libro Wild Things They Don’t Tell Us, pubblicato nel 2002.

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Reg Presley, il suo imbarazzante taglio di capelli, e il suo libro.

 

I Troggs hanno prodotto parecchie canzoni di successo, come “With a Girl Like You”, “Hi Hi Hazel”, e altre di cui mi accingo a parlare più dettagliatamente. La loro musica ha profondamente influenzato il garage rock, il punk rock, e numerosi artisti, da Iggy Pop ai R.E.M..
Infatti, ad esempio, la loro “I Can’t Control Myself”, scritta da Reg Presley, è stata più volte suonata dai Buzzcocks e dai Ramones.
Gli MC5, oltre ad averla suonata spesso nei loro concerti, hanno inciso “I Want You” dei Troggs nel loro album di debutto Kick Out the Jams del 1969, ribattezzandola però “I Want You Right Now”. E di quest’ultima versione hanno fatto una bella cover strumentale gli Spacemen 3 (un gruppo che, secondo Wikipedia, faceva musica dei seguenti generi: “Neo-psychedelia, alternative rock, garage rock, space rock, noise rock, drone rock, experimental rock”).
Gli Spacemen 3 hanno ripreso un’altra canzone dei Troggs, “Anyway That You Want Me”, rifatta anche dagli Spiritualized (che poi sono un gruppo fondato da Jason Pierce che prima era negli Spacemen 3). La versione di questi ultimi è stata usata come colonna sonora di una bellissima scena di Me and You and Everyone We Know, film del 2005 di Miranda July.

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I due fondatori degli Spacemen 3 (Jason Pierce in alto e Peter Kember in basso) sulla copertina del loro The Perfect Prescription (1987)

“Love Is All Around” di Reg Presley sembra piacere molto a Mike Mills dei R.E.M. (che, coincidenza!, è omonimo del Mike Mills regista e grafico che è il marito di Miranda July), e una cover in versione acustica è inclusa nel loro MTV Unplugged del 1991. La brutta cover dei Wet Wet Wet, invece, è del 1994 e compare in Quattro matrimoni e un funerale (Four Weddings and a Funeral, sceneggiatura di Richard Curtis). Ma la versione migliore e più divertente di “Love Is All Around” è senza dubbio quella di Love Actually, film del 2003 diretto da Richard Curtis, dove l’attore inglese Bill Nighy interpreta un’attempata rockstar che, alla disperata ricerca di un successo, fa una cover natalizia dei Troggs, dal titolo “Christmas Is All Around”.

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Bill Nighy in Love Actually

Vorrei inoltre segnalare “Give It To Me”, scritta da Reg Presley, inclusa tra l’altro in una scena di Blowup di Michelangelo Antonioni (1966), il cui testo è sostanzialmente questo:

Give it to me / All your love […]
And I’ll know / When you come / I’ll be there […]
Darling I’ll know you’ll come to me / I’ll be there waiting so patiently […]

 

Wild Thing” è uno dei maggiori successi dei Troggs, ed è stata scritta da Chip Taylor.
Chip Taylor (1940) è un prolifico compositore, il suo vero nome è James Wesley Voight, ed è il fratello del geologo Barry Voight e dell’attore Jon Voight. Quest’ultimo è il padre di James Haven e Angelina Jolie. Ricordatemi di scrivere un post su questa famiglia perché sembra gente con delle vite interessanti.

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Chip Taylor

Wild Thing” è stata originariamente incisa dalla band The Wild Ones nel 1965, portata al successo nella versione dei Troggs del 1966, e successivamente suonata da praticamente chiunque, tra cui:
Jimi Hendrix l’ha suonata più volte, e, in particolare, al Monterey Pop Festival nel 1967, quando al termine della canzone ha dato fuoco alla chitarra;
Amanda Lear nel 1987 (e dovete assolutamente vedere il video).

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Jimi Hendrix con la chitarra in fiamme al Monterey Pop Festival del 1967

 

E con i Troggs inauguriamo la nuova iniziativa delle “Wellen Playlist”: trovate la playlist delle canzoni citate in questo post qui su YouTube.
Vi annuncio inoltre che ho chiesto a un amico, esperto di jazz, arcana musica contemporanea e marxismo, di scrivermi un articolo su un argomento a sua scelta, e spero che accetterà la proposta. Perciò stay tuned, miei cari cinque lettori, che questo blog diventa sempre più entusiasmante.
A presto

#101 frutti (prima parte)

Un cuoco e un botanico avrebbero probabilmente grosse difficoltà a comunicare tra loro: il lessico culinario e quello scientifico-botanico parlano spesso delle stesse cose con parole diverse, e usano le stesse parole con significati diversi.

Frutta e verdura

In cucina, le verdure, o ortaggi, si usano tipicamente per le portate principali, dal gusto salato, spesso dopo la cottura. La frutta, al contrario, è zuccherina, si può consumare senza cottura, e si può usare per preparazioni dolci.
In botanica, invece, la definizione di “frutto” è ben diversa, mentre il termine “verdura” non esiste: quelle che chiamiamo “verdure” possono essere varie parti della pianta: foglie (lattuga, radicchio, rucola, valeriana, spinaci, cavolo cappuccio, verza), fusti o parti del fusto (sedano, asparago, finocchio), radici (carote, ravanelli, barbabietola, rapa, patata americana), tuberi (patata, topinambur), bulbi (aglio, cipolla), infiorescenze immature (cavolfiore, broccolo, broccolo o cavolo romanesco, carciofo). E soprattutto, molte “verdure” sono, in realtà, frutti.

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E i funghi?

Porcini, finferli, prataioli, champignon,… I funghi non sono né frutti né “verdure”, perché non sono vegetali: fanno parte di un regno tutto loro, quello dei funghi, appunto, a cui appartengono anche il lievito di birra e (udite udite!!) il tartufo, che è un fungo ipogeo (ovvero che si sviluppa sotto il terreno).

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Per semplificare l’ampia e complessa questione frutti, in questo e nei successivi post (e temo che saranno parecchi perché la cosa mi appassiona) ci si limiterà ai frutti (o alle parti di frutti) che sono commestibili e si usano abitualmente per l’alimentazione umana. Infatti, mentre in cucina la frutta è tutta cibo, in botanica non esiste una regola predefinita: frutti, semi, foglie, e qualsiasi altra parte della pianta, possono variare dall’edibile al tossico, dal gustoso al vomitevole, indipendentemente dalla classificazione scientifica.

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(Fonte)

Si noti che in cucina si parla di frutta, mentre in botanica di frutto e frutti. “Frutto” viene dal latino classico frūctus, da cui deriva fructum, in latino medievale, e il suo plurale fructa, che diventa in italiano il nome collettivo femminile “frutta”. Frūctus viene a sua volta dal verbo latino frui, “godere”. Frui è anche all’origine di “fruire” e “frumento”. E, indovinate un po’, i chicchi di frumento sono frutti.

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Gli stranieri hanno spesso difficoltà con le doppie e con queste stranezze dell’italiano (i frutti, la frutta), come dimostra questo menù che ho fotografato in vacanza.

Il frutto

Tutto comincia dal fiore. (Del sesso dei fiori avevo già parlato qui). Gli organi maschili dei fiori producono polline, che quando raggiunge gli ovuli all’interno dell’ovario (organi femminili) li feconda. Dopo la fecondazione, l’ovario si trasforma e si gonfia: diventa frutto, e al suo interno ci sono i semi. Il frutto ha soprattutto il ruolo di proteggere e nutrire i semi durante il loro sviluppo.
Per inciso, soltanto le piante Angiosperme producono fiori e frutti.

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Primo indizio per distinguere i frutti in senso botanico dalle generiche verdure: i frutti contengono semi.
In realtà non sempre: tipo, le banane diffuse oggi a scopo alimentare in genere non contengono semi vitali. (Discorso interessantissimo, quello della riproduzione delle banane: ne parlerò prossimamente).

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Il frutto è formato da:
esocarpo o epicarpo: la buccia, lo strato protettivo esterno del frutto
mesocarpo: la polpa, la parte intermedia del frutto
endocarpo (chiamato nòcciolo se è legnoso): la porzione interna che racchiude il seme.
L’insieme dei tre strati costituisce il pericarpo, che avvolge il seme. Nell’estrema varietà di tipologie di frutti, i tre strati non sono sempre ben distinti tra loro e possono presentare composizioni e consistenze molto diverse.

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Ad esempio: pesca, albicocca, ciliegia, prugna, mango, avocado, oliva (sì, le olive sono frutti!!) sono drupe. La drupa è un tipo di frutto carnoso in cui l’esocarpo (la buccia) è sottile, il mesocarpo (la polpa) è succoso, l’endocarpo (il nòcciolo) è legnoso e contiene un unico seme.
Nella bacca, invece, che è un altro tipo di frutto carnoso, l’endocarpo è spesso fuso con il mesocarpo, e i semi sono numerosi.
Nell’esperìdio (un altro frutto carnoso che a volte è considerato una sottocategoria della bacca), che poi sono gli agrumi, l’esocarpo è sottile (è la parte colorata della scorza), il mesocarpo (la “polpa”) è la parte bianca e spugnosa della buccia, e l’endocarpo è diviso in spicchi contenenti succo e semi.
Drupa, bacca ed esperidio sono tre tipi di frutti semplici, cioè originati dall’ovario di un unico fiore.

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Il falso frutto

Il vero frutto è originato esclusivamente dall’ovario del fiore. Se invece alla formazione della massa del frutto contribuiscono altre parti del fiore, si parla di falso frutto, pseudofrutto, pseudocarpo, o frutto accessorio.

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Un insospettabile falso frutto è il frutto per eccellenza, protagonista di racconti mitologici, episodi biblici, proverbi e loghi celebri: la mela.

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Dal fiore alla mela.
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Dal fiore alla mela.

Mela (apple), pera (pear), mela cotogna (quince) e nespola (medlar) sono esempi di pomo, un tipo di falso frutto in cui la polpa carnosa che mangiamo deriva dall’accrescimento del ricettacolo del fiore. Il vero frutto, risultato dell’ovario, è quello che comunemente chiamiamo torsolo: presenta i tre strati del pericarpo e avvolge i semi.

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Sezione di una mela.

#66 il colore degli occhi

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Il colore degli occhi è un carattere fenotipico poligenico. (Due parole strane già nella prima frase, yeah!)
Dunque: fenotipo si riferisce a tutte le caratteristiche osservabili di un organismo vivente. Diversamente dal genotipo, che è il patrimonio genetico di un organismo. Il fenotipo è determinato dal genotipo, ma anche dall’interazione con l’ambiente: due individui con lo stesso genotipo (ad esempio gemelli monozigoti) non necessariamente hanno un fenotipo identico. Viceversa, possono esistere due organismi fenotipicamente identici ma genotipicamente diversi.
Un unico carattere fenotipico si definisce poligenico se è determinato da due o più geni. Negli esseri umani, l’altezza e il colore della pelle, ad esempio, sono caratteri poligenici. La genetica del colore degli occhi è molto complessa: sono stati individuati almeno 15 geni che vi hanno a che fare, ma probabilmente sono molti di più. Wikipedia dice: “The genetics of eye color are so complex that almost any parent-child combination of eye colors can occur”. Vuol dire che, se cercate di confrontare il vostro colore degli occhi a quelli dei vostri genitori per capire se siete stati adottati, state perdendo tempo. Comunque si trovano delle simpatiche tabelle che visualizzano le probabilità:
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Il colore degli occhi è determinato da due distinti fattori: la pigmentazione dell’iride e “the frequency-dependence of the scattering of light by the turbid medium in the stroma of the iris” (adesso provo a capire cosa vuol dire).

L’iride (iris in inglese) è una membrana del bulbo oculare che funge da diaframma: ha la forma di un disco circolare ed è attraversato dalla pupilla, un’apertura circolare il cui diametro può cambiare proprio grazie ai movimenti dell’iride, consentendo il passaggio di una maggiore o minore quantità di luce diretta alla retina.
Pupilla” etimologicamente è il diminutivo di “pupa” e significa “bambina” o “bambola” (il maschile, “pupillo”, significa bambino, fanciullo, o allievo, scolaro). In spagnolo si dice “pupila” o anche “niña”, bambina (“la niña de los ojos”). Perché? Perché nel nero della pupilla si rifletta l’immagine di chi vi sta di fronte, e quella piccola figura umana sembra una bambina.
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La pigmentazione dell’iride varia da marrone chiaro a nero, e dipende dalla concentrazione di melanina. Le melanine sono pigmenti neri bruni o rossastri che, negli esseri umani, si trovano nella pelle, nei capelli, nell’iride e in vari altri posti.

La melanina della pelle è prodotta dai melanociti, che la producono quando sono esposti alla luce. “Anche se tutti gli esseri umani possiedono una concentrazione generalmente simile di melanociti nella pelle, l’attività dei melanociti è differente in individui appartenenti a diverse popolazioni”. Questo conferisce una maggiore o minore concentrazione di melanina nella pelle e quindi una diversa pigmentazione.

Le diverse pigmentazioni della pelle umana, che variano a seconda dell’area geografica di provenienza, sono dovute all’interazione di due fattori: la melanina funziona come filtro per la luce e protegge la pelle, ma almeno una piccola porzione di luce ultravioletta deve penetrare sottopelle per produrre vitamina D, una sostanza che scarseggia nell’alimentazione ma è necessaria per fissare il calcio nelle ossa. Per questo le popolazioni che abitano zone ben poco soleggiate hanno la pelle non pigmentata, praticamente trasparente: appare rosa per i vasi sanguigni sottostanti.

Le giraffe hanno la lingua nera o bluastra: è ricca di melanina, per proteggersi dal sole, perché le giraffe stanno sempre con la lingua fuori, a mangiare le foglie sugli alberi, e là il sole è forte. Ho cercato di capire se anche la lingua degli esseri umani può abbronzarsi se esposta ai raggi solari, ma non ho trovato risposte. Se qualcuno si offrisse volontario per passare una giornata steso al sole con la lingua fuori, sarebbe molto utile (lo faccia per la scienza!).
giraffe
La maggior parte dei bambini di origine europea nasce con gli occhi azzurri (o comunque molto chiari). Crescendo, i melanociti (compresi quelli nell’iride) si sviluppano e cominciano a produrre melanina, che tende a cambiare e scurire la colorazione degli occhi nel corso del primo anno di vita.

Come si è detto, oltre che dalla pigmentazione dell’iride, il colore degli occhi è determinato da “the frequency-dependence of the scattering of light by the turbid medium in the stroma of the iris”.

Lo stroma è lo strato più voluminoso dell’iride, è fatto di tessuto connettivo, ed è torbido: per questo motivo, quando la luce lo attraversa, provoca strani effetti, in particolare lo “scattering”.

Lo scattering (o diffusione ottica o dispersione) è un fenomeno “in cui onde o particelle vengono deflesse (ovvero cambiano traiettoria) a causa della collisione con altre particelle o onde. La deflessione avviene in maniera disordinata e in buona misura casuale (il significato letterale di scattering è sparpagliamento)”.

In particolare, lo scattering di Rayleigh (che prende il nome da John William Strutt Rayleigh, il fisico inglese che per primo lo ha descritto nella seconda metà dell’Ottocento) è quel particolare tipo di diffusione ottica che è responsabile del colore del cielo.
Voi lo sapete perché il cielo è blu?

La luce visibile di colore bianco è composta da onde elettromagnetiche di lunghezza variabile, da noi percepite come colori diversi (in sintesi: violetto, blu, verde, giallo arancione, rosso).
La luce solare, bianca, raggiungendo la Terra, interagisce con l’atmosfera. Gli effetti dell’interazione tra luce e atmosfera dipendono dalla lunghezza d’onda della radiazione e dalle dimensioni degli oggetti su cui questa incide.
La luce rossa ha una lunghezza d’onda maggiore e tende a superare senza conseguenze le particelle più piccole, come le molecole di gas: questo tipo di luce prosegue la sua propagazione rettilinea lungo la direzione iniziale. In modo simile, anche la luce arancione e gialla segue una traiettoria rettilinea senza essere molto influenzata dall’atmosfera.
Al contrario, la luce blu ha una lunghezza d’onda inferiore e viene influenzata anche da molecole piuttosto piccole, che la riflettono e la diffondono in tutte le direzioni. Questa luce diffusa arriva ai nostri occhi da ogni parte del cielo, che quindi ci appare blu.
Tutto questo non succede su un pianeta privo di atmosfera. Se fossimo sulla Luna, il cielo apparirebbe nero.
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Nell’occhio umano non esistono pigmenti blu o verdi: occhi blu, verdi o nocciola sono il risultato dello scattering di Rayleigh.

La maggior parte degli esseri umani ha gli occhi marrone scuro, quasi neri. In molte parti del mondo questa è praticamente l’unica colorazione presente.
Gli occhi marroni sono il risultato di una concentrazione piuttosto alta di melanina nello stroma dell’iride: lunghezze d’onda sia lunghe sia corte vengono assorbite.

Concentrazioni di melanina più basse dànno occhi ambra: un colore omogeneo giallo-dorato o rossastro-ramato.

Negli occhi azzurri o grigi, lo strato posteriore dell’iride è marrone a causa della melanina. Ma a differenza degli occhi marroni, è molto bassa la concentrazione di melanina nello stroma dell’iride. Così, le maggiori lunghezze d’onda della luce vengono assorbite dal fondo scuro, mentre quelle più corte vengono riflesse nello stroma e subiscono lo scattering di Rayleigh.

Anche gli occhi verdi o nocciola non sono soltanto il risultato della pigmentazione dell’iride: lo stroma è ambra o marrone chiaro, mentre lo scattering di Rayleigh dà una tonalità blu.

Wikipedia parla di uno studio secondo il quale tutte le persone con gli occhi blu avrebbero un unico discendente comune. In origine tutti gli esseri umani avevano gli occhi marroni, poi un tizio, vissuto tra i sei e i diecimila anni fa, probabilmente sulle coste nordoccidentali del Mar Nero, insomma questo tizio sarebbe nato con una mutazione genetica che ha impedito alle sue iridi di produrre abbastanza melanina da apparire marroni.

Se proprio non vi piace il colore dei vostri occhi, avete dei soldi da spendere e nessun timore della chirurgia, potete sottoporvi a un intervento che si chiama “Brightocular Iris Implant” che permette di cambiare in modo permanente il colore dell’iride. In alternativa, c’è Photoshop.
occhi photoshoppati

Nelle foto scattate con il flash è frequente l’effetto occhi rossi: in condizioni di scarsa luminosità, le pupille sono dilatate. Il lampo del flash è intenso ma troppo rapido, e non lascia alla pupilla il tempo di contrarsi. Così la luce riflette sulla retina, che è molto vascolarizzata, e quindi rossa per la presenza del sangue. La fotografia registra questa luce riflessa e nell’immagine gli occhi appaiono rossi.

L’eterocromia è “la caratteristica somatica di individui i cui occhi hanno un’iride di colore diverso dall’altra”. L’eterocromia è per lo più di orgine genetica, ma può anche essere provocata da malattie o traumi.
“Questo fenomeno deriva dal fatto che gli organismi multicellulari (come gli esseri umani) sono originati da una singola cellula. Quindi, ogni cellula ha all’interno lo stesso patrimonio genetico. Tuttavia, se una mutazione che influenza la produzione di melanina colpisce una cellula che originerà cellule dell’iride di un occhio, ma non le cellule dell’altro occhio, le due iridi saranno eterocromatiche.”
L’eterocromia si trova anche in alcuni animali, soprattutto cani, gatti e cavalli. In particolare, è diffusa in una razza di gatti, il Turco Van, un “piccolo felino” famoso “per il suo leggendario amore per l’acqua”. Questa cosa io proprio non la sapevo, ma Wikipedia ha anche una pagina “Odd-eyed cat”.
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Ma torniamo a parlare di umani: David Bowie. La sua è un’eterocromia apparente. Le iridi sono dello stesso colore (azzurro), ma il suo occhio sinistro, a causa di una lesione (pare che un suo compagno di classe gli abbia dato un pugno, a 14 anni), è in permanente stato di midriasi, cioè la pupilla è sempre dilatata, e l’occhio appare più scuro dell’altro. Questa condizione si chiama anisocoria.
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#52 deuter-

Mi è capitato in questi giorni di incontrare il termine “deuteroapprendimento” (deuterolearning), coniato da Gregory Bateson nell’intento di distinguere vari livelli presenti nei processi di apprendimento, umano e animale. Il deuteroapprendimento, o apprendimento secondario, è definito in breve come “apprendere ad apprendere”. Non approfondisco la questione perché io e Gregory Bateson siamo d’accordo su tante cose ma ci stiamo antipatici a pelle. Così.

Comunque, questo prefisso mi ha incuriosita. Deutero- o deuter-, dal greco δεύτερος, “secondo”, si usa nelle parole composte con il significato appunto di “secondo”, “secondario” o, raramente, “doppio”.

In chimica invece il prefisso deutero- ha a che fare con il deuterio, isotopo dell’idrogeno il cui nome deriva sempre dal greco deuteros. In chimica ci sono sempre dei nomi buffi:
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Nella tragedia greca, il deuteragonista è il secondo attore. Per estensione, si riferisce al personaggio che è secondo, per importanza, al protagonista, e lo affianca. Proto- deriva sempre dal greco (πρῶτος) e significa “primo” (in ordine di tempo, spazio, o importanza). La seconda parte: -agonista significa lottatore, o rivale, e ha la stessa origine di agóne e agonia.
Contro il protagonista, ed eventualmente il suo deuteragonista, c’è ovviamente un antagonista: la parola è formata da anti-, cioè “contro”.
È interessante che in italiano abbiamo un anti- di origine greca che significa “contro” e un anti- (o ante-) di origine latina, che significa “prima”, “davanti”, cioè indica “anteriorità”, “precedenza”. Da questo secondo anti-, quello latino, derivano anticamera, antipasto, anticipare, antefatto,… E qui ho avuto un piccolo light bulb moment perché avevo sempre interpretato l’antipasto come un “contro pasto” ma non aveva troppo senso (“niente patatine che ti rovini l’appetito”?).
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Poi ho trovato questo tizio, Georg Deuter (che secondo me è il sosia di Brian Eno) che di solito si fa chiamare solo Deuter, ed è un musicista tedesco che ha pubblicato più di sessanta album. È nato nel 1945, ed è stato tra i primi a fare new age, mescolando elementi elettronici, strumenti etnici, suoni della natura e cose simili.
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Ha vissuto “per un lungo tempo a Poona, in India, dove, sotto il nome di Chaitanya Hari diventa neo-Sannyasin – un allievo di Bhagwan Shree Rajneesh, più tardi conosciuto come Osho”. Osho è uno di quelli, tipo Bob Marley e Jim Morrison, a cui vengono attribuite un sacco di citazioni.
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Georg Deuter sa suonare una gran quantità di strumenti strani, tipo le campane tibetane, il flauto Shakuhachi (giapponese), il Koto (strumento a corde giapponese), il Santoor (indiano), e il Bouzouki (greco).
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E poi ho scoperto la deuteranopia, una forma particolare di daltonismo (oltre a protanopia e tritanopia). Chi ne è affetto non distingue il rosso e il verde. E ha grossi problemi con i semafori, immagino. È un difetto ereditario, e più diffuso tra i maschi.
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Il daltonismo si chiama così perché è stato descritto per la prima volta nel 1794 da John Dalton, chimico, fisico e meteorologo inglese. Lui stesso soffriva proprio di deuteranopia, e pare che se ne accorse perché indossò calze rosso fuoco a una riunione di quaccheri (non è gente che apprezza i colori vivaci), ma Dalton credeva fossero marroni.
Particolare un po’ raccapricciante (grazie Wikipedia): “i suoi occhi sono stati rimossi e conservati a scopo di studio dopo la sua morte”.

Continuando a indagare su deuteranopia e daltonismo ho anche scoperto una favolosa funzione di Photoshop che visualizza una simulazione di visione daltonica.
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E poi ho trovato un video davvero interessante dove c’è questo tizio che parla, con un entusiasmo contagioso, del fatto che i colori sono nella nostra testa, e non esistono nel mondo esterno a noi, perché sono il risultato del nostro cervello che elabora radiazioni elettromagnetiche di determinate lunghezze d’onda: queste ultime si possono anche misurare meccanicamente, ma le percezioni nella nostra testa sono un’altra cosa. Ed è impossibile descrivere davvero cos’è e com’è un colore, e sapere se il tuo rosso è uguale al mio rosso. Ad esempio tutti impariamo che le fragole sono rosse, cioè apprendiamo che quella percezione nella nostra mente corrisponde alla parola “rosso”, ma le nostre percezioni coincidono? Non lo sapremo mai.
Il video parla anche del fatto che le scimmie possono parlare a gesti ma non fanno mai domande (sì, è così).

Lo stesso tizio ha fatto numerosissimi video in cui cerca di rispondere a bizzarri quesiti, tipo:
Why Are Things Creepy?‬
What if the Moon was a Disco Ball?‬
Why Is Your BOTTOM in the MIDDLE?‬
Will We Ever Run Out of New Music?‬
How Many Photos Have Been Taken?‬
What If Everyone JUMPED At Once?‬
Why Don’t Any Animals Have Wheels?‬

Mi consideravo una persona molto curiosa ma quest’uomo ha decisamente ridimensionato la mia visione delle cose.

#50 stigma

Sottotitolo: le mille vite di una parola greca.

Nella scrittura greca del medioevo e dell’epoca moderna, lo stigma, ϛ, è una legatura delle lettere sigma (Σ σ), e tau, (Τ τ), cioè praticamente s e t. Lo stesso segno è usato anche come simbolo del numero 6.

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Stigma, maiuscolo e minuscolo

In calligrafia e in tipografia, una legatura è l’unione di due o più lettere in un unico simbolo. Tra le legature più note ci sono ad esempio æ (ovviamente a+e) e œ (o+e).
Anche la ß tedesca (Eszett) è una legatura. Ho capito oggi (dopo anni trascorsi a chiedermi perché mai i tedeschi avessero una lettera così strana, che assomiglia tanto a una B ma si legge come una doppia S) che la ß è composta da una “s lunga” (ſ, una forma antica della lettera s minuscola) seguita da una “s rotonda” (una s “normale”) oppure da una z, minuscole. Questo spiega anche perché, nonostante sia così alta e grossa, la ß sia una lettera minuscola.

Eszett
Come nasce una Eszett

 

Stigma, in greco, significava marchio, punto, puntura, segno. La parola passò ad indicare il segno specifico della legatura ϛ perché questo rappresentava appunto il suono st-, e per l’analogia con il nome della lettera sigma. Lo stigma ϛ è anche molto simile alla lettera sigma usata in posizione finale ς (sono già in confusione).

Da stigma nel senso di “marchio”, deriva stìgmate o stìmmate, che “nel linguaggio ecclesiastico indica le piaghe sul corpo di Cristo in conseguenza della crocifissione (nelle mani, nei piedi e nel costato), attorno alle quali, dal medioevo, si sviluppò un culto particolare. Di qui il termine è usato per il fenomeno della riproduzione – temporanea o permanente, completa o parziale – delle piaghe di Cristo nel corpo di alcuni santi.”
Siccome la mia formazione musicale è stata più intensa di quella religiosa, mi viene in mente Stigmata Martyr dei Bauhaus, che è una gran bella canzone.

Il termine stigma è usato anche in zoologia e si riferisce alle aperture respiratorie di certi insetti o altri animali. Da qui numerosi buffi nomi di ordini di acari: criptostigmi, mesostigmi, notostigmati, eterostigmi, prostigmati.

In botanica si chiama stigma o stimma la parte del gineceo che riceve il polline durante l’impollinazione.

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La sessualità dei fiori non l’ho mai capita (e anche su quella umana a volte ho qualche dubbio) ma ho trovato qualche informazione base:
Il gineceo è l’insieme degli organi riproduttivi femminili del fiore. È costituito da uno o più pistilli. Alla base del pistillo si trova l’ovario, che contiene gli ovuli.
L’androceo è invece l’insieme degli organi maschili, ed è costituito da uno o più stami. Alla sommità di ogni stame si trova l’antera. Dall’antera fuoriuscire il polline quando è maturo.
Quando il polline arriva sullo stigma, da lì raggiunge l’ovario, dove feconda l’ovulo, dal quale si sviluppa un embrione che si trasformerà in seme.
I fiori possono avere organi solo femminili, solo maschili, oppure entrambi.

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Lo stigma, femminile, è lì al centro, in cima al suo stilo, circondato dagli stami maschili con le loro antere.

Da stigma nel senso di “marchio” o “segno distintivo” deriva stigmatizzazione: un fenomeno sociale che consiste nella discriminazione di una persona o di un gruppo, sulla base di caratteristiche che sono percepite negativamente dagli altri membri della società. Le caratteristiche in questione variano da una società all’altra, e possono riguardare disabilità fisiche, malattie mentali, identità o orientamento sessuale, etnia, nazionalità, religione, o in generale qualità, condizioni o comportamenti percepiti come devianti, spesso giudicati inferiori o vergognosi, e quindi oggetto di disapprovazione. I soggetti vittime di stigmatizzazione vengono in genere emarginati. In inglese la parola stigma (o social stigma) viene usata in questo significato.

#48 pirobazia

Pirobazìa: dal greco πυρός (pyrós, cioè fuoco, calore) e βαίνω (bàino, andare, camminare). Detta anche firewalking, ovvero camminare sui carboni ardenti (sottinteso: senza ustionarsi i piedi).
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Dal greco pyrós derivano diverse parole italiane, ad esempio:

  • pirite: minerale utilizzato per accendere il fuoco: percosso con un pezzo di metallo, produce scintille;
  • pirofila: tegame da cucina fabbricato con materiale resistente al calore e al fuoco (+ phílos: amico);
  • pirografia: incisione su legno, cuoio o cartone eseguita con una punta metallica arroventata (+ gráphein: scrivere);
  • piromania: impulso ossessivo a provocare incendi (+ manía: follia);
  • piroscafo: nave mercantile con motore a vapore (+ skáphos: imbarcazione);
  • pirotecnica: arte e tecnica della fabbricazione dei fuochi artificiali.

Etimologicamente vicina a pyrós è la parola pyretós, cioè febbre, da cui viene antipiretico.
Ho anche appreso un paio di termini che ignoravo: piromante e piromanzia (-manzia: divinazione): “tipo di divinazione, basato sull’osservazione e interpretazione del comportamento della fiamma di un fuoco, e soprattutto dei movimenti e del colore della fiamma stessa.”

Invece da βαίνω (bàino, andare, camminare) deriva ad esempio acrobazia, con l’aggiunta di acro- (ἄκρος, estremo, più alto), la stessa radice di acropoli (+ pólis: città) che è la parte più alta e fortificata della città antica.
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L’anfisbèna o anfesibèna è un serpente mitologico dotato di due teste, alle due estremità del corpo. Deriva dal solito βαίνω (andare) e dal prefisso ἀμϕι- (anfi- “da una parte e dall’altra”), lo stesso di anfibio, cioè un animale che può vivere “da tutte e due le parti”, sulla terra e in acqua (+ bíos: vita), e anche di anfiteatro, in quanto struttura a pianta ovale o circolare in cui le gradinate e i posti per gli spettatori sono tutt’intorno, “da una parte e dall’altra” (a differenza del teatro che è un mezzo cerchio). Il Colosseo è l’anfiteatro romano più grande al mondo.
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Ma ecco la parte più divertente. Tornando alla pirobazia: come diavolo fa la gente a camminare su carboni ardenti senza scottarsi?
Il letto di brace su cui si passeggia è fatto di carbone di legna, un pessimo conduttore di calore. Per quanto la sua temperatura si aggiri tra i 500 e gli 800 gradi, la sua scarsa conducibilità termica permette di camminarci sopra restando illesi, se non ci si sofferma troppo a lungo. Un breve contatto non è sufficiente per trasferire alla pelle abbastanza calore da bruciarla.
Addirittura nelle braci incandescenti dovrebbero rimanere per qualche istante le impronte dei piedi, perché a causa della sua bassa capacità termica il carbone si raffredda velocemente al contatto con i piedi.
Anche la cenere prodotta dalla combustione del carbone è un conduttore termico molto scarso, per cui forma praticamente uno strato isolante.

In più c’è l’e‪ffetto Leidenfrost‬, a causa del quale tra il piede e la brace si forma un sottile strato isolante di vapore. L’umidità della pelle, a contatto con l’alta temperatura, diventa vapore. È quello che succede quando ci si inumidisce le dita per sentire se il ferro da stiro è caldo o quando si spruzzano gocce d’acqua su una padella molto calda. Però bagnarsi i piedi prima della camminata sulle braci può essere eccessivo e controproducente, perché pezzetti di carbone possono rimanere attaccati alla pelle aumentando così il tempo di contatto e causando danni.
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Nonostante tutto, a camminare sui carboni ardenti ci si può far male. Ad esempio se uno cammina troppo lentamente si può scottare. Oggetti estranei tra le braci possono essere molto pericolosi, specialmente se di metallo, che è un buon conduttore ed è quindi capace di trasmettere molto calore molto velocemente.

La pirobazia è una pratica antichissima, di solito associata a rituali magico-religiosi. In realtà, il fenomeno ha una spiegazione fisica piuttosto semplice e un’impresa del genere non necessita di poteri sovrannaturali né energie speciali o simili, e di per sé non richiede nessun tipo di preparazione o addestramento. I moderni corsi di firewalking, abbastanza diffusi negli ultimi decenni, non è che nascondano o neghino la verità fisica, ma insistono di solito su questa esperienza come “crescita personale”, per “credere nelle proprie capacità”, “superare l’ancestrale paura del fuoco” e “aumentare l’autostima”. Chissà se funziona.

#43 parole e fascino

Il verbo latino for, fāris significa parlare. (Fāris assomiglia un po’ all’italiano fare, ma fare viene da făcĕre, che è tutt’altro verbo e non c’entra niente.) Da for, fāris (parlare, quindi) derivano diverse parole italiane. Una è infante: dove in- è una negazione e fante significa parlante, cioè l’infante è il bambino piccolo che ancora non parla. Da infante nel senso di bambino o giovane, viene fante (per aferesi, cioè caduta della sillaba iniziale) come soldato a piedi: perché i fanti sono ragazzi molto giovani.

Da for, fāris derivano anche facondo e nefando: la facóndia è “facilità e abbondanza di parola”, mentre nefando (da cui nefandezza) significa propriamente indicibile (negazione ne e fāris, parlare), cioè “di fatto di cui non si può parlare o che non può essere raccontato per l’empietà di cui è prova, quindi malvagio, scellerato”.

La solita radice ha prodotto fābŭla (discorso, racconto, da cui favola), il suo diminutivo fābella (da cui favella e favellare), e anche confabulare (cŭm: con, insieme; fābŭlāre da fābŭla).

Collegata alla radice for, fāris è anche l’etimologia di fascĭnum, che significava “incantesimo, malìa, stregoneria, maleficio, malocchio”. Anche in italiano, secondo il vocabolario Treccani, in ambito letterario fascino ha un significato vicino a quello latino: malìa, influenza malefica, provocata da uno sguardo o da parole magiche. Da qui, in senso figurato, deriva l’attuale significato comune di potere di attrazione, seduzione o suggestione, incanto, influenza che una persona o una passione può esercitare su qualcuno. Da fascino vengono anche affascinare, fascinare, fascinazione.

Curiosità: ecco alcuni dei risultati che saltano fuori cercando “fascino” su Google immagini. Marcello Matroianni, Sean Penn, Evangeline Lilly, Marilyn Monroe, Julianne Moore, Anna Magnani, James Dean, Harrison Ford. Chissà perché il fascino è quasi sempre in bianco e nero?

fascino

Un altro significato di fascĭnum è “membro virile”. A prima vista, devo dire, il collegamento mi sfugge. La questione tuttora non mi è chiara, in ogni caso ha a che fare con Priapo, “dio della mitologia greca e romana, noto per la sua dote della lunghezza del pene”, figlio di Afrodite. Cercando Priapo (o Priapus) su Google immagini si trovano parecchie raffigurazioni, più o meno direttamente collegate con l’effettiva divinità. Ma ecco cosa dice di lui Wikipedia: “Nell’arte romana, veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all’ingresso di ville ed abitazioni patrizie. Il suo enorme membro era infatti considerato un amuleto contro invidia e malocchio. Inoltre, il culto del membro virile eretto, nella Roma antica era molto diffuso tra le matrone di estrazione patrizia a propiziare la loro fecondità e capacità di generare la continuità della gens. Per questo, il fallo veniva usato anche come monile da portare al collo o al braccio.” Il culto di Priapo, sottoforma di statuetta, sembra essere tuttora diffuso in certe ville arcoresi… Tra parentesi, Carlo Emilio Gadda scrisse nel 1945 un saggio dal titolo Eros e Priapo, sulla cultura fascista e il suo il fallocentrismo. Chiusa parentesi.

Fascino. E in inglese? Avevo pensato a fashion: in realtà deriva dal francese façon, a sua volta dal latino făcĕre. La moda non ha quindi a che fare con il fascino ma con il fare, creare, costruire in un certo modo o stile.
Invece to fascinate, fascination, fascinator, derivano (sempre attraverso il francese) da fascĭnum e fascĭnāre, nel senso di stregare, incantare, ammaliare, put under a spell, dove spell (termine di origine germanica) significa incantesimo, sortilegio, formula magica, ma può anche riferirsi a pronunciare, leggere una parola lettera per lettera, scrivere correttamente.
La pronuncia di fashion [ˈfæʃən] è quasi identica alla parte iniziale di fascinate [ˈfæsəˌneɪt]. Confonde un po’ la grafia: “sh” si pronuncia come il nostro “sc”, mentre quello “sc” di fascinate si legge “s”.

In francese, dal latino fascĭnum e fascĭnāre derivano fascination e fasciner (anche qui “sc” si legge come una “s”). Ma c’è una parola francese ben più conosciuta, diffusa anche in altre lingue: charme. E charme deriva da carmĕn (plurale: carmina) che può significare poesia, canto, formula magica o religiosa. Nello specifico, il carmen o carme nell’antica Roma è una forma preletteria di poesia o prosa ritmata, di tipo sacrale, rituale, in stile solenne.

Insomma, sembra esserci un legame piuttosto stretto tra parole, poteri magici e fascino. Ennesima conferma che le parole sono importanti.