citazioni accidentali: La vera vita di Sebastian Knight

Oggi, come un anno fa (qui e qui), vi propongo una citazione e un post più dettagliato (prossimamente!) su Vladimir Nabokov (che, se non l’aveste capito, è uno dei miei scrittori preferiti) e su questo suo meraviglioso romanzo.

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La vera vita di Sebastian Knight (The Real Life of Sebastian Knight) è il primo romanzo che Vladimir Nabokov, russo, scrisse in inglese. Pubblicato nel 1941, fu scritto tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939, quando l’autore abitava a Parigi, pare, in un appartamento così piccolo da costringerlo a usare il bagno come studio (scriveva usando come scrivania una valigia appoggiata sul bidet (fonte) e la cosa che mi stupisce di più è la presenza di un bidet a Parigi).

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Nabokov. La simpatia di quest’uomo è praticamente palpabile.

Un paio di curiosità sul bidet: anche se Wikipedia sembra insinuare un’origine italiana, altre fonti lo dichiarano un’invenzione francese del primo Settecento. Tuttavia, il bidet si trova attualmente nel 40% circa delle abitazioni francesi. La percentuale è crollata negli ultimi decenni per questioni economiche e di spazio. In Italia, invece, l’installazione del bidet è stata addirittura resa obbligatoria dal Decreto ministeriale del 5 luglio 1975, articolo 7, comma 3: «Per ciascun alloggio, almeno una stanza da bagno deve essere dotata dei seguenti impianti igienici: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo.» Sarebbe carino se anche l’utilizzo quotidiano del bidet fosse reso obbligatorio per legge, ma non si può avere tutto dalla vita.
I tedeschi e gli inglesi sono, dice Wikipedia, tra gli europei che lo usano meno: rispettivamente il 6% e il 3%. A questo punto vi chiederei, cari lettori, se per caso avete esperienze di sesso orale con esemplari di questi popoli che volete raccontarci. Ci piacciono le storie horror.

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Volevo mettere la foto di un bidet ma alla fine ho optato per il nostro Nabokov.

Ma basta con le digressioni e passiamo senza ulteriori indugi alla citazione!

Clare aveva imparato a scrivere a macchina, e le sere estive del 1924 erano state per lei altrettante pagine infilate nel rullo e poi estratte vibranti di parole nere e viola. Mi piacerebbe immaginarla china sui tasti lucenti con l’accompagnamento di una pioggia tiepida che fruscia tra gli olmi scuri di là dalla finestra aperta, mentre la voce lenta e seria di Sebastian (lui non si limitava a dettare, diceva Miss Pratt, – officiava) va e viene attraverso la stanza. Sebastian passava la maggior parte della giornata a scrivere, ma la sua gestazione era così laboriosa che raramente la sera c’erano da battere più di due paginette nuove e anche queste dovevano essere rifatte più volte, perché l’autore si abbandonava a un’orgia di correzioni; e ogni tanto faceva quello che io penso nessun altro scrittore abbia mai fatto – ricopiava con la sua calligrafia obliqua, così poco inglese, il foglio già battuto, e poi lo dettava da capo.
La sua lotta con le parole era quanto mai tormentosa, e per due motivi. Uno l’aveva in comune con scrittori del suo genere: il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero; la sensazione esasperante che le parole giuste, le parole uniche, aspettano sulla riva opposta, nella lontananza caliginosa, mentre i brividi del pensiero ancora ignudo le invocano da questa parte dell’abisso. Non gli servivano le frasi già confezionate perché le cose che lui voleva dire avevano una taglia eccezionale, e inoltre sapeva che nessuna vera idea può esistere veramente senza le parole tagliate su misura. Cosicché (per usare una similitudine più calzante) il pensiero, solo in apparenza nudo, implorava in realtà che gli abiti di cui era già rivestito divenissero visibili, mentre le parole appostate lontano non erano gusci vuoti, come sembravano, ma aspettavano soltanto che il pensiero in esse già celato le accendesse e le mettesse in moto. A volte lui si sentiva come un bambino cui avessero dato una farragine di fili ordinandogli di compiere il miracolo della luce. E lui infatti lo compiva; e talvolta non si rendeva neanche conto del modo in cui ci riusciva, talaltra invece tormentava i fili per ore in quella che sembrava la maniera più razionale – senza concludere nulla. E Clare, che in vita sua non aveva composto neanche una riga di prosa immaginativa o di poesia, capiva così bene (e questo era il suo miracolo personale) ogni particolare della lotta di Sebastian che per lei le parole battute a macchina non erano tanto i veicoli del loro senso naturale quanto le curve e i vuoti e gli zigzag che mostravano l’arrancare di Sebastian lungo una certa linea ideale di espressione.

Tra l’altro, «il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero» ricorda da vicino un argomento affrontato di recente qui su Wellentherie: l’ipotesi Sapir-Whorf.

Stay tuned per il prossimo entusiasmante post.

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I Pirahã e i numeri

Daniel Everett

Daniel Everett

Daniel Everett nasce nel 1951 a Holtville, California, vicinissimo al confine con il Messico.
Sua madre muore per un aneurisma cerebrale quando lui ha solo 11 anni, e da allora vive con il padre alcolizzato, che lo porta regolarmente oltre il confine messicano dove vanno in giro a bere e per bordelli (fonte).

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Holtville, California

Da ragazzo suona la chitarra in rock band, fa uso di droghe, fino all’estate del 1968 quando, mentre dilaga la contestazione, Everett incontra Keren Graham e i suoi genitori, due missionari cristiani. Si converte al cristianesimo e un anno dopo, a 18 anni, sposa Keren.
Negli anni ’70 i due si iscrivono al Summer Institute of Linguistics (ora SIL International), un’organizzazione cristiana il cui obiettivo è studiare e documentare tutte le lingue del mondo, e tradurre la Bibbia nelle lingue locali, con una particolare attenzione per le società non alfabetizzate. Studiano linguistica, tecniche di traduzione, strategie da usare sul campo.
Riconoscendo il talento di Everett per l’apprendimento delle lingue, quelli del SIL lo invitano a studiare la lingua della popolazione Pirahã, in Amazzonia.
Alcuni missionari avevano in precedenza vissuto con i Pirahã e tentato di impararne la lingua con scarsi risultati, soprattutto per la difficoltà della pronuncia e la grammatica inusuale.
Nel 1977 Daniel Everett, con la moglie Keren e i tre figli, si stabilisce in un villaggio Pirahã.

Daniel Everett con la famiglia

I Pirahã

I Pirahã (pronunciato pi-da-hàn) vivono in una riserva nella Foresta Amazzonica in Brasile. Abitano in villaggi nella zona del fiume Maici. Sono circa 360 persone (altre fonti dicono da 150 a 420, immagino che dipenda dal momento storico e dalle epidemie di malaria).
Sono cacciatori-raccoglitori: mangiano pesce e piccoli animali, raccolgono manioca e frutti selvatici. Non hanno alcun tipo di agricoltura né allevamento. Non hanno una gerarchia sociale.

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Costruiscono semplici capanne con foglie di palma e bastoni. Usano pochissimi utensili, tra cui pentole, cesti, coltelli, archi e frecce. Fanno scambi con commercianti brasiliani, che in cambio di prodotti come noci e legname danno loro vestiti e linguette di lattine (i Pirahã ne fanno collane). Con gli scambi ottengono anche canoe, che non hanno mai voluto imparare a costruire da soli.
Sono tendenzialmente monolingui. Non hanno alcuna forma di scrittura, e non hanno una memoria storica e collettiva oltre una o due generazioni. Non hanno nessun mito sull’origine del mondo. Tengono poco in considerazione il passato, e anche il futuro: non pianificano, non conservano il cibo, non costruiscono né mantengono case e strumenti affinché possano durare. Vivono il presente.

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(Recentemente il governo brasiliano ha portato nella comunità Pirahã un ambulatorio medico e una scuola: sono innovazioni che hanno i loro ovvi lati positivi ma, al contempo, rischiano di contaminare e distruggere la cultura di questo popolo.)

La lingua Pirahã

La lingua Pirahã è tra le lingue con il minor numero di fonemi al mondo: hanno solo tre vocali e otto (o dieci) consonanti. Le parole assumono significati diversi in base al tono con cui sono pronunciate (è una lingua tonale come il cinese mandarino). Donne e uomini utilizzano due modelli di pronuncia leggermente diversi.
Hanno nomi per ogni specie animale e vegetale del loro ambiente. Non hanno parole specifiche per i colori, e nel caso li descrivono con espressioni tipo “del colore del sangue”.

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La più simpatica peculiarità della lingua Pirahã è che non ha numeri, né cardinali né ordinali. Hanno tre parole per parlare di quantità: hói, “pochi”, “una piccola quantità”, e hoí, “un po’ di più”, “una quantità più grande”, e baágiso, “tanti”, “un mucchio” (si veda questo breve video con Everett, tratto da questo documentario). In un primo momento Everett aveva pensato che hói significasse “uno” e hoí “due” , ma poi si è reso conto che erano solo quantità approssimative.
Il punto è che il loro stile di vita e le loro attività quotidiane non rendono affatto necessario saper contare e usare numeri precisi. Secondo Everett, non è che non sono capaci di contare, è che scelgono di non farlo. Non si tratta di ridotte capacità cognitive.
I Pirahã sono inoltre ostinatamente chiusi nei confronti del resto del mondo: considerano la propria cultura completa, e non sentono alcun bisogno né curiosità di introdurre novità. Rifiutano quasi ogni cosa provenga dall’esterno.

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Everett con i Pirahã nel 1981

Everett, i Pirahã, e Gesù

Daniel Everett, coerentemente con la sua quest di missionario cristiano, ha a lungo tentato di convertire i Pirahã, parlando loro di Gesù e della Bibbia. I Pirahã, coerentemente con il loro disinteresse verso tutto ciò che va al di là del presente Pirahã, non sono rimasti per niente impressionati (Everett parla anche di questo in un suo simpatico TEDx Talk).
Cito:

For a while, Everett kept on telling the Pirahã about Jesus. But the fact that he had not met Jesus proved to be an impediment. Because the Pirahã live in the present, they can’t get excited about the past.

La vita con i Pirahã ha invece fatto vacillare la fede di Everett, che diventa ateo attorno al 1985. Mantiene il segreto per 19 anni, e quando si decide a “fare outing”, la moglie chiede il divorzio e due dei tre figli tagliano i contatti con lui.

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I Pirahã, Sapir e Whorf

Un sostenitore dell’ipotesi Sapir-Whorf potrebbe affermare che, siccome la lingua Pirahã non ha nomi per i numeri, allora i suoi parlanti non sanno contare. La loro lingua dà forma alla loro visione del mondo e, in questa visione, non ci sono quantità precise e numerabili.
Ma sarebbe strano se i Pirahã, con il loro attuale stile di vita, disponessero di parole e tecniche per contare e misurare con esattezza grandi quantità. Vivendo in quel modo, cosa se ne fanno di sapere che anno e che giorno è, quante ore lavorano al mese, quante visualizzazioni hanno su YouTube? Il rapporto causa-effetto è piuttosto il contrario: non contano (non ne hanno bisogno), e dunque non hanno parole per contare. Sono il loro stile di vita, la loro cultura e società a plasmare il loro vocabolario.
Daniel Everett si spinge oltre, e inverte del tutto l’ipotesi whorfiana sostenendo che la cultura Pirahã abbia determinato l’intera grammatica Pirahã. Steven Pinker (lo si vede nel documentario) appare piuttosto scettico.

Everett ha inoltre litigato con Noam Chomsky riguardo al principio della ricorsività o ricorsione (recursion), ma questa è un’altra storia.

Fun fact: potete acquistare magliette e accessori vari sulla lingua Pirahã.


 

Grandi cambiamenti qua su Wellentheorie: mi sono stancata di numerare i post. Da oggi viviamo più alla Pirahã.

#109 ipotesi Sapir-Whorf (un’introduzione)

L’ipotesi Sapir-Whorf dice che la lingua che parliamo ha un profondo impatto sulla nostra visione del mondo. Una data lingua, con il suo vocabolario e con le sue strutture grammaticali, influenza il sistema cognitivo e il modo di vedere il mondo dei suoi parlanti: ne consegue che i parlanti di lingue diverse avranno diverse concezioni della realtà.
Una lingua non è solo uno strumento per esprimere idee, ma è essa stessa che dà forma alle idee e all’attività mentale dell’individuo. Senza una lingua, non solo non potremmo parlare della realtà: non potremmo neanche pensarla, perché la lingua organizza la materia amorfa del pensiero. L’esperienza umana sarebbe come una nube, confusa e indistinta, composta da un’infinità di percezioni, sensazioni e informazioni, che di per sé non hanno senso né identità precise. È il linguaggio a dare una struttura alla mente pensante e al suo modo di percepire e interpretare la realtà: suddivide il mondo percettivo in schemi e categorie logiche, lo organizza, stabilisce relazioni e legami. Il sistema di coniugazioni verbali, ad esempio, dà forma alle azioni e al loro svolgersi nel tempo.

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L’ipotesi Sapir-Whorf è una forma di relativismo linguistico, in quanto la realtà, l’esperienza umana, la conoscenza, non sono considerate valori universali, oggettivi e assoluti, bensì relativi e variabili da cultura a cultura. La lingua non è un insieme di etichette che si applica a concetti universalmente condivisi, poiché tali concetti non esistono indipendentemente da una lingua che dia loro una definizione. Il fatto che tante parole non siano perfettamente traducibili da una lingua all’altra, che non abbiano cioè equivalenti esatti, ne sarebbe una prova. Il “mondo reale” non esiste uguale per tutti, poiché è inconsciamente costruito dalla lingua di un gruppo sociale. Ogni lingua rappresenta e crea un “mondo reale” diverso da quello di ogni altra lingua.
Mentre la versione “debole” del relativismo linguistico si limita a sottolineare il profondo legame e l’interazione costante tra lingua e pensiero, la versione “forte”, attribuita a Whorf, sostiene che la lingua crei (o determini) il pensiero, unilateralmente, e per questo è chiamata anche determinismo linguistico.

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Ci sono fumetti sull’ipotesi Sapir-Whorf, sì.

Se siete come me, ora sarete colti da un entusiasmo irrefrenabile e penserete cose del tipo “Mi immagino la luna come una donna e il sole come un uomo, ma se fossi tedesco sarebbe il contrario perché la luna (der Mond) è maschile e il sole (die Sonne) femminile” (ne avevo parlato qui) oppure “Per me la neve è tutta uguale, ma gli eschimesi hanno decine di parole per descriverla e vedono ogni tipo di neve come un oggetto diverso” (e non è vero, lo accennavo qui), e altre amenità.
Ma, prima di smontare del tutto il suddetto entusiasmo, facciamo qualche passo indietro.

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Edward Sapir

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Edward Sapir (1884-1939) nasce nell’Impero germanico, in quella che oggi è la città polacca di Lębork, da una famiglia di ebrei lituani in cui si parla Yiddish come prima lingua. Durante la sua infanzia, la famiglia si trasferisce prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, e si stabilisce infine a New York. Al college studia filologia germanica e antropologia. Partecipa a un seminario dell’antropologo Franz Boas (1858-1942), che lo introduce alle lingue dei nativi americani e inuit.

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Due parole su questo Franz Boas: di origine tedesca, è considerato il padre dell’antropologia americana. È tra i primi ferventi oppositori del razzismo scientifico, che giustificherebbe l’inferiorità di certe “razze” umane su basi biologiche. Rifiuta inoltre l’idea che determinate culture siano “primitive” o “meno evolute” rispetto ad altre, poiché non esiste un percorso evolutivo, simile per ogni popolo, lungo il quale si possano collocare culture più o meno elevate, o giuste, o migliori. Boas introduce il concetto di relativismo culturale, secondo il quale le altre culture non vanno studiate in base ai nostri criteri, e ogni persona (con le sue idee, valori, credenze, comportamenti) va giudicata relativamente al contesto culturale a cui appartiene e non in modo assoluto. L’antropologia, per Boas, è lo studio combinato di quattro campi: le caratteristiche fisiche e biologiche, gli aspetti culturali e le usanze, le testimonianze archeologiche, e la lingua. Sostiene che sia impossibile comprendere una cultura senza conoscerne direttamente la lingua. Con questa impostazione, contribuisce a incoraggiare gli studi e le documentazioni delle lingue native americane.

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Sapir, col cappello.

Torniamo al nostro Sapir, che fa ricerche sul campo e studia le lingue Chinook, Takelma, Shasta Costa, Yana, Ute, ecc. Lavora inoltre sulle relazioni storiche tra le lingue indigene americane e alla loro classificazione in famiglie. Pubblica un’introduzione alla linguistica dal titolo Language nel 1921, continua a occuparsi di antropologia, si interessa di psicologia, scrive poesie.
Ha problemi di cuore, e muore nel 1939 a soli 55 anni.

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Benjamin Lee Whorf, di cui non ho trovato una foto ad alta risoluzione.

Whorf

Benjamin Lee Whorf (1897-1941) è un ingegnere chimico. Uomo spirituale e interessato alla teologia, si dedica nel tempo libero all’analisi di testi biblici e impara l’ebraico. Nasce probabilmente qui la sua passione per la linguistica. Comincia a studiare numerose lingue native americane (Nahuatl, Piman, Tepecano, ecc.). Linguista autodidatta, svolge ricerche, scrive articoli, e si fa un nome nell’ambiente. Mantiene il suo lavoro presso una compagnia assicurativa (Hartford Fire Insurance Company), per la quale gira l’America ispezionando impianti produttivi in merito alla prevenzione incendi, e si iscrive all’università di Yale, dove segue il corso di linguistica nativa americana di Edward Sapir (e dove, tra l’altro, non arriverà mai a conseguire la laurea in linguistica).
Ma la sua salute non è solida quanto il suo amore per le lingue, e il nostro linguista dilettante muore di cancro a soli 44 anni.

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Una (presunta) citazione di Whorf con una foto di Sapir. Benissimo. (fonte)

Potremmo ridicolizzare quest’uomo per non essere un vero linguista («Torna alle tue stupide assicurazioni, Benny!») ma non lo faremo. Anzi, ne elogeremo senza riserve la passione e l’eclettismo intellettuale, la mente creativa, l’ardita sfacciataggine. Bisogna dire, tuttavia, che l’accuratezza non era il suo forte. Va anche ricordato che la maggior parte dei suoi scritti furono pubblicati, diffusi e discussi soltanto dopo la sua morte: negli anni, gli amici G. L. Trager, Harry Hoijer, e John Bissell Carroll pubblicarono raccolte e antologie di suoi articoli e scritti inediti e, tra l’altro, fu Hoijer a coniare l’espressione “Sapir-Whorf hypothesis” a una conferenza nel 1954. Le sue idee presero vita propria, e Whorf non poteva più rispondere alle critiche o alle richieste di chiarimenti. Molti suoi passaggi sono ambigui e hanno dato luogo a differenti interpretazioni. Tenendolo a mente, proveremo ad analizzare alcune questioni salienti – nei prossimi post.

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Un meme di Linguist Llama esprime senza mezzi termini la sua opinione sull’ipotesi Sapir-Whorf. Qua su Wellentheorie saremo più fini e più articolati, giuro.

#108 parole “intraducibili”: emozioni

Tiffany Watt Smith si occupa, tra le altre cose, di studiare e fare ricerca sulle emozioni e sulla storia delle emozioni. Sull’argomento ha scritto, nel 2015, The Book of Human Emotions, in cui riporta 154 tra neologismi e parole in varie lingue del mondo che descrivono particolari emozioni, spesso prive di equivalenti in inglese o in italiano.
C’è chi si lascia prendere la mano e sostiene che i coreani e gli scandinavi vivono emozioni diverse perché le loro lingue danno forma in modo diverso al loro emozionarsi (ne parlerò nel prossimo post), ma, in ogni caso, le stranezze linguistiche ci piacciono, gli elenchi ci entusiasmano; ecco dunque cinque delle parole “intraducibili” trattate nel sopracitato libro.

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Tiffany Watt Smith

Awumbuk

Nella lingua del popolo Baining della Papua Nuova Guinea, awumbuk si riferisce alla malinconia e al senso di vuoto che si prova quando gli ospiti che ci hanno fatto visita sono andati via.

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Eccola lì, la Papua Nuova Guinea.

L’appel du vide

“Il richiamo del vuoto”, in francese, è il pensiero o l’impulso di lanciarsi da una grande altezza, di buttarsi sulle rotaie del treno, o di girare il volante verso il precipizio oltre una scogliera o contro un ostacolo. In psicologia è chiamato anche High Place Phenomenon perché avviene perlopiù in luoghi sopraelevati, ma si tratta in generale del pensiero, improvviso e involontario, di un comportamento autodistruttivo. Non è, come si potrebbe pensare, un istinto suicida, ma è una sensazione correlata alla paura e all’istinto di sopravvivenza.

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L’appel du vide illustrato da Marija Tiurina

Circa due anni e mezzo fa avevo parlato della serie di illustrazione dal titolo Found in Translation di Anjana Iyer. Non è la sola ad aver tentato una rappresentazione visiva di parole “intraducibili”: anche Marija Tiurina ne ha illustrate quattordici, tra cui alcune per le emozioni.

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Marija Tiurina, con un gatto.

Basorexia

La basorexia è la pulsione, il desiderio urgente e irrefrenabile di baciare qualcuno.
Non ho trovato spiegazioni sulla sua etimologia (se non che deriverebbe dal francese “baiser”, “bacio”), ma io azzarderei che deriva dal latino basium, a sua volta di origine incerta e controversa, a cui è aggiunto il greco ὄρεξις (órexis) che significa desiderio, voglia, appetito o fame, dal quale viene il suffisso italiano -oressìa, usato in medicina in relazione all’appetito e all’alimentazione (anoressìa, disoressia, licoressìa, paroressìa, iperoressìa, ortoressìa).

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La foto di Alfred Eisenstaedt

Nell’arte di tutti i tempi ci sono meravigliose opere che ritraggono baci, ma tra tutte mi è venuta in mente la celebre fotografia del marinaio e l’infermiera a Times Square, scattata il 14 agosto 1945 dopo l’annuncio della resa del Giappone (è il VJ Day o Victory Over Japan Day). Esistono in realtà almeno due foto: V-J Day in Times Square, meglio conosciuta come The Kiss di Alfred Eisenstaedt, pubblicata su Life, e un’altra, che ritrae lo stesso bacio da una differente angolazione, scattata da Victor Jorgensen e pubblicata sul New York Times.
La seconda è forse meno interessante dal punto di vista artistico, ma siccome Victor Jorgensen era un fotografo della marina americana in servizio, la foto appartiene al governo federale statunitense ed è rilasciata in pubblico dominio, e dunque l’immagine è più diffusa. Al contrario, la foto di Alfred Eisenstaedt, più bella, è protetta da copyright e il fotografo si è arricchito per ogni riproduzione.
Le facce dei due protagonisti del bacio non sono ben visibili, e negli anni parecchie persone hanno proclamato di essere il marinaio o l’infermiera. Tuttora ci sono dubbi sulle loro reali identità. Dibattuta è anche la storia dietro quel bacio: spontaneo o pianificato? Gioia patriottica festosamente condivisa oppure coercizione e slinguazzata indesiderata? Chissà.

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La foto di Victor Jorgensen

Torschlusspanik

Il “panico del cancello chiuso” è, in tedesco, l’ansia del tempo che passa troppo in fretta al confronto delle cose che dovremmo o vorremmo fare. Può essere il “ticchettio dell’orologio biologico” di una donna che ha superato i trenta e non ha figli, la “crisi di mezza età” di chi guarda avanti e vede che la vecchiaia è in arrivo, l’angoscia per le occasioni che stiamo perdendo, l’ansia per la deadline che si avvicina e ancora abbiamo troppo lavoro da fare.

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Il mio moroso vive attualmente in costante Torschlusspanik perché il suo videogioco deve uscire in autunno e non sa se riuscirà a infilarci tutte le cose fighissime che ha in testa.

Torschlusspanik (o Torschlußpanik: della lettera Eszett avevo parlato qui) è composta da Tor, cancello o portone; Schluss, chiusura o conclusione; Panik, panico.
La parola ha origine medievale, quando i castelli chiudevano i cancelli ogni sera per motivi di sicurezza oppure per prepararsi a un attacco nemico (ho trovato entrambe le versioni): non era auspicabile rimanere chiusi fuori e gli abitanti avevano l’ansia di affrettarsi a rientrare prima della chiusura.
I tedeschi usano l’espressione «Torschlusspanik ist ein schlechter Ratgeber» («Il Torschlusspanik è un cattivo consigliere») per ricordare che la fretta, l’ansia, l’impulsività di fare qualcosa all’ultimo minuto, non creano le condizioni per le decisioni migliori.

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Il Torschlusspanik illustrato da Marija Tiurina

Matutolypea

Parecchio diffusa sul web di lingua inglese ma assente nei veri dizionari, matutolypea si riferisce allo svegliarsi di cattivo umore. Non si sa chi l’abbia coniata, ma è un miscuglio di latino e greco: matuto, da Mater Matuta che, nella mitologia romana, era la dea del Mattino e protettrice delle nascite (dal suo nome deriva l’italiano mattina), e il greco λύπη (lýpi), cioè dolore, sofferenza, tristezza o infelicità. Qui la pronuncia.

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Mater Matuta

E continuiamo nel prossimo post perché questo sta diventando troppo lungo. See you soon!


 

Age-otori, cafuné, culaccino, friolero, hanyauku, mamihlapinatapai, ohrwurm, pochemuchka, tingo, tsundoku, utepils: per gli appassionati di “intraducibili”, si è parlato di queste parole qui!

citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione

Il mio sempre amatissimo Vladimir Nabokov, noto pressoché esclusivamente per Lolita, ha prodotto in realtà una discreta valanga di romanzi misconosciuti e bellissimi, che sto scoprendo piano piano. Questo Invito a una decapitazione (Invitation to a Beheading), letto nelle vacanze d’agosto, mi ha ricordato da vicino Un mondo sinistro (Bend Sinister): entrambi mirabolanti, surreali, con una vena di tormentata malinconia; entrambi, a modo loro, libri di denuncia contro tutti i totalitarismi; entrambi (come del resto qualsiasi cosa di Nabokov) scritti divinamente.

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Ambientato in una città il cui nome, mi pare, non viene mai detto, il romanzo narra di Cincinnatus C., condannato a morte perché “opaco” da quello che appare come un assurdo regime dittatoriale. Il protagonista sarà giustiziato in un momento indeterminato, tenutogli nascosto fino all’ultimo. La narrazione segue il punto di vista di Cincinnatus, ne registra le angosce, i sogni di evasione e le tormentate visioni, le spassosissime interazioni con i bizzarri personaggi che lo attorniano e lo disorientano senza sosta. Cincinnatus, in cella, scrive i propri pensieri, ed è uno di questi brani che mi è particolarmente piaciuto e che vi riporto qua sotto:

«Ma allora, forse,» (Cincinnatus prese a scrivere rapidamente su un foglio a righe) «la mia interpretazione è sbagliata […] D’altra parte, se io sapessi quanto tempo è rimasto, potrei fare… un breve lavoro… annotare pensieri suffragati da prove… Un giorno qualcuno potrebbe leggerli e all’improvviso proverebbe la sensazione di essersi svegliato per la prima volta in un paese sconosciuto. Voglio dire che all’improvviso lo farei scoppiare in lacrime di gioia, da fargli struggere gli occhi, e, dopo questa esperienza, il mondo gli sembrerebbe più pulito, più fresco. Ma come posso cominciare a scrivere quando non so se mi basterà il tempo, e la tortura inizia quando dici a te stesso: “Ieri ci sarebbe stato tempo sufficiente” e di nuovo pensi: “Se solo avessi cominciato ieri…”. […] Una volta, quando ero bambino, durante una gita scolastica in una località lontana, allorché rimasi separato dagli altri – e tuttavia potrei averlo sognato –, mi ritrovai, sotto il sole opprimente di mezzogiorno, in una sonnacchiosa cittadina, così sonnacchiosa che quando un uomo, che si era appisolato su una panchina a ridosso di un lucente muro imbiancato a calce, finalmente si alzò per aiutarmi a trovare la strada, la sua ombra azzurrina proiettata sul muro non lo seguì subito… Oh lo so, lo so, deve essere stato uno sbaglio da parte mia, e l’ombra non aveva affatto indugiato, ma semplicemente, diciamo così, era stata catturata dalla scabrosità del muro… ma ecco quello che voglio spiegare: tra il suo movimento e il movimento dell’ombra indolente – un secondo, una sincope – si trova quel singolare tipo di tempo in cui io vivo, la pausa, lo iato, quando il cuore è come una piuma… E vorrei anche scrivere del tremito incessante, e di come parte dei miei pensieri si affolli sempre intorno all’invisibile cordone ombelicale che unisce questo mondo a qualcosa – di che si tratta, ancora non lo dirò… Ma come posso scrivere di tali cose quando temo di non avere il tempo di finire, quando temo di risvegliare inutilmente questi pensieri… […]»

Ma approfondiamo un paio di scelte lessicali dell’autore:

Una sìncope (syncope nell’originale inglese) è, in medicina, una “sospensione, per lo più transitoria, della coscienza, provocata da improvvisa carenza a livello cerebrale di ossigeno e di glicosio”. La stessa parola, in linguistica, si riferisce alla “caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola” (dal vocabolario Treccani. C’è un terzo significato in musica, ma lo ometto perché a) non l’ho capito, e b) perché Nabokov si interessava di mille cose ma non di musica).

Uno iato (hiatus), invece, è in fonetica l’accostamento di due vocali che si dividono su due sillabe e vengono pronunciate in modo separato. La pronuncia tradizionale di iato (i-à-to, tre sillabe) contiene, appunto, uno iato. Tuttavia, la pronuncia attualmente più diffusa è jà-to (due sillabe), dove la j rappresenta la semivocale di, ad esempio, ieri o fiore, e forma un dittongo, cioè una combinazione di vocali pronunciate come un singolo suono – insomma, il contrario di uno iato.
In senso figurato, uno iato è un’interruzione, un’apertura, una frattura.

Vladimir Nabokov dictates while his wife Vera types, Ithaca New York, 1958
Vladimir Nabokov con la moglie Vera.

 

Da dove viene il nome Cincinnatus? Non lo so, ma forse da Lucio Quinzio Cincinnato (Lucius Quinctius Cincinnatus in latino, 520 a.C. circa – 430 a.C.).
Descritto come infaticabile agricoltore e arguto politico, è soprattutto ricordato per essere stato eletto dittatore nel 458 a.C. (la Repubblica romana eleggeva un dittatore con pieni poteri nei momenti di grave crisi; in questo caso, per affrontare la minaccia dell’invasione degli Equi, o Aequi in latino). Cincinnato sconfigge i nemici a mani basse e dopo soli quindici giorni si dimette da dittatore e torna a coltivare la terra. «La “rapida” restituzione della sua autorità assoluta con la conclusione della crisi viene citata spesso come esempio di buona direzione, di servizio al buon pubblico e di virtù e di modestia.» (Wikipedia).
Nabokov ha scritto la prima versione di questo romanzo «a Berlino, all’incirca quindici anni dopo essere fuggito dal regime bolscevico e appena prima che il regime nazista toccasse il suo massimo indice di gradimento» (dalla prefazione dell’autore). Il suo disprezzo per entrambi i regimi ha ispirato, probabilmente, il ridicolo governo che condanna a morte il protagonista Cincinnatus, il cui nome richiama, all’opposto, un esempio di dittatura “giusta” (questa è una mia ipotesi – non ho trovato conferme).

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Alcuni senatori vanno a casa di Cincinnatus, in campagna, dove lui sta arando i campi, per offrirgli la dittatura. L’episodio è narrato da vari storici romani e ha ispirato parecchi quadri, come questo di Alexandre Cabanel (1844).

Ancora due curiosità su Invito a una decapitazione:
• Ovviamente, come in tutti i romanzi russi che si rispettino, c’è un samovar (ne avevo parlato qui).
• La storia della stesura del romanzo è quantomeno tortuosa: non sto a ripeterla, ma potete trovarla, oltre che nella prefazione del libro, qui sul blog NonSoloProust, in un’interessante recensione (che tra l’altro descrive bene e con onestà la bellezza e la difficoltà di questo libro “faticoso”, che “richiede a mio avviso una grande disponibilità e cooperazione da parte di chi legge” – e mi trovo molto d’accordo).

In arrivo un post su Nabokov, un uomo dalle infinite sorprese.

il film della domenica #10: the day the earth stood still

Ultimatum alla Terra è un film americano, di fantascienza, in bianco e nero, del 1951. Il titolo originale, molto più bello, è The Day the Earth Stood Still. Nel 2008 ne è uscito un remake omonimo, con Keanu Reeves nel ruolo del protagonista Klaatu.
Il film è basato su Farewell to the Master, un racconto Harry Bates, la storia però è stata profondamente modificata.

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La trama molto in breve

Un disco volante atterra a Washington. A bordo vi sono Klaatu, un alieno umanoide, e Gort, un robot. Vengono in pace; ma i terrestri, bellicosi e sospettosi per natura, faticano a crederci. Succedono cose; Klaatu si fa passare per un umano e conosce la giovane vedova Helen Benson e suo figlio Bobby; succedono cose.

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Gort (Lock Martin) e Klaatu (Michael Rennie)

Attori, gossip, e divagazioni

L’extraterrestre Klaatu è interpretato da Michael Rennie (1909 – 1971), attore inglese di cinema, televisione e teatro, alto 193 cm, apparso in oltre 50 film. Wikipedia dice: “Rennie, con la sua alta statura e il suo volto dai lineamenti severi e affilati, diede un’interpretazione di grande intelligenza e fascino del misterioso Klaatu”.

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Gort davanti all’astronave.

Gort, il robot, è interpretato da Lock Martin (1916 – 1959). Faceva la maschera al Chinese Theatre di Hollywood e fu scelto per la sua statura impressionante (231 cm).

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Lock Martin è quello alto.

La coprotagonista femminile, Helen Benson, è l’attrice americana Patricia Neal (1926 – 2010).

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Helen Benson (Patricia Neal) e Klaatu (Michael Rennie).
Primo gossip:

Patricia Neal ha avuto una relazione con Gary Cooper, iniziata durante la lavorazione al film La fonte meravigliosa (The Fountainhead, 1949). Lei aveva 23 anni e lui 48, ed era sposato. Cooper interpretava il protagonista, l’architetto Howard Roark, personaggio liberamente ispirato all’architetto Frank Lloyd Wright.

Secondo gossip:

Patricia Neal ha sposato nel 1953 lo scrittore britannico Roald Dahl (1916 – 1990). Hanno avuto cinque figli e hanno divorziato nel 1983.

Patricia Neal and Roald Dahl
Roald Dahl e Patricia Neal.
Due parole su Roald Dahl:

Nato in Galles da genitori norvegesi, il norvegese parlato in famiglia era la sua prima lingua. Il nome di battesimo gli è stato dato in onore di Roald Amundsen (1872 – 1928), esploratore norvegese delle regioni polari, riconosciuto come la prima persona ad aver raggiunto entrambi i poli.

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Roald Dahl e i suoi libri più famosi.

Cenni di xenolinguistica

In alcuni momenti del film, Klaatu parla nella propria lingua aliena, inventata dallo sceneggiatore Edmund H. North. Le frasi non vengono mai tradotte né sottotitolate, ma il loro significato può essere dedotto dal contesto (esempio: Gort sta sparando, Klaatu gli dice “Gort, declato brosco!”, e Gort smette di sparare).
La più celebre è “Klaatu barada nikto”: il nostro Klaatu, impantanato in vicende complesse, chiede a Helen di andare da Gort e digli queste parole. Klaatu le insegna la pronuncia, facendogliela ripetere più volte, ma senza spiegarne il significato.

Klaatu barada nikto

La frase è diventata un cult ed è citata in numerose opere (ad esempio ne L’armata delle tenebre (Army of Darkness, 1992), terzo capitolo della serie La casa (The Evil Dead), nella scena in cui Ash deve recuperare il Necronomicon). È stata usata anche nel remake del 2008, aggiunta su insistenza di Keanu Reeves.

In un articolo pubblicato nel 1978 sulla rivista americana Fantastic Films, Tauna Le Marbe analizza la lingua di Klaatu, che sostiene essere un misto di latino, francese, inglese, greco e cypher, e ne propone delle traduzioni. Secondo lei “Klaatu barada nikto” significherebbe qualcosa tipo “Sto morendo, riparami; non vendicarti” (peraltro, assolutamente coerente con quello che fa Gort dopo aver sentito la frase). Mi sono spinta fino alla quarta pagina dei risultati di Google per cercare informazioni su questa Tauna Le Marbe, accreditata come “Alien Linguistics Editor” della rivista, ma, a parte un paio di articoli a suo nome su Fantastic Films, non ho trovato niente e ho il vago sospetto che non esista.

fantastic films

La disciplina che “studia” le lingue aliene si chiama xenolinguistica. Ho messo le virgolette perché di lingue aliene, attualmente conosciute e da studiare, non ce ne sono: è tutto ipotetico. Si può però riflettere in termini scientifici e filosofici su come potrebbero essere le lingue di eventuali extraterrestri e sulla possibile comunicazione tra umani ed extraterrestri. In più, c’è tutta una branca della glossopoiesi (l’arte di creare linguaggi artificiali) che si occupata di inventare le lingue parlate dagli alieni all’interno delle opere di finzione (penso che la più famosa sia il klingon, in Star Trek).

Ultimatum alla Terra e l’architettura

L’architetto Frank Lloyd Wright (1867 – 1959) ha collaborato alla progettazione del set e in particolare dell’astronave di Klaatu (interni ed esterni).

Pare che il regista Robert Wise lo avesse contattato perché sapeva che Wright era interessato ai dischi volanti, alle cui forme si era ispirato per diversi progetti, tra cui lo Sports Club and Play Resort (progettato nel 1947, mai costruito) e la Annunciation Greek Orthodox Church a Wauwatosa, in Wisconsin (costruita nel 1956).

Ultimatum alla Terra e la pittura

L’architetto e artista Paul Laffoley (1935 – 2015) diceva di aver visto Ultimatum alla Terra più di 870 volte. Era ossessionato dagli UFO fin dall’infanzia. Pare che durante una TAC alla testa gli avessero trovato un minuscolo “implant” (come si dice in italiano?), apparentemente metallico, nel cervello, che ovviamente lui interpretò come una nanotecnologia di origine extraterrestre.

Paul Laffoley 1
Paul Laffoley nel suo studio

Paul Laffoley diceva che da bambino aveva deciso di diventare architetto per progettare astronavi. Dopo la laurea in architettura e dopo aver lavorato in qualche studio di architettura, Paul Laffoley si dedica completamente a dipingere: i suoi quadri sono visionari, complessi, contengono innumerevoli scritte e simboli, abbondano di significati difficili da interpretare. “Some paintings were mandala-like, others resembled board games, and they addressed topics such as time travel, astrology, mathematical theories, religion, black holes, alien life-forms, and a fourth dimension” (fonte).


Negli ultimi anni Paul Laffoley soffriva di vari problemi di salute, e gli avevano anche dovuto amputare una gamba al di sotto del ginocchio a causa di un’infezione. Lui si era fatto costruire un arto prostetico a forma di zampa di leone.

Paul Laffoley 2
L’arto prostetico di Paul Laffoley.

Ultimatum alla Terra e la musica

Dal protagonista alieno di Ultimatum alla Terra ha preso il nome la band canadese Klaatu, anni ’70, progressive rock.
La loro canzone più nota è Calling Occupants of Interplanetary Craft, dal loro primo album, 3:47 EST, pubblicato nel 1976. Le tre e quarantasette del pomeriggio, secondo il fuso orario della costa orientale degli Stati Uniti (Eastern Standard Time, EST), è l’orario in cui, nel film, Klaatu arriva a Washington.
La canzone fa ampio uso del mellotron, uno strumento musicale a tastiera molto popolare tra gli anni ’60 e ’70. Non ha un suono proprio: ogni tasto, quando viene premuto, fa partire il nastro registrato a cui è collegato. Può quindi riprodurre suoni di strumenti musicali o voci umane o qualsiasi altra cosa.

mellotron
John Lennon che suona il mellotron.

I Carpenters hanno fatto una cover di Calling Occupants of Interplanetary Craft, secondo me molto brutta, però piuttosto famosa.
I Carpenters erano un duo pop americano formato dai fratelli Karen (1950-1983) e Richard (1946) Carpenter. Mentre lui, pianista-tastierista, aveva problemi di droga e di dipendenza da Metaqualone (un farmaco dagli effetti simili ai barbiturici, usato come droga ipnotica negli anni ’60 e ’70), lei, batterista e cantante, soffriva di anoressia nervosa, le cui complicazioni ne hanno causato la morte nel 1983, a trentadue anni. Il lato positivo è che la notizia ha attirato l’attenzione pubblica sui temi dei disturbi del comportamento alimentare, di cui all’epoca non si parlava molto.
I Sonic Youth hanno dedicato una canzone a Karen Carpenter: Tunic (Song for Karen), dall’album Goo del 1990.

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I Carpenters.

Il testo di Calling Occupants of Interplanetary Craft parla del World Contact Day, dichiarato il 15 marzo 1953 dall’associazione International Flying Saucer Bureau (IFSB). Nel giorno prestabilito, tutti i membri dell’IFSB avrebbero dovuto cercare di inviare un messaggio per via telepatica verso lo spazio. L’idea era che, se tante persone si fossero concentrate contemporaneamente sullo stesso testo, qualche forma di vita aliena avrebbe dovuto riceverlo. Il messaggio inizia proprio con “Calling occupants of interplanetary craft!” e continua dichiarando la disponibilità di noi terrestri all’amicizia e ad accogliere con entusiasmo i visitatori extraterrestri. Chiede anche di venire sul nostro pianeta a ‘svegliare gli ignoranti’ e ad ‘aiutarci con i nostri problemi terrestri’ (ed è probabilmente per questo che nessun alieno ha mai risposto).
La canzone dei Klaatu si apre con un’esortazione a provare la telepatia, e prosegue con il messaggio vero e proprio da trasmettere all’universo, che è molto molto simile nelle parole e nei significati al messaggio dell’IFSB:

Calling occupants of interplanetary craft
You’ve been observing our Earth
And we’d like to make a contact with you
We are your friends

Il messaggio contiene anche un invito a visitare il nostro pianeta e a portare la pace (coerentemente, peraltro, con la visione degli alieni pacifisti e pacificatori nel film Ultimatum alla Terra).

klaatu beatles
Ma la cosa interessante dei Klaatu è che, a un certo punto, ha cominciato a girare la voce che i Klaatu fossero in realtà i Beatles, o alcuni componenti dei Beatles, che portavano avanti nuovi progetti musicali in segreto. La diceria era motivata dal fatto che le vere identità dei Klaatu non erano mai state rivelate: nelle copertine degli album non risultava alcun nome né fotografia, e la stessa casa discografica non dava informazioni, sostenendo che fossero persone molto riservate. Il loro suono era anche abbastanza beatlesiano.
Inoltre, dopo lo scioglimento dei Beatles nel 1970, quando ognuno di loro aveva dato inizio a carriere soliste, Ringo Starr (il cui vero nome è Richard Starkey) aveva pubblicato un album, nel 1974, Goodnight Vienna, la cui copertina è un’immagine da Ultimatum alla Terra: una delle scene più note, in cui l’astronave è appena atterrata e ne escono Gort e, dietro di lui, Klaatu, che saluta con la mano. Nella copertina di Goodnight Vienna la faccia di Ringo è photoshoppata al posto del casco di Klaatu (anche se all’epoca Photoshop non c’era e non ho idea di cosa si usasse in alternativa. Per curiosità, la prima versione di Photoshop è del 1990 e ha quindi ventisei anni).


In realtà, non c’è mai stata alcuna connessione tra i Beatles e i Klaatu, e la vera formazione di questi ultimi era: John Woloschuk, Dee Long e Terry Draper, tutti e tre originari di Toronto, Canada.

klaatu band

#87 atlantide

Era una sera afosa quando Wellentheorie si è accorta, chiacchierando con me, che sono un vero e proprio custode di informazioni inutili-che-non-interessano-a-nessuno. Da lì, è stato un attimo propormi di scrivere come guest sul suo bellissimo blog (vi direi di seguirlo a tutti i costi, ma se state leggendo queste righe… lo seguite già).

Detto fatto: dopo aver elencato una manciata di argomenti sui quali avrei potuto scrivere un post più o meno sensato (tra cui la storia dei vibratori – ci arriveremo, promesso), la scelta è ricaduta sul mito di Atlantide.

Barney Stinson

Sono anche riuscito a convincerla a comprare un libro del 1950 sui Paesi Legen…wait for it… dary, edito da Garzanti nella collana “Saper Tutto”.

Questa è il libro che Wellentheorie mi ha regalato: ha 65 anni!
Questa è il libro che Wellentheorie mi ha regalato: ha 65 anni!

Ma partiamo dalla mia passione per Atlantide e dal perché è così radicata nel mio immaginario (e in quello di molti). L’idea che ci sia già stato un apice tecnologico, che poi è caduto in declino fino a scomparire è un tema caro a molti miti e leggende e ha fatto da spunto a tantissimi autori.

Posso citare Jerry Siegel, autore di Superman, che nel 1938 prese spunto da Atlantide per inventare un pianeta tecnologicamente avanzato (Krypton) che all’apice del suo splendore è andato incontro a una catastrofica distruzione.

O posso nominare, in tempi recenti, la mitologia dietro alla saga di Assassin’s Creed, che ipotizza una civiltà avanzata del passato, basata sull’acquisizione di conoscenze e tecnologia aliena che poi è andata distrutta.

Ad ogni modo, ciò che rende speciale per me Atlantide è che ne ho sentito parlare per la prima volta in un vecchio fumetto di mio padre, Mandrake, che finiva a lottare proprio nel regno sottomarino di Atlantide (mi riferisco a questo episodio).

Mandrake

Per chi non lo sapesse, Mandrake è un fumetto ideato da Lee Falk, nel 1934, ed è così “vecchio” che all’inizio non utilizzava neppure i balloon per i dialoghi dei personaggi.

Infatti, per quanto i balloon siano stati inventati attorno al 1400 e siano stati utilizzati qualche anno dopo il lancio anche nel primo fumetto della storia, The Yellow Kid, agli inizi del 1900 non erano ancora divenuti uno standard.

Un po' di classici baloon per i fumetti
Un po’ di classici balloon per i fumetti

Mandrake viveva avventure dal sapore simile a quelle dell’odierno Martin Mystere, edito dalla Bonelli – di cui non vi parlerò per niente perché sennò questo post diventa un elenco sconclusionato di personaggi dei fumetti, ma sappiate che anni fa ho lavorato anche al videogioco su MM, quindi prima o poi, se Wellentheorie non mi caccia prima, vi beccherete un post pure su di lui – alla ricerca di misteri in giro per il mondo.

Quelle ambientazioni, seppur abbozzate, mi hanno così tanto colpito da rimanere nella mia testa per anni, rendendomi letteralmente affamato di informazioni a riguardo.

Mi sono imbattuto così nei due testi di Platone, Timeo e Crizia, due dei suoi tantissimi dialoghi e che fanno parte del gruppo di testi scritti nell’ultima parte della sua vita, denominato Dialoghi Dialettici. In particolare in Crizia viene descritta la creazione di Atlantide che vi riassumo qui:

Poseidone (il dio dei mari) si innamora di una ragazza di nome Clito (ehm… saltiamo facili battute, dai! Facciamo quelli maturi!), e non sapendo dove andare a trombare con ella, crea una struttura concentrica fatta di terra e acqua (tre anelli di acqua e due di terra), li rende rigogliosi e si rinchiude al centro assieme alla sua conquista. Qui, non avendo né televisione né smartphone, concepiscono 10 figli. Il primo, Atlante, diviene l’imperatore della nazione che sorgerà su quelle terre, Atlantide.

Una rappresentazione dell'isola di Atlantide creata da Poseidone
Una rappresentazione dell’isola di Atlantide creata da Poseidone

Leggendo Timeo, invece, la descrizione di Atlantide è differente – segno che Platone andava proprio a braccio, o che si basava su testi (mai rinvenuti) contraddittori.

Platone colloca l’isola di Atlantide oltre le colonne di Ercole, descrivendola come un’isola molto vasta, che viene indicata come l’oppositore della liberale Atene.

Dopo la storia di Poseidone e Clito (ehm… dai, ok, la smetto), inizialmente i regnanti sull’isola erano saggi e potenti e la civiltà crebbe demograficamente e tecnologicamente. Poi, però, a causa dell’animo umano mutò in un regno di conquistatori che volevano solo accrescere il loro potere. Ma proprio quando dichiararono guerra ad Atene, un cataclisma spazzò via l’isola intera, trascinando negli abissi abitanti, tecnologia e reperti preziosi.

Tra essi, Platone cita l’oricalco, un metallo leggendario.

Questo materiale viene ripreso nel videogioco Indiana Jones and the Fate of Atlantis, una delle avventure grafiche che hanno segnato un’epoca (e il più grande interrogativo della storia del cinema – nel senso: ma perché cavolo Lucas e Spielberg sono andati a tirare in ballo alieni e teschi di cristallo con Indiana Jones 4 quando potevano benissimo prendere la trama del gioco e fare una figata?). La trama, ricca di colpi di scena, porta l’archeologo più famoso del mondo alla ricerca del regno perduto di Atlantide proprio seguendo le indicazioni di Platone (anche se l’isola viene collocata al centro del mediterraneo).

Oricalco in un medaglione che diventa una fonte energetica e indica il pericolo... aspetta, mi ricorda qualcosa!
Oricalco in un medaglione che diventa una fonte energetica e indica il pericolo… aspetta, mi ricorda qualcosa!

Nel gioco l’oricalco è in grado di attivare i macchinari che provengono dall’antica civiltà perduta, dando quindi al metallo un potere energetico.

Un espediente uguale, per altro, a quello utilizzato in Atlantis, il film del 2001 della Disney, nel quale una gemma preziosa è capace di attivare tutta la tecnologia dell’isola. Il cartone – uno dei miei preferiti e se non l’avete ancora visto dovete vederlo se non altro per lo stile steampunk ispirato ai romanzi di Verne – e colloca la posizione di Atlantide nell’oceano Atlantico.

Un esempio del design steampunk del film
Un esempio del design steampunk del film

Visto che siamo sul blog di Wellentheorie, non posso non citare Marc Okrand, colui che ha inventato un sacco di linguaggi per film e serie tv (uno tra tutti: il Klingon per Star Trek), che per il film Atlantis ha sviluppato l’Atlantean, basato su parole delle lingue indoeuropee (non mi addentro per non sembrare troppo ignorate; ask to capo-massimo-del-blog per maggiori dettagli: è lei la specialista di lingue!).

Una curiosità del film è che se analizzato attentamente si possono notare un sacco di similitudini con l’anime Fushigi no umi no Nadia (in italiano Il mistero della pietra azzurra). Di questo anime magari parlerò in un’altra occasione con più precisione, ma cito solo Nadia, il personaggio protagonista, che per anni è stata in Giappone un simbolo sociale della lotta all’inquinamento e per la salvaguardia della natura. Nadia infatti è vegetariana e veniva utilizzata come vera e propria icona durante le lotte sociali degli anni ’90. 

Tornando alla Disney, non era la prima volta che prendeva un’idea di un’opera giapponese e la adattava per i suoi film. Infatti nel 1994 Il Re Leone aveva già copiato spudoratamente l’anime Janguru Taitei (in italiano Kimba il Leone Bianco), limitandosi a cambiare il nome del protagonista da Kimba a Simba.

Nota che non interesserà a nessuno: Kimba è stato il primo anime della mia infanzia.

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Per concludere, tornando ad Atlantide, Wellentheorie che mi pensa sempre, l’altro giorno è finita in un mercatino dell’usato e ha comprato il libro La Piramide di Atlantide (Raising Atlantis) – di Thomas Greanias. Appena riuscirò a leggerlo vi farò sapere se è un libro che merita o un mattone buono per livellare il vecchio divano traballante della nonna.

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#86 fis phenomenon e wug test

Il “fenomeno Fis” è un fenomeno osservato nel processo di acquisizione della lingua da parte dei bambini. È stato descritto per la prima volta nel 1960 da Jean Berko Gleason e Roger Brown: i due ricercatori raccontarono di un bambino che chiamava “fis” (/fɪs/), invece di “fish” (/fɪʃ/), un giocattolo a forma di pesce. Quando un adulto gli chiedeva “Is this your fis?”, il bambino rispondeva negativamente. Se invece gli veniva chiesto “Is this your fish?”, la risposta era “Yes, my fis.”

(Se andate a scavare nei vostri ricordi di interazioni con bambini piccoli, probabilmente troverete episodi simili: io conosco una bimba che confondeva la “c” con la “t” e diceva, ad esempio, “tandele” invece di “candele”. Ma se tu le parlavi di “tandele”, ti guardava come se fossi scemo.)

Il Fis phenomenon dimostra che la percezione e la distinzione dei fonemi avviene prima della capacità di produrre quegli stessi fonemi. (E, più in generale, che le capacità di comprensione precedono quelle di produzione linguistica). Il bambino dell’esempio non era in grado di pronunciare il suono /ʃ/, ma sapeva benissimo che si trattava di un fonema diverso da /s/. La sua pronuncia, gradualmente, si avvicinerà a quella corretta.

Parlare (nel senso di pronunciare) e conoscere una lingua sono due cose ben diverse: parlare è un’abilità fisica, la lingua è una capacità intellettuale. Si tratta di due abilità distinte e indipendenti. Infatti, ad esempio, una persona può balbettare pur avendo una capacità linguistica perfettamente nella norma.

Fenomeni simili al “fis” sono stati osservati in bambini che apprendono la lingua dei segni. In questo caso, il bambino sa riconoscere un determinato gesto quando lo vede eseguito correttamente da un adulto, ma potrebbe non essere in grado di riprodurlo nello stesso modo, avendo ancora difficoltà a gestire il proprio sistema motorio. Qui sotto vi metto un video super tenero sul processo di acquisizione della lingua dei segni americana da parte di una bimba.

Ma andiamo a vedere chi sono i due ricercatori che hanno scoperto il Fis phenomenon: Roger Brown e Jean Berko Gleason (cari lettori, lo so che siete curiosi).

Roger Brown
Roger Brown

Roger Brown (1925 – 1997) è stato uno stimatissimo psicologo sociale statunitense, che si è occupato specialmente dello sviluppo linguistico dei bambini e della relazione tra linguaggio e pensiero.
La cosa più romantica (e malinconica) della vita di Roger Brown è la storia d’amore, durata oltre quarant’anni, con Albert Gilman, professore di letteratura inglese e studioso di Shakespeare. Albert Gilman è morto di cancro ai polmoni nel 1989, e solo allora Roger Brown ha fatto coming out pubblicamente sulla propria omosessualità. Roger Brown è poi morto nel 1997, ed è stato sepolto accanto al suo compagno Albert Gilman nel Mount Auburn Cemetery a Cambridge, in Massachusetts.

Jean Berko Gleason
Jean Berko Gleason

Jean Berko Gleason è una psicolinguista statunitense, nata nel 1931, che si è occupata soprattutto di linguistica acquisizionale. Uno dei suoi contributi più conosciuti è il “Wug test”, con il quale ha dimostrato che anche i bambini molto piccoli possiedono una conoscenza implicita della morfologia della propria lingua madre. Cioè i bambini sanno mettere in pratica le regole morfosintattiche, anche se ovviamente non le hanno mai studiate in modo esplicito. Un’ipotesi differente, per quanto riguarda l’acquisizione della grammatica, è che i bambini si limitino a ripetere ciò che hanno sentito in precedenza dagli adulti: ad esempio, un bambino di famiglia anglofona potrebbe sentire la parola “car”, singolare, riferita ad un’unica automobile, e in un altro momento potrebbe sentire la parola “cars”, plurale, e capire che quella è la parola per indicare più automobili. Proprio per evitare l’effetto “sentito, memorizzato e poi ripetuto”, il Wug test contiene parole inventate e prive di significato (come “wug”, una creatura immaginaria): parole che sicuramente i bambini non hanno mai sentito prima. Ai bambini vengono mostrate immagini e proposte attività come questa: “This is a WUG. Now there is another one. There are two of them. There are two________.” La risposta che si ottiene più frequentemente è “Wugs”, e dimostra che il bambino ha compreso e interiorizzato, per quanto inconsapevolmente, la regola standard della formazione del plurale in inglese. Il test include altre attività simili riguardanti le coniugazioni verbali e altre regole morfosintattiche. Insomma, i bambini vengono esposti alla lingua parlata dagli adulti, e da ciò che sentono sono in grado di estrarre regole generali e di applicarle alle nuove parole che via via imparano.

A questo link potete trovare dieci schede del Wug test originale, con i disegni di Jean Berko Gleason.
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Se cercate “Wug test” su YouTube, potete trovare centinaia di video di genitori che hanno sottoposto la propria prole a un Wug test casalingo, e anche questo filmato d’epoca, e questo breve video più recente in cui Jean Berko Gleason fa il test a un’adulta e commenta le sue risposte.

Voi non ci crederete, ma il Wug test è talmente famoso che ci fanno anche le magliette.

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E c’è anche chi ci fa delle battute.

Wugs

Jean Berko, nel 1959, ha sposato Andrew Gleason (1921 – 2008), da cui ha avuto tre figlie.

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Andrew Gleason è stato un importante matematico statunitense. Si è occupato di crittoanalisi durante la seconda guerra mondiale, lavorando alla decifrazione dei messaggi in codice tedeschi e giapponesi, e durante la guerra di Corea (1950-53). Ha anche collaborato con Alan Turing allo studio della macchina Enigma.

Andrew Gleason ha inoltre dato un importante contributo alla soluzione del quinto problema di Hilbert (Hilbert’s fifth problem) che onestamente non ho capito.

Andrew Gleason
Andrew Gleason