#91 battlestar galactica (prima parte)

Wellentheorie era una bimba che frequentava assiduamente la biblioteca comunale. Un giorno si ritrova per caso davanti allo scaffale di Urania, senza avere la minima idea di cosa siano l’Urania e la fantascienza. Sta osservando affascinata i titoli sulle coste dei libri quando, alle sue spalle, un passante la schernisce facendole capire chiaramente che la fantascienza è roba da sfigati. Wellentheorie, giovane e conformista, coglie il messaggio e si allontana dallo scaffale con nonchalance, stile moonwalk all’indietro.
Passano gli anni: Wellentheorie è ormai ben più vicina ai trenta che ai venti, e la fantascienza entra finalmente nella sua vita. E Wellentheorie scopre che è una figata pazzesca.

Condivido oggi questo trauma infantile con voi per parlare di me stessa in terza persona e soprattutto per introdurre il tema di questo post e del prossimo (entrambi abbastanza spoiler-free!): Battlestar Galactica, una figata pazzesca.

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La prima Battlestar Galactica è una serie televisiva del 1978 in ventiquattro episodi, a cui fanno seguito una seconda serie del 1980 in dieci episodi (chiamata Galactica 1980) e alcuni adattamenti cinematografici. Nel 2003 esce il primo “re-imagined” (molto meno fedele di un remake, più creativo di un reboot: riprende personaggi, luoghi e vicende della serie originale ma li modifica e aggiunge nuovi elementi): una miniserie in due episodi da 90 minuti ciascuno, che può essere considerata il pilot della successiva serie tv, con lo stesso cast, in quattro stagioni, trasmessa dal 2004 al 2009. La serie del 1978, la miniserie del 2003 e la serie del 2004-2009 si chiamano Battlestar Galactica, ma la prima è conosciuta in Italia come Galactica e il suo episodio pilota era uscito anche in una versione cinematografica chiamata in origine Battlestar Galactica ma tradotta in italiano Battaglie nella galassia. In realtà il titolo non parla di battaglie né di galassie (per quanto battaglie e galassie siano presenti) ma si riferisce alla (astro)nave da guerra (= “battlestar”) di nome Galactica, protagonista della serie.

Qui parlo principalmente del re-imagined: miniserie e serie tv (non potete guardare la serie senza aver visto la miniserie, non si capisce niente).

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La maestosa battlestar Galactica, circondata dalla flotta coloniale.

La premessa della storia è questa: l’umanità ha da tempo abbandonato Kobol, il suo pianeta natale, e ha fondato, all’interno di un sistema solare molto distante, le Dodici Colonie di Kobol (the Twelve Colonies of Kobol). Le Dodici Colonie costituiscono una repubblica federale e sono situate su dodici pianeti (dodici pianeti abitabili in un unico sistema solare? Sì, è inverosimile, ma è così) che prendono i nomi dalle costellazioni e i segni dello zodiaco: Aquaria (acquario), Aerilon (ariete), Canceron (cancro), Caprica (capricorno), Gemenon (gemelli), Leonis (leone), Libran (bilancia), Picon (pesci), Sagittaron (sagittario), Scorpia (scorpione), Tauron (toro), e Virgon (vergine).
Le Colonie sono state in guerra con un popolo di robot (creati da una razza rettiliana nella serie originale, creati dall’umanità nella serie re-imagined) chiamati cylons (cyloni in italiano). Dopo un armistizio e alcuni decenni di pace*, i cylon attaccano a sorpresa le Dodici Colonie, distruggendole. I morti sono miliardi: dell’intera specie umana soltanto circa 50.000 persone riescono a sopravvivere e a mettersi in salvo a bordo di una flotta spaziale (the Colonial Fleet), formata da circa 60 navi civili e commerciali, guidate dall’unica nave militare rimasta, cioè la Battlestar Galactica (ma sarà davvero l’ultima?). La flotta viaggia nell’universo, in fuga dai cylon e alla ricerca di un pianeta leggendario chiamato Terra, dove si sarebbe stabilita la tredicesima tribù dell’umanità dopo l’antico esodo da Kobol.

* Volendo essere precisi: nella serie originale la guerra cylon dura mille anni e si conclude, all’inizio della serie, con un finto trattato di pace, dopo il quale i cylon attaccano le colonie. Nel re-imagined, la guerra dura dodici anni e mezzo ed è seguita da una pace di quarant’anni, dopodiché i cylon attaccano all’improvviso. In entrambi i casi l’attacco cylon avviene nell’episodio pilota e funge da antefatto all’intera serie.

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I cylon nella serie originale.
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I cylon nella serie nuova (l’attrice è Tricia Helfer).

La storia è appassionante, i personaggi sono ben costruiti, e in più, nonostante l’ambientazione fantascientifica, vengono affrontati molti argomenti interessanti e attuali: si parla di razzismo e discriminazione, religione (politeismo e monoteismo, fede e scetticismo), terrorismo e guerra, malattia terminale, il mistero dell’evoluzione (si accenna persino all’Eva mitocondriale! Ne avevo parlato qui), le conseguenze della tecnologia, convivenza tra potere civile e militare, difficili scelte politiche. Ad esempio, un tema che ho trovato particolarmente interessante (affrontato nell’episodio The Captain’s Hand, stagione 2, episodio 17, del 2006) è quello dell’aborto: l’interruzione di gravidanza era perfettamente legale nelle Dodici Colonie, e rimane legale sulla flotta, è anzi una pratica molto diffusa a causa delle difficili condizioni di vita (continue battaglie con i cylon, scontri interni, carenza di cibo e acqua). Ma se i pochi superstiti dell’intera razza umana non fanno figli, il rischio di estinzione della specie diventa molto concreto. Per questo la presidente Roslin decide di vietare l’aborto, anche se contro i propri princìpi.

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Nella serie nuova, Laura Roslin, sottosegretario all’istruzione delle Dodici Colonie, dopo l’attacco rimane la più alta carica civile (gli altri, compreso il presidente Adar, sono morti) e viene quindi nominata presidente delle Dodici Colonie.
Fun fact: la scena della cerimonia del suo giuramento come presidente a bordo del Colonial One è stata modellata su quella di Lyndon Johnson a bordo dell’Air Force One dopo l’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy nel novembre 1963 (fonte).

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Altro fun fact: nella scena in cui un dottore comunica a Laura Roslin che ha il cancro, sullo sfondo, nel cielo oltre la finestra, si intravede (video) passare la Serenity, l’astronave di Firefly, altra serie tv di fantascienza, cancellata dopo una sola stagione con grande disappunto dei fan.

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Laura Roslin non ha un omologo nella serie originale. L’attrice, Mary McDonnell, ha fatto tra le altre cose “Alzata con Pugno” (Stands With A Fist) che sposa Kevin Costner in Balla coi lupi (Dances with Wolves, 1990) e Rose Darko, madre del protagonista in Donnie Darko (2001).

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Mary McDonnell in Balla coi lupi.

Mentre Laura Roslin è il leader civile della flotta, quello militare è il comandante della Galactica: William “Bill” Adama (in italiano, senza apparente ragione, Adamo) interpretato da Edward James Olmos.

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Forse lo avete già visto nella sesta stagione di Dexter (2011), dove indossa sempre adorabili golfini e fa James Gellar, professore dell’Università di Tallahassee, esperto di Apocalisse e “scomparso” da alcuni anni.

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Colin Hanks (il figlio di Tom Hanks!) e Edward James Olmos in Dexter.

Un altro attore che compare in entrambe le serie è Samuel Witwer, “Crashdown” in Battlestar Galactica e Neil Perry nella prima stagione di Dexter (quello che sostiene di essere il Killer del Camion Frigo, ovvero the Ice Truck Killer).

Samuel Witwer come "Crashdown”, a bordo di un Raptor (navicella spaziale militare).
Samuel Witwer come “Crashdown”, a bordo di un Raptor (navicella spaziale militare).
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Samuel Witwer in Dexter, nella scena “Who the fuck are you?

Ma non divaghiamo.

Il figlio di Bill Adama è Leland Joseph Adama, meglio conosciuto come Lee o con il nome di battaglia (callsign) “Apollo”, interpretato da Jamie Bamber.

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Lee “Apollo” Adama.

Nonostante fossi convinta che personaggio e attore fossero evidentemente gay, sembrano in realtà entrambi etero. Jamie Bamber ha sposato l’attrice Kerry Norton e hanno tre figlie. Kelly Norton fa un personaggio ricorrente in Battlestar Galactica: Layne Ishay, paramedico e assistente del dottor Cottle.

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Jamie Bamber e Kerry Norton con le figlie.

Michael Hogan e Susan Hogan sono un’altra coppia sposata nella realtà ma non nella serie: lui è il mitico colonnello Saul Tigh, lei è Doyle Franks, capitano della Prometheus, una nave civile della flotta. Non è tra i personaggi principali ma si vede più volte, soprattutto durante il processo a Gaius Baltar.

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Michael Hogan nei panni del mitico colonnello Saul Tigh.
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Susan Hogan nei panni del capitano Doyle Franks.

Ma non divaghiamo.

Per interpretare padre e figlio (Bill e Lee Adama), i due attori hanno cercato di assomigliarsi: Edward James Olmos ha i capelli scuri e gli occhi castani, ma ha portato lenti a contatto blu; Jamie Bamber, che ha gli occhi azzurri e i capelli chiari, si è tinto i capelli per scurirli.

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Un Edward James Olmos più giovane e baffuto.

Edward James Olmos nella realtà ha avuto parecchie mogli e parecchi figli, tra cui Bodie James Olmos: che in Battlestar Galactica fa il tenente Brendan Costanza, meglio conosciuto come “Hotdog”.

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Bodie James Olmos (“Hotdog”) in Battlestar Galactica.

Le cose da dire sono ancora molte: proseguono nel prossimo post.

 

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#65 layla

Layla è un nome di origine araba che significa “notte”. Alcune varianti sono Laila, Leila, Leyla, Lejla, Laela, Laelah, anche Lila o Lilah.

La Layla più famosa è quella della canzone scritta da Eric Clapton e Jim Gordon, pubblicata nel 1970 nell’album Layla and Other Assorted Love Songs di Derek and the Dominos.
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Due parole sul povero Jim Gordon (il primo a sinistra nella foto sulla copertina del singolo di Layla): era un bravo musicista che tra gli anni sessanta e settanta ha collaborato con tantissimi gruppi. Poi è diventato schizofrenico e ha ucciso sua madre, ed è tuttora rinchiuso in un ospedale psichiatrico in California.

Di Layla su YouTube si trovano miliardi di cover, ovviamente anche con l’ukulele (tipo questa). Per tutti gli ukulelisti che passano di qua (siete in tanti, sicuramente), questo è il riff (da UkeHunt):
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Il testo della canzone (che non è proprio un capolavoro: “Layla!! You’ve got me on my knees! Layla!! I’m begging, darling please!”) fu ispirato dall’amore non corrisposto di Eric Clapton per Pattie Boyd, modella britannica e moglie di George Harrison (se uno volesse approfondire il concetto, Wikipedia ha addirittura la voce “Unrequited love”…).
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George Harrison e Pattie Boyd erano sposati dal 1966. Clapton la incontrò per la prima volta nel ’68 e gli piacque moltissimo, ma lei niente. Lui scrive Layla per lei, ma lei niente.
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Poi a un certo punto George era ossessionato dall’India, l’induismo, la meditazione, il sitar; abusava di alcol e droghe ed “ebbe relazioni con svariate ragazze”, tra cui la moglie del povero Ringo Starr. Pattie decise di ricambiare, e lo tradì con, tra gli altri, John Lennon e Mick Jagger (erano i tempi in cui il primo era ancora vivo e il secondo era ancora figo). Così George e Pattie divorziarono nel 1977, e due anni dopo lei sposò Eric Clapton. Ma anche Clapton beveva e aveva altre donne, e divorziarono nel 1989.
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Clapton scelse per la canzone il nome Layla perché aveva letto di Layla e Majnun e si era identificato nella loro vicenda. Si tratta di una classica storia araba, basata sulla vita reale di Qays ibn al-Mulawwaḥ, poeta beduino, innamorato perso di una Layla. Ma il padre di lei impedisce il matrimonio. Layla sposa un altro e Qays impazzisce, e viene soprannominato “Majnun-e Layla”, cioè “il pazzo di Layla”.
La storia è molto popolare nella cultura araba, persiana, indiana, ecc. Ne esistono infinite versioni e numerosi adattamenti letterari e cinematografici.
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La storia è narrata (in arabo) anche nella canzone (bella!) Layla e Majnun del gruppo italo-palestinese Radiodervish.

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Ma torniamo a Pattie Boyd. Questa donna ha ispirato una discreta quantità di canzoni d’amore: Something, I Need You e For You Blue di George Harrison, mentre Eric Clapton, oltre a Layla, ha scritto per lei Bell Bottom Blues e Wonderful Tonight (sì, Wonderful Tonight. Che invidia).

Wonderful Tonight. Anche stavolta, il testo non raggiunge grandi profondità (ma il nostro Eric, quello che ha da dire, lo dice con la chitarra): la storia è che Eric e Pattie devono andare a una festa, ma lei ci sta mettendo una vita a farsi bella; nel frattempo lui non sa cosa fare, strimpella la chitarra e scrive questa canzoncina, così, per ammazzare il tempo. (And then she asks me «Do I look alright?» and I say «Yes, you look wonderful tonight»).

Cercando “Layla” su Google immagini vengono fuori quasi esclusivamente foto di Layla El, una wrestler britannica di origine marocchina.

Ma parliamo di serie tv: Lila Tourney/West è uno dei personaggi principali della seconda stagione di Dexter.
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Lila è quella bella e stronza, seduttrice e piromane (che si merita fino in fondo quel finale di stagione). Dexter la incontra alle riunioni dei tossici anonimi, a cui la sua fidanzata Rita lo ha costretto a partecipare. Ma Rita non è molto felice quando Dexter le indica Lila dicendo “Ecco il mio sponsor” (video).
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Lila provoca qualche problema alla relazione tra Dexter e Rita, che allora vanno in terapia di coppia:

THERAPIST: Who’s Lila?
DEXTER: My sponsor.
RITA: The homicidal bitch he slept with.

Penso che il nome Lila potrebbe essere stato scelto proprio per il suo significato originario di “notte”: infatti è un personaggio cupo, misterioso e pericoloso, l’opposto di Rita, e tira fuori tutto il lato oscuro di Dexter (per chi non lo sapesse, Dexter aveva in effetti una dipendenza: Rita credeva fosse l’eroina, invece era uccidere la gente).

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Poi c’è una Lilah meno nota, quella di The Night dei Morphine, una canzone e un gruppo che consiglio caldamente a chi non li conoscesse. Il testo dice così:

You’re the night, Lilah.
You’re everything that we can’t see.
Lilah, you’re the possibility.
… You’re the sounds I’ve never heard before,
Off the map where the wild things grow, another world outside my door.
Here I stand I’m all alone. Drive me down the pitch-black road.
Lilah, you’re my only home, and I can’t make it on my own.

The Night è la title track del quinto e ultimo album dei Morphine, completato appena prima dell’improvvisa morte di Mark Sandman, a 46 anni, collassato per un infarto il 3 luglio 1999 durante un concerto a Palestrina, in provincia di Roma.
Mark Sandman era il cantante e bassista del gruppo, autore di quasi tutte le canzoni, definito da Wikipedia anche “musical instrument inventor and multi-instrumentalist”.
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La formazione dei Morphine era atipica: batteria, sassofono baritono e basso a due corde, a cui si aggiunge la voce baritonale di Mark Sandman. Pare che in un’intervista abbia detto: “We’re just baritone people”. I loro suoni sono tipicamente cupi e notturni (nonostante questo, qualcuno è riuscito a farne una cover con l’ukulele, ma un ukulele baritono, giustamente). Sul nome del gruppo, Sandman una volta ha spiegato: “The word ‘Morphine’ comes from the word ‘Morpheus’, who is the god of dreams, and that kind appealed to us as a concept… I’ve heard there’s a drug called ‘morphine’ but that’s not where we’re coming from…”.
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Vabbè, se qualcuno avesse voglia di sentire altre canzoni dei Morphine, queste sono alcune delle mie preferite:
The Saddest Song
Have a Lucky Day
Do Not Go Quietly unto Your Grave
Whisper
Swing It Low

citazioni accidentali #3 dexter

Quella di oggi è una citazione (spoiler-free!) dal penultimo episodio di Dexter (s08e11, Monkey in a Box). È una battuta dell’antagonista di Dexter, di cui non dico neanche il nome perché la sua stessa identità costituisce un paio di colpi di scena che non vorrei rovinare. La qualità dell’intera stagione è discutibile (vorrei solo dire: ma perché tante serie verso la fine si sentono in dovere di sprofondare nel sentimentale? Non potremmo ammazzare e fare a pezzi comitive di gente come al solito?) in ogni caso, penso che questa battuta contribuisca in modo decisivo ad alzare la media:

Non sono mai stato bravo nei legami. Il più lungo mi è durato due settimane, ma lei era incatenata al termosifone, quindi non credo che conti…

(I’ve never been good at relationships. Longest was a couple of weeks, and she was chained to my radiator, so i guess that doesn’t much count…)

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