citazioni accidentali: La vera vita di Sebastian Knight

Oggi, come un anno fa (qui e qui), vi propongo una citazione e un post più dettagliato (prossimamente!) su Vladimir Nabokov (che, se non l’aveste capito, è uno dei miei scrittori preferiti) e su questo suo meraviglioso romanzo.

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La vera vita di Sebastian Knight (The Real Life of Sebastian Knight) è il primo romanzo che Vladimir Nabokov, russo, scrisse in inglese. Pubblicato nel 1941, fu scritto tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939, quando l’autore abitava a Parigi, pare, in un appartamento così piccolo da costringerlo a usare il bagno come studio (scriveva usando come scrivania una valigia appoggiata sul bidet (fonte) e la cosa che mi stupisce di più è la presenza di un bidet a Parigi).

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Nabokov. La simpatia di quest’uomo è praticamente palpabile.

Un paio di curiosità sul bidet: anche se Wikipedia sembra insinuare un’origine italiana, altre fonti lo dichiarano un’invenzione francese del primo Settecento. Tuttavia, il bidet si trova attualmente nel 40% circa delle abitazioni francesi. La percentuale è crollata negli ultimi decenni per questioni economiche e di spazio. In Italia, invece, l’installazione del bidet è stata addirittura resa obbligatoria dal Decreto ministeriale del 5 luglio 1975, articolo 7, comma 3: «Per ciascun alloggio, almeno una stanza da bagno deve essere dotata dei seguenti impianti igienici: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo.» Sarebbe carino se anche l’utilizzo quotidiano del bidet fosse reso obbligatorio per legge, ma non si può avere tutto dalla vita.
I tedeschi e gli inglesi sono, dice Wikipedia, tra gli europei che lo usano meno: rispettivamente il 6% e il 3%. A questo punto vi chiederei, cari lettori, se per caso avete esperienze di sesso orale con esemplari di questi popoli che volete raccontarci. Ci piacciono le storie horror.

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Volevo mettere la foto di un bidet ma alla fine ho optato per il nostro Nabokov.

Ma basta con le digressioni e passiamo senza ulteriori indugi alla citazione!

Clare aveva imparato a scrivere a macchina, e le sere estive del 1924 erano state per lei altrettante pagine infilate nel rullo e poi estratte vibranti di parole nere e viola. Mi piacerebbe immaginarla china sui tasti lucenti con l’accompagnamento di una pioggia tiepida che fruscia tra gli olmi scuri di là dalla finestra aperta, mentre la voce lenta e seria di Sebastian (lui non si limitava a dettare, diceva Miss Pratt, – officiava) va e viene attraverso la stanza. Sebastian passava la maggior parte della giornata a scrivere, ma la sua gestazione era così laboriosa che raramente la sera c’erano da battere più di due paginette nuove e anche queste dovevano essere rifatte più volte, perché l’autore si abbandonava a un’orgia di correzioni; e ogni tanto faceva quello che io penso nessun altro scrittore abbia mai fatto – ricopiava con la sua calligrafia obliqua, così poco inglese, il foglio già battuto, e poi lo dettava da capo.
La sua lotta con le parole era quanto mai tormentosa, e per due motivi. Uno l’aveva in comune con scrittori del suo genere: il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero; la sensazione esasperante che le parole giuste, le parole uniche, aspettano sulla riva opposta, nella lontananza caliginosa, mentre i brividi del pensiero ancora ignudo le invocano da questa parte dell’abisso. Non gli servivano le frasi già confezionate perché le cose che lui voleva dire avevano una taglia eccezionale, e inoltre sapeva che nessuna vera idea può esistere veramente senza le parole tagliate su misura. Cosicché (per usare una similitudine più calzante) il pensiero, solo in apparenza nudo, implorava in realtà che gli abiti di cui era già rivestito divenissero visibili, mentre le parole appostate lontano non erano gusci vuoti, come sembravano, ma aspettavano soltanto che il pensiero in esse già celato le accendesse e le mettesse in moto. A volte lui si sentiva come un bambino cui avessero dato una farragine di fili ordinandogli di compiere il miracolo della luce. E lui infatti lo compiva; e talvolta non si rendeva neanche conto del modo in cui ci riusciva, talaltra invece tormentava i fili per ore in quella che sembrava la maniera più razionale – senza concludere nulla. E Clare, che in vita sua non aveva composto neanche una riga di prosa immaginativa o di poesia, capiva così bene (e questo era il suo miracolo personale) ogni particolare della lotta di Sebastian che per lei le parole battute a macchina non erano tanto i veicoli del loro senso naturale quanto le curve e i vuoti e gli zigzag che mostravano l’arrancare di Sebastian lungo una certa linea ideale di espressione.

Tra l’altro, «il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero» ricorda da vicino un argomento affrontato di recente qui su Wellentherie: l’ipotesi Sapir-Whorf.

Stay tuned per il prossimo entusiasmante post.

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citazioni accidentali #16: sentinella

Quella di oggi è una citazione lunga, ovvero un intero (ma brevissimo!) racconto: Sentinella (Sentry) di Fredric Brown, del 1954.
La foto qui sopra, che in realtà non c’entra per niente, ritrae dei Marines americani durante la guerra di Corea (1950-1953).
Si discuterà di racconto e autore nel prossimo post. Stay tuned!

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia d’anni quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito. Quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano d’infiltrarsi e ogni avamposto era vitale.
Stava all’erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco.
Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, la pelle d’un bianco nauseante, e senza squame.

citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione

Il mio sempre amatissimo Vladimir Nabokov, noto pressoché esclusivamente per Lolita, ha prodotto in realtà una discreta valanga di romanzi misconosciuti e bellissimi, che sto scoprendo piano piano. Questo Invito a una decapitazione (Invitation to a Beheading), letto nelle vacanze d’agosto, mi ha ricordato da vicino Un mondo sinistro (Bend Sinister): entrambi mirabolanti, surreali, con una vena di tormentata malinconia; entrambi, a modo loro, libri di denuncia contro tutti i totalitarismi; entrambi (come del resto qualsiasi cosa di Nabokov) scritti divinamente.

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Ambientato in una città il cui nome, mi pare, non viene mai detto, il romanzo narra di Cincinnatus C., condannato a morte perché “opaco” da quello che appare come un assurdo regime dittatoriale. Il protagonista sarà giustiziato in un momento indeterminato, tenutogli nascosto fino all’ultimo. La narrazione segue il punto di vista di Cincinnatus, ne registra le angosce, i sogni di evasione e le tormentate visioni, le spassosissime interazioni con i bizzarri personaggi che lo attorniano e lo disorientano senza sosta. Cincinnatus, in cella, scrive i propri pensieri, ed è uno di questi brani che mi è particolarmente piaciuto e che vi riporto qua sotto:

«Ma allora, forse,» (Cincinnatus prese a scrivere rapidamente su un foglio a righe) «la mia interpretazione è sbagliata […] D’altra parte, se io sapessi quanto tempo è rimasto, potrei fare… un breve lavoro… annotare pensieri suffragati da prove… Un giorno qualcuno potrebbe leggerli e all’improvviso proverebbe la sensazione di essersi svegliato per la prima volta in un paese sconosciuto. Voglio dire che all’improvviso lo farei scoppiare in lacrime di gioia, da fargli struggere gli occhi, e, dopo questa esperienza, il mondo gli sembrerebbe più pulito, più fresco. Ma come posso cominciare a scrivere quando non so se mi basterà il tempo, e la tortura inizia quando dici a te stesso: “Ieri ci sarebbe stato tempo sufficiente” e di nuovo pensi: “Se solo avessi cominciato ieri…”. […] Una volta, quando ero bambino, durante una gita scolastica in una località lontana, allorché rimasi separato dagli altri – e tuttavia potrei averlo sognato –, mi ritrovai, sotto il sole opprimente di mezzogiorno, in una sonnacchiosa cittadina, così sonnacchiosa che quando un uomo, che si era appisolato su una panchina a ridosso di un lucente muro imbiancato a calce, finalmente si alzò per aiutarmi a trovare la strada, la sua ombra azzurrina proiettata sul muro non lo seguì subito… Oh lo so, lo so, deve essere stato uno sbaglio da parte mia, e l’ombra non aveva affatto indugiato, ma semplicemente, diciamo così, era stata catturata dalla scabrosità del muro… ma ecco quello che voglio spiegare: tra il suo movimento e il movimento dell’ombra indolente – un secondo, una sincope – si trova quel singolare tipo di tempo in cui io vivo, la pausa, lo iato, quando il cuore è come una piuma… E vorrei anche scrivere del tremito incessante, e di come parte dei miei pensieri si affolli sempre intorno all’invisibile cordone ombelicale che unisce questo mondo a qualcosa – di che si tratta, ancora non lo dirò… Ma come posso scrivere di tali cose quando temo di non avere il tempo di finire, quando temo di risvegliare inutilmente questi pensieri… […]»

Ma approfondiamo un paio di scelte lessicali dell’autore:

Una sìncope (syncope nell’originale inglese) è, in medicina, una “sospensione, per lo più transitoria, della coscienza, provocata da improvvisa carenza a livello cerebrale di ossigeno e di glicosio”. La stessa parola, in linguistica, si riferisce alla “caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola” (dal vocabolario Treccani. C’è un terzo significato in musica, ma lo ometto perché a) non l’ho capito, e b) perché Nabokov si interessava di mille cose ma non di musica).

Uno iato (hiatus), invece, è in fonetica l’accostamento di due vocali che si dividono su due sillabe e vengono pronunciate in modo separato. La pronuncia tradizionale di iato (i-à-to, tre sillabe) contiene, appunto, uno iato. Tuttavia, la pronuncia attualmente più diffusa è jà-to (due sillabe), dove la j rappresenta la semivocale di, ad esempio, ieri o fiore, e forma un dittongo, cioè una combinazione di vocali pronunciate come un singolo suono – insomma, il contrario di uno iato.
In senso figurato, uno iato è un’interruzione, un’apertura, una frattura.

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Vladimir Nabokov con la moglie Vera.

 

Da dove viene il nome Cincinnatus? Non lo so, ma forse da Lucio Quinzio Cincinnato (Lucius Quinctius Cincinnatus in latino, 520 a.C. circa – 430 a.C.).
Descritto come infaticabile agricoltore e arguto politico, è soprattutto ricordato per essere stato eletto dittatore nel 458 a.C. (la Repubblica romana eleggeva un dittatore con pieni poteri nei momenti di grave crisi; in questo caso, per affrontare la minaccia dell’invasione degli Equi, o Aequi in latino). Cincinnato sconfigge i nemici a mani basse e dopo soli quindici giorni si dimette da dittatore e torna a coltivare la terra. «La “rapida” restituzione della sua autorità assoluta con la conclusione della crisi viene citata spesso come esempio di buona direzione, di servizio al buon pubblico e di virtù e di modestia.» (Wikipedia).
Nabokov ha scritto la prima versione di questo romanzo «a Berlino, all’incirca quindici anni dopo essere fuggito dal regime bolscevico e appena prima che il regime nazista toccasse il suo massimo indice di gradimento» (dalla prefazione dell’autore). Il suo disprezzo per entrambi i regimi ha ispirato, probabilmente, il ridicolo governo che condanna a morte il protagonista Cincinnatus, il cui nome richiama, all’opposto, un esempio di dittatura “giusta” (questa è una mia ipotesi – non ho trovato conferme).

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Alcuni senatori vanno a casa di Cincinnatus, in campagna, dove lui sta arando i campi, per offrirgli la dittatura. L’episodio è narrato da vari storici romani e ha ispirato parecchi quadri, come questo di Alexandre Cabanel (1844).

Ancora due curiosità su Invito a una decapitazione:
• Ovviamente, come in tutti i romanzi russi che si rispettino, c’è un samovar (ne avevo parlato qui).
• La storia della stesura del romanzo è quantomeno tortuosa: non sto a ripeterla, ma potete trovarla, oltre che nella prefazione del libro, qui sul blog NonSoloProust, in un’interessante recensione (che tra l’altro descrive bene e con onestà la bellezza e la difficoltà di questo libro “faticoso”, che “richiede a mio avviso una grande disponibilità e cooperazione da parte di chi legge” – e mi trovo molto d’accordo).

In arrivo un post su Nabokov, un uomo dalle infinite sorprese.

citazioni accidentali #14: un giorno questo dolore ti sarà utile

Peter Cameron, nato nel 1959, scrittore statunitense, ha questa faccia qua:

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Uno dei suoi libri più famosi è Un giorno questo dolore ti sarà utile (Someday This Pain Will Be Useful to You) del 2007.

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Il protagonista del romanzo, James Sveck, racconta in prima persona le vicende di un’estate. Vive a New York, ha 18 anni, ama la solitudine e i libri, pensa tanto e parla poco.
È un gran bel libro, scritto bene, triste al punto giusto. Ecco alcuni passaggi che rappresentano particolarmente bene la sua attitudine “I hate everyone”: sono sicura che almeno qualcuno di voi si identificherà da morire con questo personaggio…

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«È che non voglio andare all’università».
«Ma perché?».
«Perché penso che sia una perdita di tempo».
«Una perdita di tempo! L’università?».
«Sì» ho detto. «Almeno per me. Sono sicuro di poter imparare tutto quello che voglio leggendo i libri che mi interessano. Non vedo perché devo passare quattro anni – quattro anni molto costosi – a imparare un mucchio di cose di cui non mi importa niente e che quindi dimenticherò presto, solo per conformarmi a una norma sociale. E poi non sopporto l’idea di passare quattro anni a stretto contatto con gli studenti universitari. Tremo solo all’idea».

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L’esperienza di condividere la camera con altri due ragazzi è stata talmente traumatica che non ricordo quasi nulla. […] volevo solo un posto dove stare da solo. Per me è un bisogno primario come l’acqua e il cibo, ma ho capito che non lo è per tutti. In camera, gli altri sembravano contenti di scoreggiare e farsi canne tutti insieme, per nulla infastiditi dal fatto di non aver mai un momento per sé. Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale: mi richiede uno sforzo.

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«Che cosa ti entusiasma della tua vita? Che cosa adori?».
«Trollope,» ho detto «e Denton Welch e Eric Rohmer».
«Chi è Denton Welch?».
«Era un grande scrittore». […]
«James, tu parli di cultura, di libri, di film: quelli è facile farseli piacere. Ma l’importante è che ci piaccia la vita, non l’arte. Sono capaci tutti di ammirare la Cappella Sistina».
«Io odio la Cappella Sistina.»

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«Cos’è che vorresti fare?» mi ha chiesto.
«Vorrei comprarmi una casa» ho detto. «Una casetta nel Midwest, vecchia come questa […]»
«E in quella casa, cosa faresti?».
«Leggerei. Leggerei tanto, tutti i libri che ho sempre voluto leggere ma non ho potuto perché dovevo andare a scuola, e poi mi troverei un lavoro, ad esempio in una biblioteca o come portiere di notte o roba del genere, e imparerei un mestiere — come il rilegatore, il falegname, il tessitore —, e creerei degli oggetti, degli oggetti belli, e mi occuperei della casa e del giardino». Mi attirava molto l’idea di lavorare in una biblioteca, un luogo dove la gente è costretta a parlare sottovoce e solo quando è necessario. Magari il mondo fosse così!
«Ma non ti sentiresti solo? Così lontano? Fra persone che non conosci?».
«Non mi importa se mi sento solo» ho detto.

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Avrei tanto voluto che la giornata fosse tutta come la colazione, quando le persone sono ancora sintonizzate sui loro sogni e non è previsto che debbano affrontare il mondo esterno. Mi sono reso conto che io sono sempre così; per me non arriva mai il momento in cui, dopo una tazza di caffè o una doccia, mi sento improvvisamente pieno di vita, sveglio e in sintonia col mondo. Se si fosse sempre a colazione, io sarei a posto.

Lisbeth Salander (interpretata da Rooney Mara in Uomini che odiano le donne / The Girl with the Dragon Tattoo) vi augura con affetto una buona domenica!
Lisbeth Salander (interpretata da Rooney Mara in Uomini che odiano le donne / The Girl with the Dragon Tattoo) vi augura con affetto una buona domenica! (Nel caso non riusciate a leggere, la maglietta dice: Fuck you, you fucking fuck)

citazioni accidentali: #13 siamo buoni se siamo buoni

Un sottotitolo appropriato per questo blog, ma anche per la mia vita, potrebbe essere “Non è mai troppo tardi”. Infatti, la vostra Wellenina, procrastinatrice professionista, pubblica il seguente post dopo che: 1. lo scorso Natale (cinque mesi fa) ha chiesto e ottenuto di farsi regalare il libro, all’epoca di recente pubblicazione, Siamo buoni se siamo buoni di Paolo Nori; 2. ha divorato il libro in questione nel giro di un paio di giorni, entusiasta sia della scrittura sia della carta scelta da Marcos y Marcos (color del burro artigianale, liscia al tatto, ma opaca e senza pretese); 3. si è diligentemente annotata i passaggi salienti allo scopo di condividerli sul blog; 4. si è dimenticata tutto quanto. IMG_3810 Siamo buoni se siamo buoni, che io vi consiglio più che caldamente, ha almeno un paio di temi ricorrenti che mi hanno colpita: 1. la questione delle frasi fatte o espressioni standard, quelle che abbiano letto e sentito ripetere fino alla nausea, e che sono senza dubbio nella mia personale top five “Sogno un mondo privo di” insieme a guerre, maleducazione, sporcizia e errori di ortografia (qual è la vostra personale top five? Scrivete numerosi!); 2. la questione che io soprannominerei, per quanto riduttivamente, “orgoglio loser”, intendendo l’affermazione della propria identità di persone normali/sfigate, soddisfatte della propria imperfezione, dei propri fallimenti, delle proprie malinconie, e di non aver mai inseguito grandi obiettivi, successi, vittorie, felicità. Nel libro c’è tanto tanto altro, ma non potendo copincollarlo per intero, vi propongo solo qualche citazione sui due argomenti descritti. Buona lettura!

Paolo Nori, per chi non lo sapesse, ha questa faccia qui.
Paolo Nori, per chi non lo sapesse, ha questa faccia qui.

Che negli articoli dei giornali, avevo pensato, se uno era ricco, era sempre sfondato, se aveva la barba, era sempre folta, se c’era un fuggi fuggi, era generale, se si parlava di acne, era giovanile, se si parlava di tecnologie, erano nuove, se c’era un nucleo, era familiare, se c’era un’attesa, era dolce, se c’era una marcia, era funebre, oppure nuziale, se c’era un andirivieni, era continuo, se c’eran delle chiacchiere, erano oziose, se c’era un errore, era fatale, se c’era un delitto era efferato, se c’era un’impronta era indelebile, se c’era una fotografia era in bianco e nero, oppure a colori […]

[…] io e Paride segnavamo i nessi aggettivo sostantivo che venivano automatici, […] quegli esempi di lingua automatica che non diceva niente, non so, per esempio, i tappeti persiani, che quando c’è un tappeto è sempre persiano, o i fan sfegatati, che quando c’è un fan è sempre sfegatato, o le attese trepidanti, che quando c’è un’attesa è trepidante, o i vuoti pneumatici, che quando c’è un vuoto, è pneumatico, o gli sfondi sessuali, che quando c’è uno sfondo, è sessuale, o l’argento vivo, o l’asilo politico, che quando c’è un asilo è sempre politico, o l’attimo fuggente, o la bacchetta magica, o il degrado urbano, o il bagliore accecante, o il silenzio irreale, o il fiato sospeso, o il cuore pulsante, o la scena madre, o i timori infondati, o il fanalino di coda, o il brodo di giuggiole, o le umili origini, o il ritratto a tutto tondo

Dopo aver letto i brani di cui sopra, non potrete più evitare di esprimervi secondo questo pattern, e direte frasi simili a questo mio tweet dello scorso gennaio: “Se c’è un ospite, è d’eccezione, se c’è un curriculum, è di tutto rispetto, e se c’è un indugio, è senza ulteriore.”

In Olanda da austriaco.
In Olanda da austriaco.

La maggior parte dei libri che leggevo, per esempio, c’eran dei protagonisti così bravi, ma così bravi, che sembravano un incrocio tra Superman e san Francesco che a me mi veniva da chiedermi «Ma come si fa a non vergognarsi, di essere bravi così?»

Che poi uno dice «Ma non è vincere?», che va be’, ho capito, vincere, ma vincere, non so, io mi ricordo l’Italia, i mondiali, le due volte che ha vinto che io mi ricordo, la gente sopra le macchine, con le bandiere, con le facce pitturate di blu, a gridare, a suonare il clacson, a bere, non so, io non l’ho mica mai tanto capito, che gusto c’è a vincere, e secondo me, oh, mi sbaglierò, ma quando perdi, che poi non perdi te, perdono loro, ma a te ti dispiace, che magari perdi quattro a zero, o cinque a uno, che nell’andare a casa guardi per terra e vedi tutte le foglie, tutte le crepe che ci son sull’asfalto e ti vien da pensare a tutto quello che non va mica bene nella tua vita, a tutte le cose che ti eri ripromesso che le facevi e poi non le hai fatte, tutto il freddo che hai preso, ecco secondo me, quei momenti lì, che te ti chiedi Ma che vita sto facendo, ecco secondo me son momenti che a me mi piaccion di più, di quando sei in centro, imbottigliato sopra una macchina che canti l’inno nazionale con una bandiera in mano e la faccia dipinta di blu, o di biancocrociato, o di rossonero, o di nerazzurro, o di bianconero, o di blucerchiato, o di rossoblu o di qualsiasi altro colore.

[…] no, per me i momenti memorabili, nella mia vita, avevano a che fare con la povertà, o con l’afasia, o con l’astinenza. Erano, quasi sempre, quei momenti quando non c’era niente da dire, o quando non si sapeva cosa dire, o quando non si sapeva cosa fare, o quando non si riusciva a dormire, o quando non si voleva mangiare: le astensioni di tutti i tipi, le scene mute, le fotografie sbagliate, le macchine che restavano senza benzina, i sans-papiers, i sanculotti, i frigo vuoti, i film muti, i buchi neri, la menopausa, le notti in bianco; quando si cercava in tutte le tasche e non c’era neanche una sigaretta; i digiuni, gli anestetici, gli astemi, gli anoressici, gli scioperi; le pianure, le steppe, i deserti, la siccità, la crisi energetica, i black-out, gli annulli filatelici, le amnesie, la crescita zero, le tinte unite. La calvizie. La sterilità. Il celibato e il nubilato. L’inappetenza e l’incontinenza. Il buio. Il silenzio. Il niente. Il nulla.

Kiss spotting
Kiss spotting.

citazioni accidentali: #12 guido gozzano

A me Guido Gozzano mi è sempre stato simpatico, perché in una metrica meticolosa e (quasi sempre) tradizionale scrive però di temi e usa parole che nelle poesie classiche è difficile incontrare.

Questa poesia qua, pubblicata per la prima volta nel 1907, l’ho scoperta per caso: parla di “dita confetturate”, “cioccolatte”, “superliquefatte / parole del D’Annunzio”. Parla di donne (e di paste), ne osserva le piccole differenze, le contempla, ne descrive movimenti potenzialmente allusivi, parla di bellezza, di piacere e di desiderio in un modo tutto suo.

 

GUIDO GOZZANO a tavola716463-2©Archivio Publifoto/Olycom

Le golose

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine –
le dita senza guanto –
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta o forma.

L’una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un’altra, con bell’arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

L’una, senz’abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m’è concesso –
o legge inopportuna! –
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

 

Note
Verso 13, quella che toglie svelta: toglie cioè prende, afferra.
19, il dolce crebbe: traboccò
21: il “giulebbe” (di cui tra l’altro avevo scritto qui) è propriamente uno sciroppo di frutta con molto zucchero, ma secondo il libro da cui ho copiato questa poesia e queste note, qui indica la crema contenuta nelle paste.
27, senz’abbadare: senza badare

citazioni accidentali: #11 memoria delle mie puttane tristi

Di piogge, libri, amore e immaginazione: la voce narrante è quella del protagonista, novantenne, di Memoria delle mie puttane tristi (Memoria de mis putas tristes), romanzo di Gabriel García Márquez del 2004.

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Quando l’acquazzone fu passato avevo sempre l’impressione di non essere solo in casa. La mia unica spiegazione è che così come i fatti reali si dimenticano, alcuni che non si sono mai prodotti possono anche inserirsi tra i ricordi come se fossero stati. Perché se evocavo l’emergenza dell’acquazzone non vedevo me stesso da solo in casa ma sempre in compagnia di Delgadina. […] Mi ricordavo salito sullo sgabello della biblioteca e ricordavo lei sveglia col suo vestitino a fiori che prendeva libri per metterli in salvo. La vedevo correre da una parte all’altra della casa battagliando con la burrasca, fradicia di pioggia con l’acqua alle caviglie. Ricordavo come aveva preparato il giorno dopo una colazione che non c’era mai stata, e aveva apparecchiato mentre io asciugavo i pavimenti e mettevo ordine nel naufragio della casa. Non dimenticai mai il suo sguardo cupo mentre facevamo colazione: Perché mi hai conosciuta così vecchio? Le risposi la verità: L’età non è quella che si ha ma quella che si sente.
A partire da allora la ebbi nella memoria con una tale nitidezza che facevo di lei quello che volevo. Le cambiavo il colore degli occhi secondo il mio stato d’animo: colore d’acqua al risveglio, colore di giulebbe quando rideva, colore di fiamma quando la contrariavo. La vestivo secondo l’età e la circostanza che si addicevano ai miei cambiamenti d’umore: novizia innamorata a vent’anni, puttana da salotto a quaranta, regina di Babilonia a settanta, santa a cento. Cantavamo duetti d’amore di Puccini, boleri di Agustín Lara, tanghi di Carlos Gardel, e constatavamo per l’ennesima volta che chi non canta non può neppure immaginare cosa sia la felicità di cantare. Oggi so che non fu un’allucinazione, ma un ulteriore miracolo del primo amore della mia vita a novant’anni.

E per tutti gli ispanofoni che passano di qui, il testo in lingua originale:

Cuando pasó el aguacero seguía con la sensación de que no estaba solo en la casa. Mi única explicación es que así como los hechos reales se olvidan, también algunos que nunca fueron pueden estar en los recuerdos como si hubieran sido. Pues si evocaba la emergencia del aguacero no me veía a mí mismo solo en la casa sino siempre acompañado por Delgadina. […] Me recordaba subido en el escabel de la biblioteca y la recordaba a ella despierta con su trajecito de flores recibiendo los libros para ponerlos a salvo. La veía correr de un lado al otro de la casa batallando con la tormenta, empapada de lluvia con el agua a los tobillos. Recordaba cómo preparó al día siguiente un desayuno que nunca fue, y puso la mesa mientras yo secaba los pisos y ponía orden en el naufragio de la casa. Nunca olvidé su mirada sombría mientras desayunábamos: ¿Por qué me conociste tan viejo? Le contesté la verdad: La edad no es la que uno tiene sino la que uno siente.
Desde entonces la tuve en la memoria con tal nitidez que hacía de ella lo que quería. Le cambiaba el color de los ojos según mi estado de ánimo: color de agua al despertar, color de almíbar cuando reía, color de lumbre cuando la contrariaba. La vestía para la edad y la condición que convenían a mis cambios de humor: novicia enamorada a los veinte años, puta de salón a los cuarenta, reina de Babilonia a los setenta, santa a los cien. Cantábamos duetos de amor de Puccini, boleros de Agustín Lara, tangos de Carlos Gardel, y comprobábamos una vez más que quienes no cantan no pueden imaginar siquiera lo que es la felicidad de cantar. Hoy sé que no fue una alucinación, sino un milagro más del primer amor de mi vida a los noventa años.

Ora, il giulebbe (“…gli occhi […] colore di giulebbe quando rideva”): voi l’avevate mai sentito, il giulebbe? Io no. Dal persiano gulab «acqua rosa», composto da gul «rosa» e āb «acqua», attraverso l’arabo giulāb. Usato come sinonimo di acqua di rose (bevanda fatta con acqua, estratto di rosa, zucchero o miele) o più genericamente con il significato di sciroppo dolcissimo a base di frutta, fiori e zucchero. Per estensione, di cosa o persona buona e molto dolce, anche sdolcinata, stucchevole.
E però il traduttore qui è stato leggermente fantasioso, perché il testo originale parlava di almíbar (dell’arabo al-maiba, sciroppo a base di “membrillo”, cioè cotogno, “quince” in inglese), che significa “sciroppo”, nel senso di soluzione concentrata di acqua e zucchero, fatta addensare sul fuoco.
Il giulebbe dovrebbe avere un colore rosato, mentre l’almíbar è ambrato. Non che sia fondamentale, ma volevo dirlo.
Ora scusate, vado ad ascoltarmi dei boleri di Agustín Lara.

citazioni accidentali #10 il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è il primo romanzo dello svedese Jonas Jonasson. L’ho letto perché mi piace tantissimo la copertina e perché nutro un’irrazionale simpatia per gli svedesi.
centenario 1
Racconta la fuga del centenario Allan Karlsson dalla casa di riposo. Le successive avventure strampalate, che coinvolgono lui e suoi bizzarri incontri, si alternano ai flashback che ripercorrono l’intera vita di Allan, il quale si trova più volte al centro di importanti vicende storiche. Non si fa mancare niente: in Spagna con Franco, negli Stati Uniti con Oppenheimer che perfeziona la bomba atomica, in Unione Sovietica con Stalin (dove ha modo di dire quello che tutti abbiamo sempre pensato: “San Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado… Quando vi deciderete?”), in Cina con Mao, eccetera. Queste parti, secondo me, alla lunga diventano noiose, e sfortunatamente sono i capitoli più lunghi e numerosi del libro. Penso che si sia divertito di più Jonas Jonasson a scriverli di quanto mi sono divertita io a leggerli. Comunque è un romanzo molto simpatico, e il risvolto di copertina cita addirittura una certa Christina Flodman: “Era da tanto tempo che non ridevo così tanto.” (Christina, ma che gente frequenti? Dammi un colpo di telefono, ogni tanto, che ci facciamo due risate insieme).
centenario 2
Il personaggio che mi è piaciuto di più è Herbert Einstein, il fratellastro poco sveglio e molto codardo di Albert Einstein. Fratellastro immaginario (il cui nome è un riferimento a una serie televisiva svedese degli anni settanta chiamata Albert & Herbert). La sua scarsa intelligenza è spesso evidente, ad esempio dopo il suo matrimonio con Ni Wayan Laksmi:

Per un paio di settimane Herbert si sforzò di imparare il nome della moglie, ma alla fine gettò la spugna. “Amore, non mi ricordo mai come ti chiami. Ti spiace se ti chiamo Amanda?” “Niente affatto, amore mio.”

Sonya Hedenbratt
Nel romanzo ci sono numerose cose strane, tra cui un elefante di nome Sonya: così chiamata in onore di Sonya Hedenbratt. Sonya Hedenbratt è presente soltanto nella Wikipedia svedese, dalla quale ho estratto qualche informazione grazie al traduttore di Google: “Sonya Hedenbratt (1931-2001) era una svedese jazz cantante, attrice e artista rivista. […] Il Jazz ha ottenuto il suo precoce nel sangue, soprattutto da suo fratello maggiore. […] Sonya Hedenbratt era anche un’attrice. Ha giocato zia Emma in Fanny e Alexander di Ingmar Bergman del 1982.”

Forrest Gump elvis
Googlando questo libro mi sono imbattuta in TV Tropes, una wiki di tropi narrativi (“tropo” si riferisce di solito a una figura retorica di significato – come metafora, metonimia, sineddoche – che consista nell’usare una parola o espressione in un significato diverso da quello letterale; ma qui è inteso nel senso di convenzione narrativa, tòpos, tema ricorrente). Nata per trattare di contenuti televisivi, TV Tropes ha finito per coinvolgere qualsiasi tipo di narrativa (film, romanzi, fumetti, videogiochi,…). Più informale di Wikipedia, non richiede di citare fonti e cose simili. Il tema ricorrente in questo romanzo è quello che TV Tropes ha denominato “Been There, Shaped History” (caratteristico anche di Forrest Gump, che tra le altre cose ha insegnato a Elvis a ballare). Infatti Allan è involontariamente partecipe, anzi spesso protagonista, dei principali eventi storici del Novecento. Nonostante questo, non ama la politica e non se ne interessa. Dal suo punto di vista, anche le peggiori guerre assomigliano a ridicole scaramucce tra ragazzini:

Ad Allan sembrava assurdo che fin dal 1600 gli uomini si odiassero al punto di ammazzarsi. Se soltanto si fossero calmati un po’ sarebbero morti lo stesso ma senza scannarsi a vicenda.

i conflitti più grandi e apparentemente irrisolvibili si basavano sempre sullo stesso presupposto: “Tu sei stupido, no sei tu lo stupido, no sei tu lo stupido.” La soluzione, proseguì Allan, il più delle volte consisteva nello scolarsi insieme una bella bottiglia di acquavite intorno ai settantacinque gradi e guardare al futuro.

Nella maggior parte delle occasioni non solo la politica si rivelava inutile, ma inutilmente contorta.

Inoltre, da questo libro ho imparato che: Tra l’acquavite svedese, la vodka russa e il sake giapponese non ci sono grandi differenze. Bere abbondanti e frequenti dosi di acquavite o suoi equivalenti, evidentemente, rende longevi. Il secondo nome di Richard Nixon è Milhous: da qui viene il nome di Milhouse Van Houten dei Simpson. milhouse e nixon

Allan trovò sui gradini d’ingresso della fattoria un micetto che evidentemente aveva parecchia fame. Dopo averlo fatto entrare, gli offrì subito latte e salsiccia. Per il gatto fu un gesto tanto nobile che decise di trasferirsi definitivamente da lui. Si trattava di un maschio tigrato che fu battezzato Molotov, non in onore del ministro degli Esteri ma della bomba. Molotov non parlava molto, ma era un grandissimo ascoltatore. Se Allan aveva qualcosa da raccontare gli bastava chiamarlo e subito lui arrivava saltellando (a meno che non fosse occupato a cacciare topi: Molotov sapeva dare alle cose la giusta priorità). Gli saltava sulle ginocchia, e dopo essersi sistemato per bene muoveva le orecchie come per dire che adesso il padrone poteva cominciare a parlare. Se poi Allan lo grattava allo stesso tempo dietro la testa e sul collo, non c’erano limiti alla durata della conversazione. Quando in seguito si procurò delle galline, Allan riuscì persino a spiegare a Molotov che non doveva entrare nel pollaio: il gatto annuì comprensivo.

Allan entra in conflitto, suo malgrado, con una banda di delinquenti, soprannominati Gambero, Bullone e Secchio:

Secchio aveva intrapreso la sua carriera criminale a Braås […]. Insieme ad altri benpensanti come lui, aveva fondato il club di motociclisti The Violence. Era lui il capo, era lui che decideva in quale chiosco sarebbero entrati a rubare depredandolo di sigarette. Era lui che aveva scelto il nome The Violence. Ed era sempre lui che, sfortunatamente, aveva affidato alla sua ragazza il compito di cucire il nome della banda su dieci giubbotti di pelle appena rubati. Si chiamava Isabella e non aveva mai imparato a scrivere correttamente, né in svedese né tantomeno in inglese. Fu così che riuscì a ricamare sui giubbotti The Violins. Dal momento che anche i membri della banda avevano maturato gli stessi gloriosi risultati scolastici senza che nessuna autorità competente fosse intervenuta, non ce ne fu uno che notò l’errore. Immaginatevi quindi il loro stupore quando un giorno arrivò una lettera indirizzata a The Violins di Braås da parte dei responsabili di una sala concerti di Växjö. Chiedevano se il gruppo fosse appassionato di musica classica…