Hudson e il passaggio a nord-ovest

Henry Hudson era nato in Inghilterra attorno al 1570, e faceva l’esploratore. Intraprese vari viaggi con lo scopo di trovare un passaggio a nord-ovest che collegasse l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico e che avrebbe permesso di navigare dall’Europa all’Asia attraverso il Mar Glaciale Artico.
Era dalla fine del Quattrocento che questa rotta veniva cercata senza successo, e Henry Hudson non fece eccezione.

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(Mappa da Mapswire, CC BY 4.0, modificata da Wellentheorie)

Nel 1609 Henry Hudson ottenne dei finanziamenti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali e partì a bordo della Halve Maen (“Mezzaluna”) andando a esplorare la costa orientale del Nord America, tra cui le zone che attualmente chiamiamo Cape Cod, il Maine, le città di New York e Albany.

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Sì, esistono dei meme su Henry Hudson. (Da un tweet di Albany Archives).

L’anno successivo, finanziato stavolta dagli inglesi e a bordo della Discovery, raggiunse le coste dell’attuale Canada e navigò per uno stretto e una baia che presero i nomi di Stretto di Hudson e Baia di Hudson (Hudson Strait e Hudson Bay).

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I viaggi di Henry Hudson (il primo in rosso, il secondo in blu).

All’epoca non c’era Google Maps e, quando navigavi in uno stretto e entravi in una baia, non sapevi dove ti avrebbe portato: magari in Asia, magari bloccato tra i ghiacci.

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Su Twitter esistono almeno un paio di simpatici account a nome di Henry Hudson. (Fonte)

«A novembre la nave rimase intrappolata nei ghiacci nella Baia di James [un’insenatura della baia di Hudson], cosicché l’equipaggio sbarcò a terra per passare l’inverno. Quando il ghiaccio si sciolse nella primavera del 1611, Hudson avrebbe voluto continuare l’esplorazione, ma l’equipaggio voleva tornare a casa. Alla fine la crisi sfociò nell’ammutinamento dell’equipaggio nel luglio del 1611, e Hudson, suo figlio e altri uomini vennero abbandonati alla deriva in una piccola barca.» E qui Wikipedia conclude, lapidaria, così: «Non furono più visti».

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L’ironia su Twitter.

Dopo i fallimenti di Henry Hudson, si continuò a cercare il passaggio a nord-ovest.
Tra i primi a trovarlo ci fu il norvegese Roald Amundsen (1872 – 1928), il quale annovera tra i propri meriti anche aver ispirato il nome di battesimo di Roald Dahl (ne avevo parlato qui).
Nel 1903 Roald Amundsen partì per una spedizione: la sua nave, Gjøa, attraversò la Baia di Baffin (a nord della Baia di Hudson), arrivò lungo la costa dell’isola di Re William e rimase bloccata dai ghiacci per due anni, durante i quali Amundsen e il suo equipaggio girarono in slitta nei dintorni determinando la posizione del Polo Nord Magnetico e facendo amicizia con gli Inuit. Nel 1905 la Gjøa ripartì, rimase di nuovo bloccata nel ghiaccio, e alla fine arrivò allo stretto di Bering nel 1906.
Come si può intuire, le acque attorno al Polo Nord sono spesso ghiacciate. Ma negli ultimi anni, in conseguenza del riscaldamento globale, i ghiacci sono sempre meno ghiacciati e il passaggio a nord-ovest è percorribile anche da grandi navi commerciali.

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Le esplorazioni dell’artico. Quella di Amundsen in azzurro.

Northwest Passage (Passaggio a nord-ovest), oltre a essere un romanzo del 1937 dello scrittore statunitense Kenneth Roberts, è il titolo originale della serie Twin Peaks (1990-1991) di David Lynch e Mark Frost (della quale quest’anno è uscita la terza stagione, attesa per 25 anni) ed è il titolo di un episodio della serie Fringe (stagione 2, episodio 21) ricco di atmosfere alla Twin Peaks.

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Joshua Jackson (Peter Bishop) nel suddetto episodio di Fringe: il legno sulle pareti fa subito Twin Peaks.

Ma torniamo al 1609, quando Henry Hudson, inglese temporaneamente al servizio degli olandesi, esplora l’attuale Manhattan e risale, per un tratto, il fiume che in quel punto affluisce al mare: l’attuale fiume Hudson.
Queste esplorazioni pongono le basi per il primo vero e proprio insediamento in quella zona, che è olandese e risale al 1625: si chiama Nuova Amsterdam (Nieuw Amsterdam).
Quarant’anni dopo, in seguito a una guerra tra inglesi e olandesi, Nieuw Amsterdam diventa britannica e diventa New York, in onore del Duca di York e Albany, futuro Re Giacomo II Stuart (1633-1701), ultimo re cattolico d’Inghilterra, Scozia, e Irlanda (il suo successore, o succeditrice, fu la figlia Maria II, protestante).
Nel 1673, durante una nuova guerra anglo-olandese, gli olandesi occupano la città e si affrettano a cambiarne il nome, stavolta in New Orange (in onore di Guglielmo III d’Orange, il quale, peraltro, pochi anni dopo avrebbe sposato Maria II Stuart, la figlia di Giacomo II, che poi era sua cugina di primo grado). Un anno dopo, finita la guerra, New Orange torna britannica e torna a chiamarsi New York.

Vi ho fatto uno schemino perché il discorso è complesso:
Nieuw Amsterdam New York Duca di York e Albany Re Giacomo II Stuart Nieuw Orange Guglielmo III d’Orange Maria II Stuart
(L’albero genealogico degli Stuart, martoriato dalle modifiche di Wellentheorie, è di Wdcf da Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Proseguirei volentieri a disquisire del fiume Hudson e dei suoi ponti ma rischio di superare ogni limite di lunghezza imposto dalla decenza e dunque ci fermiamo.
Qui trovate un video istruttivo su Henry Hudson (da cui peraltro proviene l’immagine in evidenza di questo post).


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citazioni accidentali: La vera vita di Sebastian Knight

Oggi, come un anno fa (qui e qui), vi propongo una citazione e un post più dettagliato (prossimamente!) su Vladimir Nabokov (che, se non l’aveste capito, è uno dei miei scrittori preferiti) e su questo suo meraviglioso romanzo.

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La vera vita di Sebastian Knight (The Real Life of Sebastian Knight) è il primo romanzo che Vladimir Nabokov, russo, scrisse in inglese. Pubblicato nel 1941, fu scritto tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939, quando l’autore abitava a Parigi, pare, in un appartamento così piccolo da costringerlo a usare il bagno come studio (scriveva usando come scrivania una valigia appoggiata sul bidet (fonte) e la cosa che mi stupisce di più è la presenza di un bidet a Parigi).

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Nabokov. La simpatia di quest’uomo è praticamente palpabile.

Un paio di curiosità sul bidet: anche se Wikipedia sembra insinuare un’origine italiana, altre fonti lo dichiarano un’invenzione francese del primo Settecento. Tuttavia, il bidet si trova attualmente nel 40% circa delle abitazioni francesi. La percentuale è crollata negli ultimi decenni per questioni economiche e di spazio. In Italia, invece, l’installazione del bidet è stata addirittura resa obbligatoria dal Decreto ministeriale del 5 luglio 1975, articolo 7, comma 3: «Per ciascun alloggio, almeno una stanza da bagno deve essere dotata dei seguenti impianti igienici: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo.» Sarebbe carino se anche l’utilizzo quotidiano del bidet fosse reso obbligatorio per legge, ma non si può avere tutto dalla vita.
I tedeschi e gli inglesi sono, dice Wikipedia, tra gli europei che lo usano meno: rispettivamente il 6% e il 3%. A questo punto vi chiederei, cari lettori, se per caso avete esperienze di sesso orale con esemplari di questi popoli che volete raccontarci. Ci piacciono le storie horror.

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Volevo mettere la foto di un bidet ma alla fine ho optato per il nostro Nabokov.

Ma basta con le digressioni e passiamo senza ulteriori indugi alla citazione!

Clare aveva imparato a scrivere a macchina, e le sere estive del 1924 erano state per lei altrettante pagine infilate nel rullo e poi estratte vibranti di parole nere e viola. Mi piacerebbe immaginarla china sui tasti lucenti con l’accompagnamento di una pioggia tiepida che fruscia tra gli olmi scuri di là dalla finestra aperta, mentre la voce lenta e seria di Sebastian (lui non si limitava a dettare, diceva Miss Pratt, – officiava) va e viene attraverso la stanza. Sebastian passava la maggior parte della giornata a scrivere, ma la sua gestazione era così laboriosa che raramente la sera c’erano da battere più di due paginette nuove e anche queste dovevano essere rifatte più volte, perché l’autore si abbandonava a un’orgia di correzioni; e ogni tanto faceva quello che io penso nessun altro scrittore abbia mai fatto – ricopiava con la sua calligrafia obliqua, così poco inglese, il foglio già battuto, e poi lo dettava da capo.
La sua lotta con le parole era quanto mai tormentosa, e per due motivi. Uno l’aveva in comune con scrittori del suo genere: il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero; la sensazione esasperante che le parole giuste, le parole uniche, aspettano sulla riva opposta, nella lontananza caliginosa, mentre i brividi del pensiero ancora ignudo le invocano da questa parte dell’abisso. Non gli servivano le frasi già confezionate perché le cose che lui voleva dire avevano una taglia eccezionale, e inoltre sapeva che nessuna vera idea può esistere veramente senza le parole tagliate su misura. Cosicché (per usare una similitudine più calzante) il pensiero, solo in apparenza nudo, implorava in realtà che gli abiti di cui era già rivestito divenissero visibili, mentre le parole appostate lontano non erano gusci vuoti, come sembravano, ma aspettavano soltanto che il pensiero in esse già celato le accendesse e le mettesse in moto. A volte lui si sentiva come un bambino cui avessero dato una farragine di fili ordinandogli di compiere il miracolo della luce. E lui infatti lo compiva; e talvolta non si rendeva neanche conto del modo in cui ci riusciva, talaltra invece tormentava i fili per ore in quella che sembrava la maniera più razionale – senza concludere nulla. E Clare, che in vita sua non aveva composto neanche una riga di prosa immaginativa o di poesia, capiva così bene (e questo era il suo miracolo personale) ogni particolare della lotta di Sebastian che per lei le parole battute a macchina non erano tanto i veicoli del loro senso naturale quanto le curve e i vuoti e gli zigzag che mostravano l’arrancare di Sebastian lungo una certa linea ideale di espressione.

Tra l’altro, «il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero» ricorda da vicino un argomento affrontato di recente qui su Wellentherie: l’ipotesi Sapir-Whorf.

Stay tuned per il prossimo entusiasmante post.

F is for Family e l’asciuga insalata

Copia di F_Is_for_Family

F is for Family è una serie animata che trovate su Netflix, creata da Bill Burr e Michael Price (quest’ultimo ha scritto diversi episodi dei Simpson, mentre forse vi ricorderete di Bill Burr per il ruolo di Patrick Kuby in Breaking Bad).

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Huell Babineaux (Lavell Crawford) e Patrick Kuby (Bill Burr) in Breaking Bad.

Ambientata negli anni ’70, “a time when you could smack your kid, smoke inside, and bring a gun to the airport” (fonte), la serie narra dei Murphy, frustrata famiglia media americana.
Vediamo un po’ a chi appartengono alcune delle voci dei protagonisti:
Frank Murphy, il capofamiglia, è doppiato dal suo autore Bill Burr, mentre sua moglie Sue è Laura Dern, attrice che, tra le altre cose, ha fatto alcuni film di David Lynch (Velluto bluBlue Velvet, 1986, Cuore selvaggio – Wild at Heart, 1990, Inland Empire, 2006) e compare anche nella nuovissima stagione di Twin Peaks in un ruolo che non vi spoilero.

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Laura Dern nella terza stagione di Twin Peaks

Vic, il vicino di casa ricco, pieno di donne, e invidiatissimo, è doppiato da Sam Rockwell, un attore che ha fatto decine di film ma che noi ricorderemo soltanto per essere il protagonista di Moon, film di fantascienza del 2009 con la regia di Duncan Jones, che poi è il figlio di David Bowie (il cui vero nome era David Robert Jones).

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Vic, e Sam Rockwell con un gatto.
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Una scena del film Moon

Nel quarto episodio della seconda stagione, Sue ha una grande idea:

l’asciuga insalata

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L’asciuga insalata (salad spinner o salad tosser), infatti, non è sempre esistito. Nella realtà però non è stato inventato da Sue Murphy.
L’asciuga insalata moderno deriva da due brevetti dei francesi Jean Mantelet e Gilberte Fouineteau nei primi anni ’70 (anche se esistevano già meccanismi che sfruttavano la forza centrifuga in modo simile), e fu introdotto sul mercato statunitense nel 1974 dalla Mouli Manufacturing Co.
Il meccanismo della centrifuga si può attivare in vari modi, a seconda dei modelli: a manovella, tirando una corda, premendo un pulsante. Non lo sapevo, ma pare esistano anche gli asciuga insalata elettrici.

8 asciuga insalata

 

Come si asciugava l’insalata PRIMA dell’asciuga insalata?

Ho trovato varie tecniche. Le più semplici utilizzano asciughini puliti oppure carta da cucina per tamponare le foglie lavate e assorbire l’acqua. Altri metodi sfruttano la forza centrifuga: c’è chi mette l’insalata in una borsa di plastica e la fa roteare, in modo che l’acqua si allontani dalle foglie e rimanga sul fondo della borsa. Un’ottima soluzione da appartamento. Se invece avete a disposizione un luogo all’aperto (o non vi disturba avere la casa bagnata), potete infilare l’insalata in una federa pulita, oppure avvolgerla in telo e farne un fagotto, e rotearla in giro, in modo che l’acqua esca attraverso il tessuto (quest’ultimo metodo ci è stato segnalato dal mio papà e da Ammennicoli). I miei genitori raccontano che un tempo esistevano dei cestini metallici, forati, attaccati a una catenella: ci si metteva dentro l’insalata e si andava “nell’aia” per scuoterli o roteali in modo da far uscire l’acqua (possedere un’aia, possibilmente con le galline, sembra un requisito fondamentale). Gaberricci, invece, utilizza uno scolapasta (e ci chiediamo come quest’ultimo viva la contraddizione tra il proprio nome e il proprio utilizzo).
Su YouTube ci sono alcuni tutorial:

Ma apriamoci alle avanguardie tecnologiche offerte da WordPress e inauguriamo senza indugi l’appunto de

I Grandi Sondaggi di Wellentheorie


Comunicazione di servizio: Wellentheorie ha finalmente (?) aperto un profilo Instagram ufficiale. Seguitelo per restare sempre aggiornarti sull’immaginario visivo di questo blog!

#108 parole “intraducibili”: emozioni

Tiffany Watt Smith si occupa, tra le altre cose, di studiare e fare ricerca sulle emozioni e sulla storia delle emozioni. Sull’argomento ha scritto, nel 2015, The Book of Human Emotions, in cui riporta 154 tra neologismi e parole in varie lingue del mondo che descrivono particolari emozioni, spesso prive di equivalenti in inglese o in italiano.
C’è chi si lascia prendere la mano e sostiene che i coreani e gli scandinavi vivono emozioni diverse perché le loro lingue danno forma in modo diverso al loro emozionarsi (ne parlerò nel prossimo post), ma, in ogni caso, le stranezze linguistiche ci piacciono, gli elenchi ci entusiasmano; ecco dunque cinque delle parole “intraducibili” trattate nel sopracitato libro.

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Tiffany Watt Smith

Awumbuk

Nella lingua del popolo Baining della Papua Nuova Guinea, awumbuk si riferisce alla malinconia e al senso di vuoto che si prova quando gli ospiti che ci hanno fatto visita sono andati via.

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Eccola lì, la Papua Nuova Guinea.

L’appel du vide

“Il richiamo del vuoto”, in francese, è il pensiero o l’impulso di lanciarsi da una grande altezza, di buttarsi sulle rotaie del treno, o di girare il volante verso il precipizio oltre una scogliera o contro un ostacolo. In psicologia è chiamato anche High Place Phenomenon perché avviene perlopiù in luoghi sopraelevati, ma si tratta in generale del pensiero, improvviso e involontario, di un comportamento autodistruttivo. Non è, come si potrebbe pensare, un istinto suicida, ma è una sensazione correlata alla paura e all’istinto di sopravvivenza.

1 appel du vide
L’appel du vide illustrato da Marija Tiurina

Circa due anni e mezzo fa avevo parlato della serie di illustrazione dal titolo Found in Translation di Anjana Iyer. Non è la sola ad aver tentato una rappresentazione visiva di parole “intraducibili”: anche Marija Tiurina ne ha illustrate quattordici, tra cui alcune per le emozioni.

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Marija Tiurina, con un gatto.

Basorexia

La basorexia è la pulsione, il desiderio urgente e irrefrenabile di baciare qualcuno.
Non ho trovato spiegazioni sulla sua etimologia (se non che deriverebbe dal francese “baiser”, “bacio”), ma io azzarderei che deriva dal latino basium, a sua volta di origine incerta e controversa, a cui è aggiunto il greco ὄρεξις (órexis) che significa desiderio, voglia, appetito o fame, dal quale viene il suffisso italiano -oressìa, usato in medicina in relazione all’appetito e all’alimentazione (anoressìa, disoressia, licoressìa, paroressìa, iperoressìa, ortoressìa).

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La foto di Alfred Eisenstaedt

Nell’arte di tutti i tempi ci sono meravigliose opere che ritraggono baci, ma tra tutte mi è venuta in mente la celebre fotografia del marinaio e l’infermiera a Times Square, scattata il 14 agosto 1945 dopo l’annuncio della resa del Giappone (è il VJ Day o Victory Over Japan Day). Esistono in realtà almeno due foto: V-J Day in Times Square, meglio conosciuta come The Kiss di Alfred Eisenstaedt, pubblicata su Life, e un’altra, che ritrae lo stesso bacio da una differente angolazione, scattata da Victor Jorgensen e pubblicata sul New York Times.
La seconda è forse meno interessante dal punto di vista artistico, ma siccome Victor Jorgensen era un fotografo della marina americana in servizio, la foto appartiene al governo federale statunitense ed è rilasciata in pubblico dominio, e dunque l’immagine è più diffusa. Al contrario, la foto di Alfred Eisenstaedt, più bella, è protetta da copyright e il fotografo si è arricchito per ogni riproduzione.
Le facce dei due protagonisti del bacio non sono ben visibili, e negli anni parecchie persone hanno proclamato di essere il marinaio o l’infermiera. Tuttora ci sono dubbi sulle loro reali identità. Dibattuta è anche la storia dietro quel bacio: spontaneo o pianificato? Gioia patriottica festosamente condivisa oppure coercizione e slinguazzata indesiderata? Chissà.

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La foto di Victor Jorgensen

Torschlusspanik

Il “panico del cancello chiuso” è, in tedesco, l’ansia del tempo che passa troppo in fretta al confronto delle cose che dovremmo o vorremmo fare. Può essere il “ticchettio dell’orologio biologico” di una donna che ha superato i trenta e non ha figli, la “crisi di mezza età” di chi guarda avanti e vede che la vecchiaia è in arrivo, l’angoscia per le occasioni che stiamo perdendo, l’ansia per la deadline che si avvicina e ancora abbiamo troppo lavoro da fare.

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Il mio moroso vive attualmente in costante Torschlusspanik perché il suo videogioco deve uscire in autunno e non sa se riuscirà a infilarci tutte le cose fighissime che ha in testa.

Torschlusspanik (o Torschlußpanik: della lettera Eszett avevo parlato qui) è composta da Tor, cancello o portone; Schluss, chiusura o conclusione; Panik, panico.
La parola ha origine medievale, quando i castelli chiudevano i cancelli ogni sera per motivi di sicurezza oppure per prepararsi a un attacco nemico (ho trovato entrambe le versioni): non era auspicabile rimanere chiusi fuori e gli abitanti avevano l’ansia di affrettarsi a rientrare prima della chiusura.
I tedeschi usano l’espressione «Torschlusspanik ist ein schlechter Ratgeber» («Il Torschlusspanik è un cattivo consigliere») per ricordare che la fretta, l’ansia, l’impulsività di fare qualcosa all’ultimo minuto, non creano le condizioni per le decisioni migliori.

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Il Torschlusspanik illustrato da Marija Tiurina

Matutolypea

Parecchio diffusa sul web di lingua inglese ma assente nei veri dizionari, matutolypea si riferisce allo svegliarsi di cattivo umore. Non si sa chi l’abbia coniata, ma è un miscuglio di latino e greco: matuto, da Mater Matuta che, nella mitologia romana, era la dea del Mattino e protettrice delle nascite (dal suo nome deriva l’italiano mattina), e il greco λύπη (lýpi), cioè dolore, sofferenza, tristezza o infelicità. Qui la pronuncia.

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Mater Matuta

E continuiamo nel prossimo post perché questo sta diventando troppo lungo. See you soon!


 

Age-otori, cafuné, culaccino, friolero, hanyauku, mamihlapinatapai, ohrwurm, pochemuchka, tingo, tsundoku, utepils: per gli appassionati di “intraducibili”, si è parlato di queste parole qui!

#104 andrés escobar

Il 21 maggio 1904, a Parigi, viene fondata la Fédération Internationale de Football Association, meglio conosciuta come FIFA. Nel 1930 a Montevideo, capitale dell’Uruguay, si svolge il primo Campionato mondiale di calcio (o Coppa del Mondo), la manifestazione più importante organizzata dalla federazione. Da allora il campionato si disputa ogni quattro anni (ad eccezione del 1942 e 1946 a causa della Seconda guerra mondiale).

uruguay

Estate 1994. Il quindicesimo campionato mondiale si tiene negli Stati Uniti. La nazionale ospitante viene sconfitta agli ottavi di finale dal Brasile, il quale invece prosegue trionfante fino alla finalissima.
Nel frattempo anche l’Italia è arrivata trionfante fino alla finalissima, e affronta il Brasile domenica 17 luglio 1994 al Rose Bowl, stadio di Pasadena utilizzato anche per partite di football americano e occasionalmente per concerti, ad esempio di Depeche Mode, Cure, Michael Jackson, Pink Floyd, Rolling Stones, U2. Hanno suonato lì anche i Guns N’ Roses e i Metallica durante il tour che hanno fatto insieme nel 1992 negli stadi di USA e Canada. Cambiando genere, il prossimo ottobre ci suoneranno i Coldplay.

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Il Rose Bowl.

Ma non divaghiamo.
Brasile-Italia. È il 17 luglio 1994, a Pasadena, e fa caldissimo.
Entrambe le nazioni hanno già vinto tre coppe del mondo, e le due squadre sono in equilibrio, tanto che il risultato si mantiene sullo zero a zero per i tempi regolamentari e i supplementari. Si va ai rigori.
Dopo il quarto rigore il Brasile si trova in vantaggio per tre a due. Tocca all’Italia: Roberto Baggio, col suo celebre codino, tira alto e sbaglia.

Per la prima volta la vittoria del campionato mondiale viene assegnata ai rigori. Per la prima volta una nazione raggiunge la quarta coppa del mondo, e non è l’Italia.

L’Italia vince poi il suo quarto mondiale nel 2006, in Germania, ed è la seconda volta nella storia della coppa del mondo in cui il risultato viene deciso ai rigori (è la partita che tutti noi ignoranti di calcio ricordiamo esclusivamente per la testata di Zidane a Materazzi). Nel frattempo però il Brasile aveva vinto il suo quinto mondiale nell’edizione precedente, e quindi niente, rimane un passo avanti.

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Ma torniamo a quel campionato del 1994.
Come ho recentemente appreso, il campionato ha una lunga fase preliminare, le qualificazioni, in cui vengono selezionate le squadre che si giocheranno la coppa del mondo nella fase finale, che è a sua volta composta dalla prima fase dei gironi e dalla seconda fase a eliminazione diretta.
Ai gironi di quel campionato del 1994 tra le squadre che sembravano promettenti c’era la Colombia. E invece inizia malissimo, perdendo con la Romania. La partita successiva la gioca il 22 giugno contro i padroni di casa, nello stesso Rose Bowl di Pasadena dove si giocherà la finale.
Al 34’ del primo tempo lo statunitense John Harkes tira, il portiere colombiano avanza per intervenire, arriva Andrés Escobar in scivolata e, accidentalmente, fa finire il pallone in rete. Nella sua rete. Autogol. Più avanti ognuna delle due squadre segna un gol, ma l’autorete di Escobar determina la vittoria degli Stati Uniti, e la Colombia se ne torna inaspettatamente a casa senza arrivare neanche agli ottavi di finale.

Andrés Escobar Saldarriaga, ventisettenne, era difensore del Nacional di Medellín e della Nazionale colombiana. Più precisamente, era il terzino destro e giocava con la maglia numero 2. Scopro ora che il terzino, nel calcio, è un difensore laterale (per la rubrica “I misteri del lessico calcistico”). Lo chiamavano “El Caballero del Fútbol”. Nato e morto a Medellín. Era fidanzato da cinque anni con la dentista Pamela Cascardo, coi cui avrebbe dovuto sposarsi pochi mesi dopo.

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Alle tre di mattina del 2 luglio 1994, pochi giorni dopo il rientro il patria, Andrés Escobar viene assassinato con sei colpi di pistola nel parcheggio di un bar di Medellín (altre fonti parlano di dodici colpi di mitragliatrice). Gli spari esplodono, pare, dopo una violenta discussione tra il calciatore e alcuni uomini che lo incolpano dell’eliminazione della Colombia dal mondiale. L’esecutore, Humberto Muñoz Castro, viene arrestato la sera successiva e confessa. Doveva essere parecchio amareggiato per l’autogol.

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Humberto Muñoz Castro

Ma c’è da dire che Muñoz lavorava per Pedro David e Juan Santiago Gallón Henao, “imprenditori” del narcotraffico. In tanti sostengono che l’omicidio sia in realtà legato al giro di scommesse clandestine in cui erano coinvolti i vari cartelli della droga colombiani, estremamente potenti e alquanto spregiudicati in fatto di omicidi. I fratelli Gallón Henao avevano forse scommesso sulla qualificazione agli ottavi della Colombia e subìto grandi perdite a causa dell’autogol di Escobar. Comunque, Humberto Muñoz Castro viene inizialmente condannato a 43 anni di carcere e poi rimesso in libertà nel 2005 dopo 11 anni. I Gallón Henao ricevono una condanna di quindici mesi ed escono dopo poche settimane.

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Escobar è un cognome parecchio diffuso in Colombia, e il calciatore Andrés lo condivide col celebre narcotrafficante Pablo (Pablo Emilio Escobar Gaviria), pur non essendo imparentati neanche alla lontana. Re della cocaina, criminale più ricco della storia, mandante di un’assurda moltitudine di omicidi, protagonista della serie tv Netflix Narcos, Pablo Escobar è morto sette mesi prima di Andrés Escobar, e si dice che se il narcotrafficante fosse stato ancora vivo, il calciatore non sarebbe mai stato ucciso. Perché Pablo Escobar era un grande tifoso dell’Atletico Nacional di Medellin in cui giocava Andrés Escobar, e lo aveva finanziato con ingenti donazioni di denaro ed equipaggiamenti. Sosteneva anche altre squadre locali, e fece costruire stadi. Era una strategia perfetta per ottenere consenso popolare e riciclare colossali quantità di denaro.

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Pablo Escobar

Nonostante sia stato uno dei criminali più sanguinari di sempre, Pablo Escobar era venerato da una buona parte del popolo colombiano. Anche perché la percezione comune era che il suo unico crimine fosse vendere cocaina agli americani, i gringos già di per sé non molto amati in Sudamerica, che peraltro chiedevano e pagavano quella droga. In questo senso Pablo Escobar appariva come un commerciante onesto, che dava lavoro a tanta povera gente in Colombia e che inoltre si impegnava altruisticamente in beneficienza. Le brutali uccisioni di criminali rivali, poliziotti e politici onesti, e di innumerevoli innocenti, tendevano a passare inosservate ai colombiani così come ai consumatori di coca americani. Tutto questo è descritto molto bene nella già nominata serie tv Narcos e in documentari come Los Tiempos de Pablo Escobar (entrambi disponibili su Netflix).

 

#99 i nabokov

Vladimir Vladimirovič Nabokov (1899 – 1977), secondo l’enciclopedia Treccani, “è noto come uno dei più perfetti scrittori moderni sia nella lingua materna [il russo], sia in inglese”. E vi faccio notare l’aggettivo “perfetto”.
Nato a San Pietroburgo in una nobile e ricca famiglia, primo di cinque figli, Nabokov ebbe un’infanzia privilegiata, immersa nell’alta cultura e in un miscuglio di russo, inglese e francese che lo rese trilingue.

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Vladimir Nabokov da bambino.
Due parole sulla Russia di quegli anni: era l’immenso Impero russo, oltremodo arretrato, patria di pochi privilegiati e milioni di miserabili, guidato dal potere assolutista dello zar. Come se non bastasse, nel 1914 entra in guerra accanto a Francia e Gran Bretagna (Triplice Intesa), e la gente non ce la fa più. Ultima goccia: arriva pure un inverno particolarmente freddo. Nel 1917 esplode la rivoluzione, che rovescia il regime zarista, e dichiara l’uscita la guerra. Le famiglie nobili e ricche, come quella di Nabokov, capiscono che per loro, a questo punto, tira una brutta aria, e se possono emigrano.

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Lenin parla al popolo russo mentre i Nabokov emigrano.
I Nabokov lasciano San Pietroburgo e vanno prima in Crimea, poi in Gran Bretagna, poi a Berlino (dove Nabokov padre viene assassinato), poi a Parigi.
A Berlino c’è una numerosa e vivace comunità di emigrati russi (gli émigré di cui si legge spesso a proposito di Nabokov). Tra questi, c’è Vera Evseevna Slonim (1902 – 1991), nata a San Pietroburgo in un famiglia ebraica, emigrata anch’essa dopo la rivoluzione. Il padre, imprenditore, fonda a Berlino una casa editrice, dove lavora la stessa Vera. Nel frattempo il nostro Nabokov scrive e pubblica (sotto lo pseudonimo di Vladimir Sirin) i suoi primi scritti in russo, le sue poesie, lavora alla traduzione in inglese di Dostoevskij, ed entra in contatto col padre di Vera. Vladimir e Vera si sposano il 15 aprile 1925. Hanno un figlio, Dmitri, nel 1934.

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Vladimir, Vera e Dmitri.
Nel frattempo, Adolf Hitler sale al potere in Germania e la sua indole antisemita si fa insistente. Vera è ebrea, e così i Nabokov lasciano Berlino e se ne vanno a Parigi. Nel 1940, mentre Hitler sta arrivando a invadere anche la Francia, si trasferiscono negli Stati Uniti, e Wikipedia racconta così questa parte della vita di Vera Nabokov: “imparò a guidare e poté quindi accompagnare suo marito in vari viaggi, specie negli Stati Uniti occidentali, a caccia di farfalle. Per proteggerlo, portava con sé una pistola. Nabokov ha scritto nei suoi libri che non sarebbe stato da nessuna parte senza di lei e tutte le sue opere sono dedicate a lei. Fu sempre lei in più di un’occasione a salvare dalle fiamme le bozze di Lolita”.
Si parla di lei anche nella canzone Come Vera Nabokov dei Cani, che dice:

Basta che mi prometti di andare in giro con la pistola per difendermi
e di tagliarmi la carne da mangiare nel piatto come Vera Nabokov

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Vera e Vladimir nel 1967.
Vera è stata per Nabokov assistente, editor, agente, stenografa, autista, e mille altre cose. Sono state pubblicate le lettere di lui a lei (Letters to Véra): scritte magnificamente, traboccano di un amore infinito, e mi fanno commuovere disperatamente. Ecco un piccolo esempio:

You came into my life — not as one comes to visit… but as one comes to a kingdom where all the rivers have been waiting for your reflection, all the roads, for your steps.

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Vladimir Nabokov a caccia di farfalle.
Negli Stati Uniti Nabokov abbandona, per le sue opere, la lingua russa, e adotta l’inglese. Traduce in inglese alcune delle opere precedenti. Insegna letteratura russa alla Cornell University di Ithaca. È anche autore di saggi di critica letteraria, e di problemi di scacchi. Lavora all’organizzazione della collezione di farfalle al Museo di Zoologia Comparata dell’università di Harvard e pubblica diversi scritti di entomologia, in particolare riguardo ai Polyommatini della famiglia Lycaenidae. Inoltre, fa spesso disegni di farfalle immaginarie, dedicate a Vera, al figlio o agli amici.

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Una farfalla immaginaria disegnata da Nabokov.
Figlio unico, Dmitri Vladimirovič Nabokov (1934 – 2012), dice Wikipedia, “è stato un basso e traduttore statunitense”.
“Basso” nel senso di cantante che possiede la più grave tra le voci maschili, che tipicamente si estende dal Fa grave al Fa acuto (Fa1 – Fa3). Dmitri era cantante lirico, e in più ha tradotto in varie lingue gran parte delle opere del padre. In particolare ricordiamo, dal russo all’inglese, Invito a una decapitazione (di cui si è parlato qui).

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Dmitri e Vladimir Nabokov nel 1968.
E poi c’è Sergei, il fratello minore di Vladimir.

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I fratelli Nabokov.
Timido e malinconico, gravemente balbuziente, appassionato di musica, balletto e poesia, Sergei Vladimirovič Nabokov (1900 – 1945) condivide con il fratello l’infanzia agiata e pietroburghese, e la successiva emigrazione. Scriveva poesie. Si trovava nelle campagne nei dintorni di Parigi nella primavera del 1940, quando i tedeschi invadevano la Francia settentrionale e Vladimir, Vera e Dmitri era partiti per l’America.
Nel 1941 Sergei è arrestato dalla Gestapo con l’accusa di omosessualità (non contribuire alla riproduzione della razza ariana era un grave reato). Rilasciato dopo quattro mesi, viene di nuovo arrestato alla fine del 1943, e portato a Neuengamme, in un grande campo di concentramento vicino ad Amburgo dove diventa il prigioniero numero 28631. Le condizioni brutali lo portano alla morte nel gennaio 1945, pochi mesi prima della liberazione del campo da parte degli anglo-americani.

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Nel campo di Neuengamme.

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Mappa dei campi di concentramento nazisti. Quello di Neuengamme è in alto sulla sinistra.

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Monumento alla memoria delle vittime omosessuali nell’ex campo di Neuengamme.
Vladimir e Sergei, pare, non sono mai andati troppo d’accordo. Vladimir, poi, era profondamente omofobo. Strano, per un uomo così brillante, antirazzista e senza alcuna preclusione contro gli ebrei in un’epoca tanto antisemita. Il suo radicato pregiudizio antiomosessuale ha sempre reso tormentato il rapporto con il fratello, visto come un motivo di vergogna. Nati a meno di un anno di distanza, simili nell’aspetto, eppure agli antipodi per carattere e preferenze (ad esempio, Vladimir non sopportava la musica). Lev Grossman (nel saggio The gay Nabokov, pubblicato nel 2000) scrive che la passione di Vladimir per il tema del doppio, che ricorre nelle sue opere sotto forma di specchi, riflessi, gemelli e quant’altro, potrebbe derivare proprio dal fratello, che era il suo doppio e il suo contrario.

citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione

Il mio sempre amatissimo Vladimir Nabokov, noto pressoché esclusivamente per Lolita, ha prodotto in realtà una discreta valanga di romanzi misconosciuti e bellissimi, che sto scoprendo piano piano. Questo Invito a una decapitazione (Invitation to a Beheading), letto nelle vacanze d’agosto, mi ha ricordato da vicino Un mondo sinistro (Bend Sinister): entrambi mirabolanti, surreali, con una vena di tormentata malinconia; entrambi, a modo loro, libri di denuncia contro tutti i totalitarismi; entrambi (come del resto qualsiasi cosa di Nabokov) scritti divinamente.

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Ambientato in una città il cui nome, mi pare, non viene mai detto, il romanzo narra di Cincinnatus C., condannato a morte perché “opaco” da quello che appare come un assurdo regime dittatoriale. Il protagonista sarà giustiziato in un momento indeterminato, tenutogli nascosto fino all’ultimo. La narrazione segue il punto di vista di Cincinnatus, ne registra le angosce, i sogni di evasione e le tormentate visioni, le spassosissime interazioni con i bizzarri personaggi che lo attorniano e lo disorientano senza sosta. Cincinnatus, in cella, scrive i propri pensieri, ed è uno di questi brani che mi è particolarmente piaciuto e che vi riporto qua sotto:

«Ma allora, forse,» (Cincinnatus prese a scrivere rapidamente su un foglio a righe) «la mia interpretazione è sbagliata […] D’altra parte, se io sapessi quanto tempo è rimasto, potrei fare… un breve lavoro… annotare pensieri suffragati da prove… Un giorno qualcuno potrebbe leggerli e all’improvviso proverebbe la sensazione di essersi svegliato per la prima volta in un paese sconosciuto. Voglio dire che all’improvviso lo farei scoppiare in lacrime di gioia, da fargli struggere gli occhi, e, dopo questa esperienza, il mondo gli sembrerebbe più pulito, più fresco. Ma come posso cominciare a scrivere quando non so se mi basterà il tempo, e la tortura inizia quando dici a te stesso: “Ieri ci sarebbe stato tempo sufficiente” e di nuovo pensi: “Se solo avessi cominciato ieri…”. […] Una volta, quando ero bambino, durante una gita scolastica in una località lontana, allorché rimasi separato dagli altri – e tuttavia potrei averlo sognato –, mi ritrovai, sotto il sole opprimente di mezzogiorno, in una sonnacchiosa cittadina, così sonnacchiosa che quando un uomo, che si era appisolato su una panchina a ridosso di un lucente muro imbiancato a calce, finalmente si alzò per aiutarmi a trovare la strada, la sua ombra azzurrina proiettata sul muro non lo seguì subito… Oh lo so, lo so, deve essere stato uno sbaglio da parte mia, e l’ombra non aveva affatto indugiato, ma semplicemente, diciamo così, era stata catturata dalla scabrosità del muro… ma ecco quello che voglio spiegare: tra il suo movimento e il movimento dell’ombra indolente – un secondo, una sincope – si trova quel singolare tipo di tempo in cui io vivo, la pausa, lo iato, quando il cuore è come una piuma… E vorrei anche scrivere del tremito incessante, e di come parte dei miei pensieri si affolli sempre intorno all’invisibile cordone ombelicale che unisce questo mondo a qualcosa – di che si tratta, ancora non lo dirò… Ma come posso scrivere di tali cose quando temo di non avere il tempo di finire, quando temo di risvegliare inutilmente questi pensieri… […]»

Ma approfondiamo un paio di scelte lessicali dell’autore:

Una sìncope (syncope nell’originale inglese) è, in medicina, una “sospensione, per lo più transitoria, della coscienza, provocata da improvvisa carenza a livello cerebrale di ossigeno e di glicosio”. La stessa parola, in linguistica, si riferisce alla “caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola” (dal vocabolario Treccani. C’è un terzo significato in musica, ma lo ometto perché a) non l’ho capito, e b) perché Nabokov si interessava di mille cose ma non di musica).

Uno iato (hiatus), invece, è in fonetica l’accostamento di due vocali che si dividono su due sillabe e vengono pronunciate in modo separato. La pronuncia tradizionale di iato (i-à-to, tre sillabe) contiene, appunto, uno iato. Tuttavia, la pronuncia attualmente più diffusa è jà-to (due sillabe), dove la j rappresenta la semivocale di, ad esempio, ieri o fiore, e forma un dittongo, cioè una combinazione di vocali pronunciate come un singolo suono – insomma, il contrario di uno iato.
In senso figurato, uno iato è un’interruzione, un’apertura, una frattura.

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Vladimir Nabokov con la moglie Vera.

 

Da dove viene il nome Cincinnatus? Non lo so, ma forse da Lucio Quinzio Cincinnato (Lucius Quinctius Cincinnatus in latino, 520 a.C. circa – 430 a.C.).
Descritto come infaticabile agricoltore e arguto politico, è soprattutto ricordato per essere stato eletto dittatore nel 458 a.C. (la Repubblica romana eleggeva un dittatore con pieni poteri nei momenti di grave crisi; in questo caso, per affrontare la minaccia dell’invasione degli Equi, o Aequi in latino). Cincinnato sconfigge i nemici a mani basse e dopo soli quindici giorni si dimette da dittatore e torna a coltivare la terra. «La “rapida” restituzione della sua autorità assoluta con la conclusione della crisi viene citata spesso come esempio di buona direzione, di servizio al buon pubblico e di virtù e di modestia.» (Wikipedia).
Nabokov ha scritto la prima versione di questo romanzo «a Berlino, all’incirca quindici anni dopo essere fuggito dal regime bolscevico e appena prima che il regime nazista toccasse il suo massimo indice di gradimento» (dalla prefazione dell’autore). Il suo disprezzo per entrambi i regimi ha ispirato, probabilmente, il ridicolo governo che condanna a morte il protagonista Cincinnatus, il cui nome richiama, all’opposto, un esempio di dittatura “giusta” (questa è una mia ipotesi – non ho trovato conferme).

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Alcuni senatori vanno a casa di Cincinnatus, in campagna, dove lui sta arando i campi, per offrirgli la dittatura. L’episodio è narrato da vari storici romani e ha ispirato parecchi quadri, come questo di Alexandre Cabanel (1844).

Ancora due curiosità su Invito a una decapitazione:
• Ovviamente, come in tutti i romanzi russi che si rispettino, c’è un samovar (ne avevo parlato qui).
• La storia della stesura del romanzo è quantomeno tortuosa: non sto a ripeterla, ma potete trovarla, oltre che nella prefazione del libro, qui sul blog NonSoloProust, in un’interessante recensione (che tra l’altro descrive bene e con onestà la bellezza e la difficoltà di questo libro “faticoso”, che “richiede a mio avviso una grande disponibilità e cooperazione da parte di chi legge” – e mi trovo molto d’accordo).

In arrivo un post su Nabokov, un uomo dalle infinite sorprese.

#98 l’invenzione di morel

È il febbraio 2008. Sulla ABC va in onda il quarto episodio della quarta stagione di Lost, Eggtown (Pessimi affari in italiano). In alcune scene Sawyer, che oltre a fare il bello e dannato sembra anche un buon lettore, sta leggendo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (tra l’altro, nello stesso episodio si vede John Locke prendere da uno scaffale VALIS, romanzo di fantascienza di Philip K. Dick).

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Potrebbe non essere la prima cosa che salta agli occhi in questa immagine, ma sì, il libro è L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares.

Adolfo Bioy Casares (1914 – 1999) era uno scrittore, traduttore e giornalista argentino. (Sì, si chiama Adolfo: a sua discolpa, al momento della sua nascita nel 1914, Adolf Hitler aveva 25 anni, stava appena cominciando ad avvicinarsi all’antisemitismo e non aveva ancora fatto grosse cazzate).

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Adolfo Bioy Casares

Autore di fantascienza e fantastico, Adolfo Bioy Casares era un grande amico di Jorge Luis Borges, con il quale scrisse numerose storie, spesso pubblicate con lo pseudonimo Honorio Bustos Domecq, come la raccolta di racconti gialli Sei problemi per don Isidro Parodi (1942).

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Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Jorge Luis Borges (1899 – 1986), “scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino”, “ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo”, è autore di “racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali)”.

Jorge Luis Borges
Jorge Luis Borges, con un gatto.

Affetto da retinite pigmentosa, malattia genetica dell’occhio ereditata dal padre, Borges subì un calo della vista a partire dagli anni ’40 fino a diventare completamente cieco alla fine degli anni ’60. Lo aiutò nella stesura di alcune delle ultime opere María Kodama-Schweizer.
María Kodama-Schweizer è un personaggio interessante: nata a Buenos Aires nel 1937 (e dunque di trentotto anni più giovane di Borges) da padre giapponese, architetto, e madre tedesca, studiò insieme a Borges letteratura medievale islandese (ripeto: letteratura medievale islandese). Scrittrice e traduttrice, sposò Borges nel 1986, circa due mesi prima della morte di lui per un cancro al fegato.

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María Kodama e Jorge Luis Borges

Ma torniamo ad Adolfo Bioy Casares, il quale sposò, invece, la poetessa e scrittrice argentina Silvina Ocampo (1903 – 1994) nel 1940 (lui aveva ventisei anni e lei trentasette). La più giovane di sei figli, sorella minore dell’editrice e scrittrice Victoria Ocampo, Silvina aveva studiato disegno a Parigi con Giorgio de Chirico.

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Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares

Victoria Ocampo (1890 – 1979), importante editrice, fu “una nota oppositrice del governo nazionalista e populista di Juan Perón” e per la sua opposizione venne anche arrestata nel 1953.

Il generale Juan Domingo Perón (1895-1974) è stato presidente dell’Argentina dal 1946 al 1955. “I seguaci di Perón […] acclamavano i suoi sforzi per eliminare la povertà e dare maggiore dignità al lavoro, mentre i suoi oppositori politici […] lo hanno considerato un demagogo e un dittatore”.
Perón costruì la sua immagine anche grazie all’aiuto della seconda moglie, Evita Perón.

María Eva Duarte de Perón (1919-1952), meglio conosciuta con il diminutivo Evita, “è stata un’attrice, politica, sindacalista e filantropa argentina”. Morta a causa di un tumore a soli 33 anni, il suo cadavere fu mummificato ed esposto per alcuni anni, poi sequestrato, sepolto sotto falso nome in Italia, e infine riportato in Argentina.

Il musical Evita, scritto da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, si ispira alla vita di Evita Perón. La canzone più nota è Don’t Cry for Me, Argentina, che viene cantata dal personaggio di Evita il giorno dell’elezione a presidente del marito. A Evita dedicò una canzone anche il Quartetto Cetra, dal titolo A pranzo con Evita.

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Evita con il marito Juan Domingo Perón

Tornando ad Adolfo Bioy Casares, lo scrittore è sepolto nel cimitero della Recoleta di Buenos Aires. È il più famoso cimitero storico argentino e prende il nome dal quartiere in cui è situato, la Recoleta, dove tra l’altro ha sede la Biblioteca nazionale della Repubblica Argentina.
“Al principio del XVIII secolo, i frati missionari dell’Ordine degli agostiniani recolletti scalzi arrivarono nella zona, allora nei dintorni di Buenos Aires, costruendo sul luogo un convento e una chiesa. La chiesa, Nostra Signora del Pilar, terminata nel 1732, esiste ancora ed è stata dichiarata monumento nazionale. Gli abitanti del luogo presero l’abitudine di chiamare la chiesa «la Recoleta», dal nome dei frati che la gestivano (recoletos escalzos in spagnolo). Il nome si estese poi al quartiere e infine al cimitero. L’ordine fu disciolto nel 1822 e il terreno del convento passò allo Stato che decise di creare il primo cimitero pubblico della città di Buenos Aires.”

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Il cimitero della Recoleta, visto dal tetto di un edificio adiacente.

 

Ma non divaghiamo ancora e torniamo ad Adolfo Bioy Casares, e al più noto dei suoi lavori, il romanzo L’invenzione di Morel (La invención de Morel), pubblicato nel 1940, che mescola fantascienza, fantastico e terrore.
Il libro venne originariamente pubblicato con due diverse copertine, entrambe disegnate da Norah Borges (il cui vero nome sarebbe Leonor Fanny Borges Acevedo, 1901-1998), artista e sorella di Jorge Luis Borges.

Il romanzo è una sorta di diario di uno scrittore venezuelano condannato all’ergastolo. Ignoriamo il suo nome e il motivo della condanna, ma ci racconta di essere fuggito, per scappare dalle accuse, su una piccola e misteriosa isola da qualche parte nella Polinesia. Si dice che coloro che in precedenza hanno tentato di abitare l’isola siano stati contagiati e infine uccisi da una strana malattia, ma il nostro fuggitivo è disposto a correre il rischio, e vi arriva a bordo di una barca che si arena poi nelle paludi.

La barca è ormai irraggiungibile, sulla spiaggia orientale. Non è molto quel che perdo: so di non essere in prigione, e che posso andarmene dall’isola; ma quando mai ho avuto la possibilità di andarmene? So quale inferno racchiude quella barca. Sono venuto da Rabaul fin qui. Non avevo acqua da bere, nemmeno un cappello. Remando, il mare è inesauribile. L’insolazione, la stanchezza erano più grandi del mio corpo. Ero afflitto da una ardente malattia e da sogni che non si stancavano mai.

 

(Dove sono questi luoghi? Ne parlerò un’altra volta perché questo post sta diventando troppo lungo.)

Le analogie con la serie Lost sono evidenti: l’atmosfera di mistero e inspiegabilità; un’isola polinesiana “deserta”; gli incontri con misteriosi e inquietanti abitanti dell’isola; in Lost, i sopravvissuti del disastro aereo sono in buona parte in fuga da qualcosa, e alcuni di loro hanno commesso crimini in passato; Danielle Rousseau parla di una misteriosa malattia che avrebbe contagiato i suoi compagni di viaggio, Desmond Hume e Kelvin Inman se ne stanno in quarantena nella Swan station perché uscire all’aperto li esporrebbe al contagio di una misteriosa malattia; come il protagonista del libro, i protagonisti della serie scoprono man mano strane e misteriose costruzioni, spesso in stato di abbandono; …

Per capire ulteriori affinità, provate a leggere questo brano, in cui la voce narrante cerca spiegazioni per le stranezze dell’isola e degli incontri con “gli intrusi”:

Provai diverse spiegazioni: Che io abbia la famosa peste; i suoi effetti sull’immaginazione […]
Che l’aria perversa dei bassi e una deficiente alimentazione mi abbiano reso invisibile. […]
Mi venne l’idea (precaria) che potesse trattarsi di esseri di diversa natura, di un altro pianeta, con occhi che non servono a vedere, con orecchie che non servono a sentire. […]
La notte scorsa sognai questo:
Ero in un manicomio. Dopo una lunga visita (il processo?) del medico, la mia famiglia mi aveva portato lì. Morel era il direttore. A tratti, sapevo di essere nell’isola; a tratti, credevo di essere nel manicomio; a tratti, ero il direttore del manicomio. […]
Quinta ipotesi: gli intrusi sarebbero un gruppo di morti amici; io, un viaggiatore, come Dante o Swedenborg, oppure un altro morto, di una altra casta, in un momento diverso della sua metamorfosi; quest’isola, purgatorio oppure cielo di quei morti […]
In quest’isola poteva essere successa una catastrofe non percettibile per i suoi morti (io e gli animali che la abitavano); poi erano arrivati gli intrusi.
Che io fossi morto! Come mi entusiasmò quest’idea (vanitosamente, letterariamente)!

Inoltre, la trama dell’episodio Dave (stagione 2, episodio 18) ricorda la teoria quattro, quella del manicomio: (spoiler!) Hugo, sull’isola, pensa di trovarsi ancora in un ospedale psichiatrico e sospetta che l’isola sia soltanto un sogno.

Concludo con una citazione dal libro che ho particolarmente apprezzato:

Forse tutta quest’igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca.