il film della domenica: #5 gone girl

La scorsa domenica, eccezionalmente, sono andata al cinema: ho visto Gone Girl, film del 2014 diretto da David Fincher, con Ben Affleck e Rosamund Pike.
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Il titolo italiano, L’amore bugiardo – Gone Girl, riprende la brutta traduzione italiana del romanzo da cui il film è tratto, di Gillian Flynn.
Gillian Flynn è una scrittrice americana autrice di tre romanzi thriller, tutti tradotti anche in italiano: Sulla pelle (Sharp Objects), Nei luoghi oscuri (Dark Places) e questo L’amore bugiardo (Gone Girl).
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Il film dura 149 minuti (sì, due ore e mezza. È lungo).
La colonna sonora è di Trent Reznor e Atticus Ross.
La storia comincia il giorno del quinto anniversario di matrimonio di Amy e Nick: Amy non si trova, è scomparsa, e in casa ci sono evidenti segni di una colluttazione. Il marito Nick viene subito sospettato di averla uccisa.

Il regista, David Fincher, ha una carriera notevole.
Da giovanissimo ha lavorato per la Industrial Light & Magic, l’azienda di effetti speciali di George Lucas, come assistente agli effetti visivi in Il ritorno dello Jedi (1983), La storia infinita (1984) e Indiana Jones e il tempio maledetto (1984).
Ha diretto spot televisivi e videoclip musicali, e soprattutto parecchi film di successo: Seven (1995), Fight Club (1999), Panic Room (2002), Il curioso caso di Benjamin Button (2008), The Social Network (2010), Millennium – Uomini che odiano le donne (The Girl with the Dragon Tattoo, 2011).

David Fincher
David Fincher

Nel 2007 David Fincher ha diretto anche Zodiac, basato sui libri di Robert Graysmith dedicati al Killer dello Zodiaco (Zodiac Killer), assassino seriale statunitense attivo nella California settentrionale negli anni Sessanta e Settanta.
Il soprannome Zodiac se lo diede da solo in una serie di lettere inviate alla stampa, contenenti messaggi cifrati, alcuni dei quali ancora insoluti. Una lettera, decifrata, diceva tra le altre cose: “I like killing people because it is so much fun”.
Le vittime accertate di Zodiac sono cinque, uccise nel 1968 e 1969, ma gli vengono attribuiti numerosi altri omicidi, senza sufficienti prove per confermarli.
Nel corso degli anni molte persone siano state sospettate di essere Zodiac, ma la vera identità del killer è ancora oggi sconosciuta. Il sospettato principale è stato Arthur Leigh Allen, che negò sempre tutto, fino alla morte nel 1992. Contro di lui la polizia aveva un gran numero di prove circostanziali, ma non sufficienti per incriminarlo, anche perché la calligrafia e le impronte digitali di Allen non corrispondevano a quelle presumibilmente di Zodiac.

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Qualche informazione su Ben Affleck:
Il suo nome completo è Benjamin Géza Affleck-Boldt. È stato fidanzato con Gwyneth Paltrow e poi con Jennifer Lopez. Attualmente è sposato con Jennifer Garner e hanno due figlie e un figlio. È un ottimo giocatore di poker, ha avuto problemi di alcolismo, ed è molto amico di Matt Damon, con il quale ha vinto un Oscar nel 1998 per la miglior sceneggiatura originale per Will Hunting – Genio ribelle (Good Will Hunting), diretto da Gus Van Sant.
Ha un fratello minore, Casey Affleck, il cui vero nome è Caleb Casey McGuire Affleck-Boldt. Anche lui fa l’attore, ed è sposato con Summer Phoenix, sorella di Joaquin Phoenix (cioè, ma vi immaginate il pranzo di Natale di questa gente? Praticamente mezza Hollywood).

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In Gone Girl, Nick (Ben Affleck) ha una sorella gemella, Margo, interpretata da Carrie Coon. I due attori sono molto credibili come fratelli gemelli, nonostante la discreta differenza di età: lui è nato nel 1972, lei nel 1981.
Carrie Coon, per chi non lo sapesse, fa Nora Durst in The Leftovers, ed è meravigliosa.
Carrie Coon ha lavorato soprattutto in teatro: lei e il marito Tracy Letts si sono conosciuti quando entrambi recitavano nel dramma teatrale Chi ha paura di Virginia Woolf? (Who’s afraid of Virginia Woolf?). Tracy Letts (nato nel 1965, a proposito di differenza di età) fa anche il senatore Andrew Lockhart nelle stagioni 3 e 4 di Homeland, che è attualmente il direttore della CIA.

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Vediamo come riesco a parlare di Lost in qualunque articolo.
Le indagini per la scomparsa di Amy sono condotte dalla detective Rhonda Boney, interpretata da Kim Dickens, che aveva una piccola parte in Lost: era Cassidy Phillips, una donna da poco divorziata che viene truffata da Sawyer. Cassidy era innamorata di lui e gli dà una figlia, Clementine. In più Cassidy conosce Kate e le due diventano amiche.

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Kim Dickens in Gone Girl
Kim Dickens in Lost
Kim Dickens in Lost

In Gone Girl, nel ruolo di Desi Collings, vediamo anche Neil Patrick Harris, che è “un attore, cantante, doppiatore, ballerino, presentatore e prestigiatore statunitense, noto soprattutto per la serie televisiva Doogie Howser e la sitcom How I Met Your Mother”. In quest’ultima interpreta Barney Stinson.

Desi: You’re not bored?
Amy: Desi, how could I be bored? You can discuss 18th-century symphonies, 19th-century impressionists, quote Proust in French,…

Neil Patrick Harris
Neil Patrick Harris

Oltre a Proust, nel film c’è almeno un altro riferimento letterario esplicito, quando Nick dice a Amy:

You were an alienated teen and only Elizabeth Bennet understood you.

Elizabeth “Lizzy” Bennet è la protagonista femminile di Orgoglio e pregiudizio, romanzo di Jane Austen pubblicato nel 1813.
Elizabeth è intelligente, razionale, forte, ma anche sensibile e femminile.
Curiosamente, il personaggio di Amy, che nell’adolescenza si identificava con Elizabeth Bennet, è interpretato da Rosamund Pike, attrice britannica che tra le altre cose ha recitato proprio in Orgoglio e pregiudizio, il film del 2005 diretto da Joe Wright, dove però interpretava Jane Bennet. Jane è la prima delle cinque sorelle, ed è considerata la più bella. Nel film, Keira Knightley era Elizabeth Bennet.

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Rosamund Pike in Orgoglio e pregiudizio

Cercando informazioni su Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice), ho scoperto per caso Orgoglio e pregiudizio e zombie (Pride and Prejudice and Zombies), romanzo di Seth Grahame-Smith che unisce il classico della Austen con gli zombie. Uscirà presumibilmente nel 2015 un adattamento cinematografico. “Il romanzo segue la trama originale di Orgoglio e pregiudizio, ma tutta la vicenda si svolge in un universo alternativo in cui l’Inghilterra di inizio Ottocento è infestata da zombie assassini.”

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Rosamund Pike ha fatto anche La versione di Barney (Barney’s Version), il film del 2010 diretto da Richard J. Lewis e basato sull’omonimo romanzo di Mordecai Richler. Rosamund Pike era Miriam, conduttrice radiofonica newyorkese, la terza moglie di Barney e suo grande amore, conosciuta al ricevimento del secondo matrimonio dello stesso Barney.

Barney's Version

Gone Girl, attraverso continui flashback, ripercorre i cinque anni di matrimonio dei protagonisti Nick e Amy, che festeggiano ogni anniversario seguendo scrupolosamente la tradizione. Ogni anniversario infatti viene tradizionalmente chiamato con il nome di un materiale, diverso ogni anno, e “i nomi dati ai vari anniversari sono una guida per i regali appropriati che gli sposi si scambieranno o, se hanno organizzato una festa, dei regali che gli invitati potranno consegnare agli sposi.”

A questo proposito, un dialogo tra Nick e la sorella Margo:

Nick: Year one, the traditional gift was paper. She got me a beautiful notebook. Told me to go write my novel.
Margo: What did you get her?
Nick: A kite. She had never flown a kite.
[…]
Margo: What’s the gift for five?
Nick: Wood.
Margo: So, what did you get her?
Nick: There’s no good gift for wood.
Margo: I know! Go home, fuck her brains out, slap her with your penis: “There’s some wood for you, bitch!”

La tradizione ha origine nella Germania medievale, mentre tutti i regali attuali sono stati stabiliti nel Novecento. Possono variare a seconda dei paesi, ma alcuni sono condivisi nella maggior parte dei luoghi.
L’ordine dei materiali, secondo Wikipedia, è “dal più fragile al più solido, proprio per simbolizzare la maggiore forza che via via la relazione va acquisendo”. Dunque la lana è più solida del ferro. Uhm.
Alcuni materiali particolari (che però appaiono soltanto nella lista della Wikipedia italiana, non in quella inglese):
11 Acero (nozze d’acero?)
16 Edera (nozze d’edera?!)
23 Acqua
27 Giaietto
31 Ebano
36 Silice
42 Diaspro
48 Feldspato
100 Osso (!)

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Nel film si vedono i burattini Punch and Judy: Mr. Punch e sua moglie Judy sono due maschere inglesi tradizionali, utilizzate nei teatri dei burattini, molto popolari nel mondo anglosassone.
Il personaggio di Mr. Punch deriva dall’italiano Pulcinella, anglicizzato in Punchinello e poi abbreviato in “Punch”. Mr. Punch è un eroe negativo, violento e imbroglione. Porta sempre con sé un grande bastone, che solitamente usa per picchiare gli altri personaggi che compaiono nelle scenette.

Punch and Judy è anche una canzone di Elliott Smith.

Gillian Flynn
Gillian Flynn

Gone Girl è un thriller, per cui starò particolarmente attenta a spoilerare il meno possibile. Questo film, ma anche il romanzo, ha sollevato un discreto dibattito su una questione di genere.
L’autrice Gillian Flynn ha spiegato che intendeva smentire l’idea diffusa che le donne siano buone per natura, e spesso anche vittime (degli uomini), e voleva mostrare come le donne possano essere cattive e violente come lo sono gli uomini.
Ma molte femministe (e non solo) hanno visto quel personaggio di donna cattiva come l’ennesimo esempio del mito misogino che vede le donne come eterne manipolatrici, pazze e diaboliche, disposte a usare l’inganno e a sfruttare il proprio potere seduttivo per raggiungere i propri obiettivi.
Inoltre, nel film compare la storia di un falso stupro: una sera lei si presenta a casa del malcapitato con un vestito sexy e una bottiglia di bourbon, e lo induce a una nottata di sesso selvaggio ma consensuale. Il giorno dopo, lei si procura dei lividi e dei segni di legature ai polsi, e lo denuncia per stupro.
Ora, sembra che i falsi stupri, inscenati da donne vendicative, siano estremamente rari. Molto, molto più frequenti sono i casi di donne che hanno effettivamente subito violenze ma che non sporgono denuncia, oppure le cui denunce non vengono accolte da agenti scettici, tendenti a pensare che queste donne si stiano inventando tutto o stiano semplicemente esagerando.

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il film della domenica: #1 the namesake

Da anni, ormai, la mia dipendenza da serie televisive mi ha allontanata dal cinema. Nel tentativo di rimediare, sto cercando di guardare almeno un film alla settimana, ogni domenica. Ho quindi deciso di dare inizio a una rubrica: con cadenza all’incirca settimanale, parlerò qui dei film visti, con l’aggiunta di informazioni varie, come al solito. La scelta dei film, coerentemente con lo spirito del blog, sarà a casaccio.
(Qualcuno potrebbe obiettare che oggi non è domenica: costui non sa che il tempo, qui a casa wellentheorie, scorre in modo anomalo).

Questa domenica ho guardato The Namesake: film del 2006, tratto dal romanzo The Namesake di Jhumpa Lahiri.
In italiano il libro è strato tradotto L’omonimo, mentre il film si chiama Il destino nel nome (che, tra parentesi, non ha molto senso).

Namesake” si può tradurre con “omonimo”, cioè una persona che ha lo stesso nome di un’altra, ma il suo significato più specifico è quello di persona “named after another”, cioè una persona a cui è stato dato il nome di un’altra (da noi, ad esempio, è abbastanza comune dare a un bambino il nome di un nonno). “Namesake” si usa anche in riferimento a cose, luoghi, idee: ad esempio aziende, prodotti commerciali, scoperte scientifiche o teorie che portano il nome del loro fondatore/inventore/autore.
In questo caso, si tratta del protagonista del romanzo e del film, chiamato Gogol in omaggio allo scrittore russo.

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Il film è stato diretto da Mira Nair, indiana, regista anche di Monsoon Wedding – Matrimonio indiano (2001) e di un episodio di 11 settembre 2001 (11’09″01, film del 2002, composto da undici episodi diretti da undici registi provenienti da undici Paesi diversi).

Il protagonista, Nikhil “Gogol” Ganguli, è interpretato da Kal Penn, attore americano di origini indiane, che ha fatto numerosi film ed è apparso anche in How I Met Your Mother e Dr. House.
Nelle due immagini in basso, tratte dal film, un rito funebre indù: tutti i figli maschi del defunto sono tenuti a radersi i capelli in segno di lutto.

Kal Penn

Il padre del protagonista, Ashoke Ganguli, è Irrfan Khan. Ha recitato in molti film tra cui Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007) di Wes Anderson, The Millionaire (Slumdog Millionaire, 2008) di Danny Boyle, Vita di Pi di Ang Lee (2012), The Lunchbox di Ritesh Batra (2013).

Irrfan Khan in: In Treatment, The Namesake, Vita di Pi e The Lunchbox.
Irrfan Khan in: In Treatment, The Namesake, Vita di Pi e The Lunchbox.

Nel 2010 ha interpretato Sunil, un paziente dello psicoterapeuta Paul Weston (Gabriel Byrne) nella terza stagione di In Treatment. Sunil, rimasto vedovo, si trasferisce da Calcutta (che – ho scoperto – ufficialmente si chiama Kolkata) a Brooklyn, e soffre per le profonde differenze tra la sua cultura di origine e quella americana. Jhumpa Lahiri ha lavorato come consulente per sviluppare questo personaggio e precisare come un uomo bengalese possa percepire la vita negli Stati Uniti.

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Curiosità inutili: in Vita di Pi, dove Irrfan Khan è Pi in versione adulta, Pi a diciassette anni è Suraj Sharma, giovane attore indiano che di recente ha interpretato Aayan Ibrahim nella quarta stagione di Homeland. Sempre nella quarta stagione di Homeland, c’è una tipa cattiva un po’ misteriosa: l’attrice è Nimrat Kaur, che è stata coprotagonista con Irrfan Khan in The Lunchbox.

Suraj Sharma e Nimrat Kaur
Suraj Sharma e Nimrat Kaur

Tornando a The Namesake: nel ruolo di Moushumi Mazoomdar, c’è Zuleikha Robinson, attrice britannica meglio conosciuta (almeno per me) come Ilana Verdansky nella quinta e sesta stagione di Lost (è quella che esplode!) e come Roya Hammad nella seconda stagione di Homeland.

Zuleikha Robinson in The Namesake, Lost e Homeland
Zuleikha Robinson in The Namesake, Lost e Homeland

Il film è piuttosto fedele al libro, a parte l’inserimento di un breve balletto stile Bollywood e di una citazione di Joseph Campbell (follow your bliss – di cui tra l’altro avevo parlato qui), e soprattutto a parte il fatto che riassume in un paio d’ore tutta la vita del protagonista, originariamente raccontata in oltre 300 pagine: come spesso accade in questi casi, il film, rispetto al libro, risulta super condensato e mancano moltissimi dettagli e spiegazioni.

Jhumpa Lahiri
Jhumpa Lahiri

Il libro, The Namesake, del 2003, è il primo romanzo di Jhumpa Lahiri.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra da genitori bengalesi. La famiglia si è poi trasferita negli Stati Uniti quando lei era piccola (esattamente come il personaggio di Moushumi in The Namesake). E proprio come il protagonista del suo romanzo, Jhumpa Lahiri ha vissuto una certa confusione tra il suo daknam e bhalonam:

la prassi della scelta del nome in Bengala prevede che ciascuno abbia due nomi. In bengalese, soprannome si dice daknam, e vuol dire, letteralmente, nome con cui si viene chiamati dagli amici, dai familiari, dalle persone care, a casa e in altre situazioni intime, confidenziali. […]
A ogni soprannome, si accompagna un nome pubblico, il bhalonam, che identifica ciascuno nel mondo esterno. Di conseguenza, i nomi pubblici appaiono sulle buste, sui diplomi, sulla guida del telefono, e in tutte le altre situazioni ufficiali.

Questa usanza, importante per le famiglie bengalesi, non è però condivisa paese dove sono emigrate. Negli Stati Uniti, come i signori Ganguli nel romanzo fanno notare con un vago disprezzo, addirittura un presidente può chiamarsi Jimmy. Quando il protagonista, bambino, affronta il primo giorno di scuola, i genitori pretendono che sia usato il suo nome ufficiale: Nikhil. Ma lui, da sempre chiamato Gogol, non risponde al nuovo nome, e l’insegnate si adegua alle preferenze del bambino. “E le preferenze dei genitori?”, protestano i signori Ganguli.
Anche l’autrice ha un nome ufficiale: Nilanjana Sudeshna. Ma da quando ha cominciato la scuola negli Stati Uniti, è sempre stata chiamata con il suo soprannome Jhumpa. L’identità divisa tra due nomi e due culture, vissuta in prima persona dall’autrice, è diventato il tema centrale del romanzo.

#34 may 1

Nell’episodio Beirut Is Back di Homeland (stagione 2, episodio 2) Nicholas Brody invia un sms con scritto “May 1”.
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A me sembrava una domanda: “may one…?”, ma non aveva molto senso. Scrivendo “may one” su Google, il completamento automatico suggerisce “May one be pardon’d and retain th’ offence?”. Che è un verso dell’Amleto di Shakespeare (pronunciata da Claudio, re di Danimarca e zio di Amleto).

Ma con May 1 o May Day si intende la giornata del primo maggio, e relativa festività. Il primo maggio, o in generale all’inizio di maggio, si festeggiava anticamente e si festeggia tuttora l’arrivo della primavera, come simbolo di rinascita, di ritorno alla vita. In Italia la tradizione è ancora diffusa in alcune regioni con il nome di Calendimaggio o cantar maggio, in riferimento ai canti popolari tipici della festa.
Come è noto, il primo maggio è anche la Festa dei lavoratori, celebrata in molti Paesi del mondo (International Workers’ Day).
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Ma Brody non parlava di lavoro né di primavera: nel messaggio ha usato “May 1” come sinonimo, più breve, di “May Day”, volendo intendere “mayday”. (Nel contesto, la scelta non è esattamente appropriata perché “mayday” significa “richiesta di aiuto, sono in pericolo”, non “stai attento, sei in pericolo”… Ma Brody aveva fretta…)

Mayday è un’espressione “utilizzata in radiofonia, da parte di un’imbarcazione o di un velivolo, per indicare un’immediata necessità di aiuto”. È un segnale internazionale che va ripetuto tre volte di seguito (“mayday mayday mayday”) per essere sicuri di essere compresi e di evitare fraintendimenti.
Tradotto parola per parola, suona piuttosto buffo: maggio giorno! maggio giorno! maggio giorno!
L’espressione in realtà ha poco a che fare con la giornata: deriva dalla grafia anglicizzata del francese “m’aider”, o “venez m’aider” (aiutatemi, venite ad aiutarmi). Venne proposta nel 1923 da Frederick Stanley Mockford. Si cercava una parola da usare come richiesta d’aiuto: doveva essere capìta facilmente in ogni situazione, nonostante l’audio disturbato ad esempio, e da chiunque, qualunque lingua parlasse.
Mayday si usa per le emergenze gravi, in cui ci sia una vita in pericolo. Per richieste di soccorso non urgente si usa invece pan-pan, dal francese “panne”. Ad esempio per un guasto meccanico o il carburante esaurito. Anche questo va convenzionalmente ripetuto tre volte: “pan-pan pan-pan pan-pan” (insomma, sei volte “pan”…).
L’espressione mayday è ufficialmente in uso dal 1927. Prima di allora di usava SOS. Anche SOS, in sé, non vuol dire molto. Non è un acronimo (tipo “save our ship”). L’espressione è nata nell’ambito delle trasmissioni in codice Morse e le tre lettere sono state scelte solo perché facili da memorizzare e trasmettere, difficili da fraintendere: tre punti, tre linee, tre punti.
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Siccome la storia finisce qui, ne approfitto per aggiungere una foto di Rupert Friend, sempre piacevole da guardare. Dall’episodio The Yoga Play (s03 e05), la risposta di Peter Quinn a Saul Berenson che, vestito per andare a caccia di anatre, aveva chiesto “come sto?”

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#30 lewis and clark

Nell’episodio The Weekend di Homeland (s01e07) Carrie Mathison racconta come da bambina, insieme alla sorella, giocasse a fare “Lewis and Clark”:

“There’s actually a really beautiful waterfall out there. My sister and I would hike to it every day in the summer, take our compasses and notebooks, play Lewis and Clark.”
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“So were you Lewis or Clark?”
“Oh, had to be Lewis.”
“Why?”
“I like the name Meriwether.”

Meriwether, raramente usato come nome di battesimo, è più che altro un cognome. Nel caso di Lewis, Meriwether era il cognome della madre, Lucy Meriwether.
Ma ci sono almeno un altro paio di ragioni per cui Carrie Mathison preferiva il ruolo di Lewis: era il capo, e probabilmente soffriva di disturbo bipolare.

La spedizione di Lewis e Clark è un pezzo di storia americana che io però ignoravo: “condotta da Meriwether Lewis e William Clark, fu la prima spedizione statunitense a raggiungere la costa pacifica via terra.

La spedizione fu commissionata dal presidente Thomas Jefferson, poco dopo il cosiddetto “acquisto della Louisiana” (Louisiana Purchase) nel 1803, con cui gli Stati Uniti acquisirono dai francesi un vasto territorio conosciuto all’epoca come Louisiana francese (comprendeva gli odierni stati: Arkansas, Missouri, Iowa, Oklahoma, Kansas, Nebraska, Dakota del Sud, Wyoming, e parte di Minnesota, Dakota del Nord, Nuovo Messico, Texas, Montana, Colorado e Louisiana).
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Gli obiettivi della spedizione erano esplorare e mappare i territori occidentali, a partire dalla stessa Louisiana, ma anche studiare piante, animali selvatici, e le tribù indiane.

Il gruppo, chiamato Corps of Discovery, era formato da una cinquantina di volontari e condotto dal capitano Meriwether Lewis e dal suo amico e secondo luogotenente Willam Clark.

Partirono nel maggio del 1804 da St. Louis, navigando sul fiume Mississippi con un barcone carico di provviste e medicinali. Clark era più propenso a rimanere a bordo a disegnare mappe (era un ottimo cartografo) mentre Lewis se ne andava in giro studiando rocce, piante e animali. In tutto furono osservate e catalogate alcune centinaia di specie animali e vegetali sconosciute sulla costa orientale, ad esempio coyote, antilopi, alci, cani della prateria. Un esemplare di quest’ultimo fu recapitato al presidente Jefferson, dentro a una scatola. Alcune delle specie scoperte furono poi chiamate in omaggio a Lewis, ad esempio il genere Lewisia, una pianta molto carina che cresce bene anche da noi ed è piuttosto facile da coltivare. Lo so perché ne possiedo una, sul balcone. 🙂
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I Corps of Discovery incontrarono durante il viaggio molte tribù di nativi americani: Oto, Missouri, Sioux Yankton, Sioux Teton, ecc. Gli incontri potevano diventare conflittuali, ma spesso il confronto era pacifico: parlavano e si scambiavano doni, in particolare gli statunitensi regalavano medaglie di pace (‪Indian Peace Medal‬s) A volte gli incontri erano così pacifici che gli indiani offrivano le proprie mogli ai visitatori. Per scopi ricreativi, diciamo. Pare che gli indiani credessero che le donne potessero appropriarsi del potere spirituale di quegli uomini durante l’atto sessuale. Una teoria che i Corps of Discovery sembrano avere apprezzato, a giudicare dall’ampia diffusione di malattie veneree. In ogni caso, per molte delle tribù indigene si trattò del primo contatto con popoli di origine europea, mentre dal punto di vista di Lewis fu l’occasione per un primo studio etnografico e per porre le basi per futuri sviluppi commerciali.
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Durante l’inverno 1804-05 il gruppo si accampò nell’attuale Dakota del Nord. Il cibo scarseggiava e le condizioni meteo erano ostili, ma a salvare la situazione arrivò Sacajawea, una nativa americana, e suo marito Toussaint Charbonneau, commerciante franco-canadese, i quali si unirono alla spedizione. Sacajawea (o Sacagawea) era la sorella del capo-tribù dei Shoshoni. Il suo aiuto fu fondamentale per le traduzioni e la mediazione con le tribù indigene, e anche nella ricerca del cibo.

Nel dicembre 1805 gli esploratori arrivarono al monte Hood, vicino all’oceano, nell’attuale Oregon. Tornarono a St. Louis nel settembre 1806.

Lewis soffrì di depressione e alcolismo, e cinque anni dopo il ritorno dalla spedizione morì per un colpo d’arma da fuoco, probabilmente suicida.
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La storia di Lewis e Clark e Sacajawea deve essere molto importante nell’immaginario americano: le sono stati dedicati francobolli, film, canzoni, toponimi, statue, e anche parte di un episodio dei Simpson (Margical History Tour, stagione 15, episodio 11) in cui Meriwether Lewis e William Clark sono interpretati rispettivamente da Lenny e Carl, mentre Lisa è Sacajawea, sposata con Milhouse (qui un video).

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