NoFap, “atti impuri” e dipendenze

cactus masturbazione fap

Nel corso delle mie sconfinate e bislacche peregrinazioni nel web, mi sono imbattuta nell’esistenza di NoFap. Nato su Reddit nel 2011, è oggi un sito e community che funge da gruppo di supporto per chi vuole astenersi dalla pornografia e dalla masturbazione.

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Il logo di NoFap (condiviso nel rispetto delle loro Trademark Guidelines).

Il verbo inglese to fap è un neologismo onomatopeico che richiama il suono della masturbazione maschile, ed è tra l’altro divenuto ampiamente noto in seguito a The Fappening, quando cioè nell’agosto 2014 furono rubate da iCloud e diffuse online numeroso foto private di vari personaggi famosi, soprattutto donne, che scatenarono un’ondata di autoerotismo in tutto il mondo.

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Il meme del Fap Guy
Ma non divaghiamo.

Uno si immagina che quelli di NoFap, che tra loro si chiamano Fapstronauts, siano un gruppo di fanatici religiosi.
In Italia c’è un’associazione del genere: è Puri di cuore, di ispirazione cattolica, che si prefigge gli scopi di promuovere la castità, “rendere consapevoli del problema sommerso della pornografia”, e “indicare alle persone cadute nella dipendenza dall’erotismo compulsivo e dalla pornografia vie di liberazione e guarigione” (fonte: statuto dell’associazione). Hanno una pagina Facebook dove potrete rimanere sempre aggiornati sui loro incontri e seminari.

Ewok Porn
Internet ha reso la pornografia disponibile proprio a tutti (foto di Hypnotica Studios Infinite, CC BY 2.0)

In effetti, la Bibbia si esprime abbastanza chiaramente contro la pornografia (Matteo 5:27-28), ma proibisce davvero la masturbazione?
No, perché nella Bibbia non c’è alcun riferimento esplicito alla masturbazione. Ci sono vari brani piuttosto vaghi che possono essere interpretati in questo senso, ma, per dire, l’accenno più significativo è nella Lettera ai Galati (5:19), che contiene una lista di generiche “opere della carne” da non fare, che include “impurità”, in cui potrebbe rientrare la masturbazione.
La stessa Lettera ai Galati (5:13-14) dice:

13 Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri; 14 poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso».

Il motto finale a me sembra un esplicito invito all’autoerotismo (possibili parafrasi: “Ama te stesso e ama il tuo prossimo”, “Per dare amore al prossimo devi imparare ad amare te stesso”), ma sarà un’interpretazione mia, anche perché, nonostante manchino specifiche indicazioni bibliche, parte del mondo cristiano (cattolici, pentecostali, ecc.) condanna la masturbazione come un peccato grave, oppure la sconsiglia vivamente (testimoni di Geova).
Da notare che Wikipedia, alla voce “Masturbazione e religioni”, conclude così:
chiese luterane wikipedia masturbazione

Ci sarebbe il sesto comandamento, che secondo la tradizione cattolica è un vasto “Non commettere atti impuri”. In realtà nel testo biblico il divieto recita “Non commettere adulterio” (Esodo 20:14, Deuteronimo 5:18).

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Mosè con le tavole della legge, illustrazione di Gustav Doré (opera nel pubblico dominio, fotografata da Ed Suominen, CC BY 2.0)

La Bibbia non si occupa della masturbazione, mentre invece si premura di condannare aspramente, tra le altre cose, i rapporti omosessuali (Levitico 18:22), i tatuaggi (Levitico 19:28), mangiare crostacei e molluschi (Levitico 11:9-12), e indossare tessuti misti (Levitico 19:19).

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Peccaminosi molluschi. (Foto di Adrien Sala da Unsplash)

Ma torniamo a NoFap, che non è un covo di estremisti religiosi: sulla home si definiscono “Science-based, secular, and sex-positive”. NoFap promuove l’astinenza da pornografia, masturbazione, e, in certi casi, dal sesso in generale, per un periodo di tempo. Si parla soprattutto di liberarsi da un utilizzo massiccio di materiale pornografico e da comportamenti sessuali compulsivi. NoFap aiuta per mezzo del sito, dei forum, delle app, e in generale della community per generare motivazione attraverso il confronto e la gamification (le NoFap challenges). Non sono contrari alla masturbazione in sé (non è la masturbazione in sé che “su basi scientifiche” è poco salutare) e non sostengono l’astinenza a vita, ma solo per un periodo necessario a “riprogrammare” il proprio cervello e la propria quotidianità verso comportamenti sessuali più equilibrati. Promuovono invece la rinuncia totale e permanente alla pornografia, considerata pericolosa e capace di creare disastrose dipendenze. (Fonte).

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Insomma, devo ammettere che mi aspettavo dei fanatici anti-pippe, mentre in realtà si focalizzano sulle dipendenze, sui comportamenti eccessivi e compulsivi che finiscono effettivamente per influire e rovinare la vita psicologica e relazionale delle persone. Ero un po’ scettica sull’astinenza a vita dal porno, ma immagino che per un “ex tossico” sia difficile ricreare un rapporto sano con l’oggetto della sua dipendenza, e sia più sicura la totale rinuncia, come per gli alcolisti. Ho l’impressione che questo tipo di movimenti enfatizzi un po’ troppo il lato negativo e rischioso di masturbazione e pornografia, che sono sì due cose che, più di altre, possono causare serie dipendenze, ma possono anche essere utilizzate con ragionevole moderazione e piacevole giovamento.

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Ecco cosa succede quando cerchi immagini a tema masturbatorio su un onesto sito di foto di pubblico dominio. (Foto di Lizzie da Unsplash). 

In effetti, la dipendenza dalla pornografia è una cosa reale. Può essere causata, come altri tipi di dipendenze, da ragioni profonde, come ansia, depressione, stress, e da un disordine del sistema di ricompensa (reward system) del cervello.
Il sistema di ricompensa è un insieme di strutture cerebrali che contribuiscono all’apprendimento: in occasione di ogni comportamento utile da un punto di vista evolutivo, come quelli legati al cibo e alla riproduzione, vengono rilasciati dopamina e altri neurotrasmettitori che ci fanno sentire bene. In questo modo determinati comportamenti ricevono un rinforzo positivo, e nel tentativo di riprodurre la sensazione piacevole, cercheremo di reiterare l’esperienza. È però un sistema relativamente grezzo che non sa distinguere un rapporto sessuale con effettive possibilità riproduttive da una sessione solitaria di PornHub. E soprattutto, che si tratti di porno, sesso, cibo, o persino social media (si veda ad esempio qui o qui), se questo meccanismo funziona male, finisce per alimentare una dipendenza: si hanno assuefazione (innalzamento della soglia di tolleranza), comportamenti compulsivi, incapacità di farne a meno.
E anche la Bibbia vi mette in guarda, perché va bene tutto, ma con buon senso: «ogni cosa mi è lecita, ma non mi lascerò dominare da cosa alcuna» (Corinzi 6:12).

Per approfondire, ecco un video di AsapSCIENCE sulla dipendenza da porno:

E voi, cari cinque lettori, cosa ne pensate? Esprimete tutte le vostre controverse opinioni nei commenti.


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I Pirahã e i numeri

Daniel Everett

Daniel Everett

Daniel Everett nasce nel 1951 a Holtville, California, vicinissimo al confine con il Messico.
Sua madre muore per un aneurisma cerebrale quando lui ha solo 11 anni, e da allora vive con il padre alcolizzato, che lo porta regolarmente oltre il confine messicano dove vanno in giro a bere e per bordelli (fonte).

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Holtville, California

Da ragazzo suona la chitarra in rock band, fa uso di droghe, fino all’estate del 1968 quando, mentre dilaga la contestazione, Everett incontra Keren Graham e i suoi genitori, due missionari cristiani. Si converte al cristianesimo e un anno dopo, a 18 anni, sposa Keren.
Negli anni ’70 i due si iscrivono al Summer Institute of Linguistics (ora SIL International), un’organizzazione cristiana il cui obiettivo è studiare e documentare tutte le lingue del mondo, e tradurre la Bibbia nelle lingue locali, con una particolare attenzione per le società non alfabetizzate. Studiano linguistica, tecniche di traduzione, strategie da usare sul campo.
Riconoscendo il talento di Everett per l’apprendimento delle lingue, quelli del SIL lo invitano a studiare la lingua della popolazione Pirahã, in Amazzonia.
Alcuni missionari avevano in precedenza vissuto con i Pirahã e tentato di impararne la lingua con scarsi risultati, soprattutto per la difficoltà della pronuncia e la grammatica inusuale.
Nel 1977 Daniel Everett, con la moglie Keren e i tre figli, si stabilisce in un villaggio Pirahã.

Daniel Everett con la famiglia

I Pirahã

I Pirahã (pronunciato pi-da-hàn) vivono in una riserva nella Foresta Amazzonica in Brasile. Abitano in villaggi nella zona del fiume Maici. Sono circa 360 persone (altre fonti dicono da 150 a 420, immagino che dipenda dal momento storico e dalle epidemie di malaria).
Sono cacciatori-raccoglitori: mangiano pesce e piccoli animali, raccolgono manioca e frutti selvatici. Non hanno alcun tipo di agricoltura né allevamento. Non hanno una gerarchia sociale.

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Costruiscono semplici capanne con foglie di palma e bastoni. Usano pochissimi utensili, tra cui pentole, cesti, coltelli, archi e frecce. Fanno scambi con commercianti brasiliani, che in cambio di prodotti come noci e legname danno loro vestiti e linguette di lattine (i Pirahã ne fanno collane). Con gli scambi ottengono anche canoe, che non hanno mai voluto imparare a costruire da soli.
Sono tendenzialmente monolingui. Non hanno alcuna forma di scrittura, e non hanno una memoria storica e collettiva oltre una o due generazioni. Non hanno nessun mito sull’origine del mondo. Tengono poco in considerazione il passato, e anche il futuro: non pianificano, non conservano il cibo, non costruiscono né mantengono case e strumenti affinché possano durare. Vivono il presente.

Piraha village

(Recentemente il governo brasiliano ha portato nella comunità Pirahã un ambulatorio medico e una scuola: sono innovazioni che hanno i loro ovvi lati positivi ma, al contempo, rischiano di contaminare e distruggere la cultura di questo popolo.)

La lingua Pirahã

La lingua Pirahã è tra le lingue con il minor numero di fonemi al mondo: hanno solo tre vocali e otto (o dieci) consonanti. Le parole assumono significati diversi in base al tono con cui sono pronunciate (è una lingua tonale come il cinese mandarino). Donne e uomini utilizzano due modelli di pronuncia leggermente diversi.
Hanno nomi per ogni specie animale e vegetale del loro ambiente. Non hanno parole specifiche per i colori, e nel caso li descrivono con espressioni tipo “del colore del sangue”.

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La più simpatica peculiarità della lingua Pirahã è che non ha numeri, né cardinali né ordinali. Hanno tre parole per parlare di quantità: hói, “pochi”, “una piccola quantità”, e hoí, “un po’ di più”, “una quantità più grande”, e baágiso, “tanti”, “un mucchio” (si veda questo breve video con Everett, tratto da questo documentario). In un primo momento Everett aveva pensato che hói significasse “uno” e hoí “due” , ma poi si è reso conto che erano solo quantità approssimative.
Il punto è che il loro stile di vita e le loro attività quotidiane non rendono affatto necessario saper contare e usare numeri precisi. Secondo Everett, non è che non sono capaci di contare, è che scelgono di non farlo. Non si tratta di ridotte capacità cognitive.
I Pirahã sono inoltre ostinatamente chiusi nei confronti del resto del mondo: considerano la propria cultura completa, e non sentono alcun bisogno né curiosità di introdurre novità. Rifiutano quasi ogni cosa provenga dall’esterno.

1981
Everett con i Pirahã nel 1981

Everett, i Pirahã, e Gesù

Daniel Everett, coerentemente con la sua quest di missionario cristiano, ha a lungo tentato di convertire i Pirahã, parlando loro di Gesù e della Bibbia. I Pirahã, coerentemente con il loro disinteresse verso tutto ciò che va al di là del presente Pirahã, non sono rimasti per niente impressionati (Everett parla anche di questo in un suo simpatico TEDx Talk).
Cito:

For a while, Everett kept on telling the Pirahã about Jesus. But the fact that he had not met Jesus proved to be an impediment. Because the Pirahã live in the present, they can’t get excited about the past.

La vita con i Pirahã ha invece fatto vacillare la fede di Everett, che diventa ateo attorno al 1985. Mantiene il segreto per 19 anni, e quando si decide a “fare outing”, la moglie chiede il divorzio e due dei tre figli tagliano i contatti con lui.

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I Pirahã, Sapir e Whorf

Un sostenitore dell’ipotesi Sapir-Whorf potrebbe affermare che, siccome la lingua Pirahã non ha nomi per i numeri, allora i suoi parlanti non sanno contare. La loro lingua dà forma alla loro visione del mondo e, in questa visione, non ci sono quantità precise e numerabili.
Ma sarebbe strano se i Pirahã, con il loro attuale stile di vita, disponessero di parole e tecniche per contare e misurare con esattezza grandi quantità. Vivendo in quel modo, cosa se ne fanno di sapere che anno e che giorno è, quante ore lavorano al mese, quante visualizzazioni hanno su YouTube? Il rapporto causa-effetto è piuttosto il contrario: non contano (non ne hanno bisogno), e dunque non hanno parole per contare. Sono il loro stile di vita, la loro cultura e società a plasmare il loro vocabolario.
Daniel Everett si spinge oltre, e inverte del tutto l’ipotesi whorfiana sostenendo che la cultura Pirahã abbia determinato l’intera grammatica Pirahã. Steven Pinker (lo si vede nel documentario) appare piuttosto scettico.

Everett ha inoltre litigato con Noam Chomsky riguardo al principio della ricorsività o ricorsione (recursion), ma questa è un’altra storia.

Fun fact: potete acquistare magliette e accessori vari sulla lingua Pirahã.


 

Grandi cambiamenti qua su Wellentheorie: mi sono stancata di numerare i post. Da oggi viviamo più alla Pirahã.

#107 susanna e i vecchioni

Susanna è una giovane donna, straordinariamente bella e molto religiosa, sposata con Ioakìm.
Due anziani signori, molto rispettati nel paese, che frequentano abitualmente la casa di Ioakìm e vedono spesso Susanna mentre passeggia nell’ampio giardino dell’abitazione, sono entrambi attratti dalla sua bellezza e coltivano fantasie lussuriose su di lei: all’inizio nessuno dei due osa confessare all’amico questa folle passione, ma poi ne parlano e diventano complici. In una calda giornata estiva si appostano, nascosti, nel giardino e la spiano. Appena Susanna rimane sola, i due arrapati corrono da lei e le propongono di abbandonarsi con loro ad attività erotiche e licenziose. La minacciano, nel caso si rifiutasse, di raccontare pubblicamente di averla vista mentre svolgeva attività di quel tipo con un giovane amante. La pia e casta Susanna è disperata ma non cede ai due vecchi porci, che mettono subito in atto la minaccia.
Tutti stentano a crederci, perché Susanna è una brava ragazza, ma siccome siamo nella Babilonia del VI secolo a.C., un’accusa di adulterio è piuttosto grave e si finisce in tribunale. Gli anziani vengono creduti, e Susanna è condannata a morte. Allora si rivolge a dio, il quale ovviamente ha visto tutto e sa la verità.
A questo punto si fa avanti Daniele, che è praticamente un ragazzino dotato di capacità profetiche. Daniele parla al popolo: «Siete così stolti…? … Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei». Il popolo gli crede sulla parola. Dopo un interrogatorio più accurato, e vagamente intimidatorio («la tua menzogna ti ricadrà sulla testa! Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire!»), la verità salta fuori e i due vecchi dissoluti vengono condannati a morte e dunque uccisi. Il racconto si conclude in un’atmosfera di gioia, riconciliazioni e festeggiamenti, con il commento “In quel giorno fu salvato il sangue innocente”.

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Susanna e i vecchioni (1649-1650) di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (1591-1666).

Il racconto si trova nell’Antico Testamento, al capitolo 13 del Libro di Daniele (da alcuni considerato apocrifo o deuterocanonico).
Il “lieto fine” (l’esecuzione di due esseri umani non mi sembra comunque lietissima) manda un messaggio molto chiaro: la virtù viene sempre ricompensata mentre il peccato viene sempre punito, e anche se il sistema della giustizia umana può commettere errori, alla fine prevale sempre la giustizia divina che per definizione non sbaglia un colpo. Più in generale, la storia simboleggia la salvezza finale dei veri credenti.

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L’episodio rappresentato in un manoscritto bizantino.

La storia di Susanna (o Shoshana, in ebraico) ha nei secoli stimolato la fantasia degli artisti, che l’hanno rielaborata in poesie, opere musicali, dipinti. In particolare, decine di pittori hanno scelto di raffigurare il momento in cui i due zozzoni sorprendono Susanna da sola. Ho dimenticato di specificare che la virtuosa Susanna, credendosi sola nel giardino, si stava facendo il bagno, ed era nuda. I pittori colgono dunque l’occasione di rappresentare la virtù che non cede alle tentazioni ma anche un nudo femminile (circondato da due vecchi bavosi). Il titolo tradizionale di questo tema iconografico è Susanna e i vecchioni (Susanna and the Elders).

Jan Matsys Massys 1510–1575
Susanna e i vecchioni del fiammingo (credo) Jan Matsys (1510–1575).

L’entusiasmante differenza tra diffamazione e calunnia

Se fosse accaduto nella nostra attuale società, l’episodio di Susanna sarebbe un esempio di diffamazione: i vecchioni hanno comunicato a più persone una diceria che ha offeso la reputazione di Susanna (oggi, da noi, tradire il marito non è una cosa carina, ma non è un reato). Siccome invece in quel contesto l’adulterio era un crimine, punibile addirittura con la pena di morte, gli anziani hanno commesso una calunnia: sapendo che Susanna era innocente, l’hanno incolpata falsamente di un reato.
(Ringraziamo la mia mamma per la spiegazione).

Sexual harassment nell’Antico Testamento

Il comportamento dei vecchioni è, soprattutto, un esempio di sexual harassment.

Sexual harassment is bullying or coercion of a sexual nature, or the unwelcome or inappropriate promise of rewards in exchange for sexual favors.

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Sexual Harassment Panda, da South Park.

Ho trovato un articolo che oltre a raccontare e ad approfondire il racconto di Susanna, le origini del suo testo e le opere derivate, mette in dubbio la celebre “castità” di Susanna, chiedendosi: ma Susanna, non si era accorta che quei due bavosi la guardavano sempre? Con questo suo passeggiare quotidianamente in giardino, non è che faceva un po’ la civetta? E poi, non gliel’ha data perché è fedele al marito oppure perché erano due vecchi schifosi? Se si fosse trattato di un avvenente giovanotto, ci sarebbe stata?
Che è un po’ come quando si dice di una vittima di stupro: se indossava una minigonna ed era molto truccata, e magari gli ha pure sorriso, avrebbe dovuto aspettarselo, se l’è cercata, e in fondo era quello che voleva (che è una forma di victim blaming).

Victim blaming occurs when the victim of a crime or any wrongful act is held entirely or partially responsible for the harm that befell them.

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Ma non divaghiamo.

 

manoscritto medievale
La pudica Susanna si copre il décolleté mentre i due anziani cercano di convincerla gesticolando, in un manoscritto medievale.

La storia di Susanna è un tema iconografico ricorrente a partire dall’epoca delle catacombe. Riporto solo alcune opere.

Il Tintoretto ha dipinto una formosa Susanna, spiata dai due vecchi nascosti dietro una siepe in arditissimo scorcio prospettico.

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Susanna e i vecchioni (1557) di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (1519-1594).

Artemisia Gentileschi ha rappresentato l’episodio in almeno tre dipinti (del 1610, 1611, e 1649).

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Susanna e i vecchioni (1610) di Artemisia Gentileschi (1593-1653).

Hayez si è lasciato prendere dal nudo e si è dimenticato i vecchioni.

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Susanna al bagno (1850) di Francesco Hayez (1791-1882).

L’americano Thomas Hart Benton ha dipinto una moderna Susanna nel 1938, che scandalosamente mette in mostra i peli pubici (nell’arte più tradizionale i peli pubici non esistono: pensate alla Nascita di Venere di Botticelli, o alla Creazione di Adamo di Michelangelo. Che io sappia, non ci sono eccezioni. Qualcuno sa trovare un pube peloso nell’arte prima dell’Ottocento?).

Thomas Hart Benton
Susanna e i vecchioni (1938) di Thomas Hart Benton (1889–1975).

Persino Picasso ha affrontato il tema di Susanna, con il proprio stile.

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Susanna e i vecchioni (1955) di Pablo Picasso (1881-1973).

#97 cometa di halley

Nell’ultima parte del primo episodio di Love, di cui si è parlato negli ultimi due post (prima e seconda parte), Gus indossa una maglietta con la scritta “Official Comet Watcher – Halley’s Comet – Dec 15, 1985 – Apr 1, 1986”. Se vi piace, potete comprarla su Amazon.
La suddetta maglietta ha inoltre il merito di avermi fatto scoprire un sito, di cui ignoravo l’esistenza ma di cui sentivo da tempo la necessità, chiamato T-Shirts On Screen: cataloga screenshot di film e serie tv in cui i personaggi indossano magliette. È anche su Twitter. Meraviglioso.

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Gus con la maglietta della cometa.

Ma diciamo due parole sulla cometa di Halley. Da Wikipedia: «La Cometa di Halley, il cui nome ufficiale è 1P/Halley, è la più famosa e brillante delle comete periodiche provenienti dalla Fascia di Kuiper, le quali passano per le regioni interne del sistema solare ad intervalli di decine di anni».
Le comete sono piccoli corpi celesti composti prevalentemente da ghiaccio. Quelle periodiche sono comete che, percorrendo la loro orbita, arrivano in prossimità del nostro pianeta regolarmente ogni qualche decina o centinaia di anni. Il periodo orbitale della cometa di Halley è di circa 75 anni, perciò ogni circa 75 anni la cometa risulta visibile dalla Terra. È stata visibile l’ultima volta nel 1986 (l’anno commemorato nella maglietta di Gus) e si prevede che tornerà visibile nel 2061.

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L’orbita della cometa di Halley rispetto al sistema solare.

Numerosi testi antichi contengono testimonianze che potrebbero riguardare la cometa di Halley: la prima osservazione sembra in un testo cinese del 239 a. C. Più avanti, si trovano riferimenti in documenti babilonesi e anche nel Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo. Ci sono anche testimonianze visive: la cometa di Halley appare nell’arazzo di Bayeux (Bayeux Tapestry), un tessuto ricamato che racconta per immagini la conquista normanna dell’Inghilterra del 1066. Un’altra apparizione nel 1301 ha probabilmente ispirato Giotto a dipingere la stella di Betlemme come una cometa nell’Adorazione dei Magi, un affresco del 1303-1305 nella Cappella degli Scrovegni a Padova. La stella di Betlemme è quella che avrebbe guidato i Magi ad arrivare da Gesù appena nato: il testo del Vangelo è ambiguo e controverso, ma parla di stella e non di cometa (e infatti, nelle rappresentazioni precedenti a Giotto, ci sono stelle e non comete). Eppure, la definizione comune è “stella cometa”, che è una gran confusione, perché le stelle non sono comete, e le comete non sono stelle. In inglese, invece, la chiamano “Christmas Star” e non si pongono il problema.

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L’Adorazione dei Magi di Giotto (la cometa è sopra il tetto della capanna)

Tra l’altro, i tre re Magi: nel testo biblico, non si dice che fosse re, né che fossero tre, né come si chiamassero. Questi dettagli (compresi i nomi  Melchiorre, Baldassarre e Gaspare) sono stati aggiunti dalla successiva tradizione cristiana. E poi, prima di arrivare da Gesù, i Magi passano dal re Erode e gli parlano della stella e della nascita del messia, ed Erode non ne è entusiasta, tanto che fa uccidere tutti i bambini sotto ai due anni di età a Betlemme.

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Il passo del vangelo di Matteo che descrive l’arrivo dei magi, in diverse traduzioni (da LaParola.net – grazie a Matteo, un omonimo dell’evangelista).

Secondo alcune interpretazioni, come quella adottata dai Testimoni di Geova, la stella era un segnale mandato non da dio bensì dal diavolo, per far sapere a Erode della nascita di Gesù e mettere quindi quest’ultimo in pericolo. In più, i magi sono astrologi, e pagani, e la Bibbia non parla benissimo dell’astrologia (sarebbe “detestabile” a dio).

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I Re Magi in un dipinto di Henry Siddons Mowbray.

Ma torniamo alla cometa di Halley: gli astronomi avevano sempre interpretato ogni sua apparizione come un evento isolato. Edmond Halley (1656 – 1742) fu il primo ad accorgersi che la cometa apparsa nel 1682 aveva caratteristiche simili a quelle descritte da altri astronomi del passato, e concluse che si trattava in realtà dello stesso oggetto che tornava visibile ogni 76 anni. Calcolò quindi che la cometa sarebbe tornata tra il 1758 e il 1759. Purtroppo morì prima di vedere confermata la propria previsione, ma aveva ragione, e così la cometa fu chiamata col suo nome.

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Edmond Halley

Edmond Halley è un tizio fighissimo che, secondo Wikipedia, «è stato un astronomo, matematico, fisico, climatologo, geofisico e meteorologo inglese». Si è occupato anche di demografia e ha una laurea ad honorem in legge. «L’interesse di Halley per la scienza greca ne fece anche un filologo ed editore di antichi trattati». Praticamente ha studiato di tutto, fatto e scoperto mille cose.
Fun fact atronomico-letterario: Mark Twain è nato con l’apparizione della cometa di Halley nel 1835, ed è morto durante l’apparizione successiva, nel 1910. Quella del 1910 è stata anche la prima volta in cui la cometa di Halley ha potuto essere fotografata.

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All’arrivo della cometa nel 1985-86 sono state lanciate parecchie sonde per studiarla da vicino, tra cui la sonda Giotto, lanciata dall’Agenzia Spaziale Europea, che prende il nome dal pittore che la ritrasse in un suo affresco.

Anche se per rivedere la cometa di Halley dovremo aspettare un bel po’, tutti gli anni ne possiamo vedere i rimasugli: lo sciame meteorico delle Eta Aquaridi, che si ripete ogni anno dal 19 aprile al 28 maggio, e quello delle Orionidi, dal 2 ottobre al 7 novembre, avvengono «quando la Terra, nel suo moto orbitale intorno al Sole, attraversa l’orbita di una cometa che ha lasciato una scia di detriti» (Wikipedia). I detriti, o meteore, entrando in contatto con l’atmosfera terrestre bruciano e lasciano scie luminose, ovvero le stelle cadenti. Gli sciami prendono il nome non dalla cometa da cui sono originati ma dalla posizione nel cielo da cui le stelle cadenti sembrano arrivare.

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#67 giorno della marmotta

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Il Giorno della marmotta (Groundhog Day) è una festa tradizionale celebrata negli Stati Uniti e nel Canada il 2 febbraio.
Venne celebrata ufficialmente per la prima volta nel 1887, da immigranti tedeschi a Punxsutawney, un paesino in Pennsylvania che tuttora, ogni 2 febbraio, è il principale centro dei festeggiamenti. Praticamente la capitale della marmotta.
Groundhog day 1
Il protagonista della festa è Phil, la marmotta meteorologa: ogni 2 febbraio, all’alba, i membri del Comitato della marmotta (the Groundhog Club), tutti in abito da cerimonia, vanno alla tana del povero Phil, che viene svegliato da un colpo di bastone dal presidente del Groundhog Club. Phil emerge dalla sua tana, parla con il Presidente e gli confida le sue previsioni metereologiche (sì, i due parlano tra loro in “groundhogese” e si capiscono). L’evento è interamente trasmesso in tempo reale via webcam.
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Secondo la tradizione, se uscendo dalla tana Phil vede la propria ombra, perché il cielo è limpido, l’inverno durerà altre sei settimane, se invece non riesce a vedere la sua ombra perché il cielo è nuvoloso, l’inverno finirà presto e si avrà una primavera precoce (non ho capito per quale motivo sia necessario svegliare una marmotta, quando basterebbe alzare la testa e guardare se il cielo è limpido oppure nuvoloso…).
Pare che le previsioni di Phil si siano rivelate corrette il 39% delle volte. Ma Wikipedia si premura di precisare: “Ovviamente le capacità di meteorologo di Phil la marmotta non sono condivise dalla comunità scientifica”.
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Qua un video dell’ultimo giorno della marmotta, lo scorso 2 febbraio a Punxsutawney. Alcuni bambini nel pubblico hanno dei cappellini fantastici, delle cuffiette con la faccia di marmotta, che lo voglio assolutamente anch’io.
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Secondo la tradizione, Phil è la sempre la stessa marmotta che fa previsioni del tempo dal 1887 (una normale marmotta americana vive in media sei anni). Ecco cosa dice il FAQ del sito ufficiale: “Yes, Punxsutawney Phil is the only true weather forecasting groundhog. The others are just imposters. There has been only one Punxsutawney Phil. Punxsutawney Phil gets his longevity from drinking “groundhog punch” (a secret recipe).”
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Punxsutawney, insieme ad Alamogordo, è già in cima alla mia lista “Posti da visitare”. È un paesino di circa seimila abitanti, a 135 km da Pittsburgh. Il nome Punxsutawney deriva da un termine nativo americano che significa “città dei pappataci” o “città delle zanzare”.
La capitale della Pennsylvania è una città che secondo me nessuno ha mai sentito nominare, cioè Harrisburg.
Perché tanti nomi di città finiscono con -burg o -burgh o -borough o -bury? Dal latino burgus deriva l’antico germanico burg che significava città fortificata, e poi semplicemente città, di conseguenza è molto usato come suffisso nei toponimi, e soprattutto per luoghi di tipo difensivo, situati ad esempio in cima a una collina.
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Le marmotte (marmot in inglese) sono un genere di roditori che comprende diverse specie e sottospecie. La Marmota monax, detta marmotta americana in italiano e groundhog in inglese, è diffusa in Nordamerica (Stati Uniti settentrionali e Canada).

Il nome groundhog deriva semplicemente da ground (terra, terreno, suolo) e hog, cioè maiale, maiale selvatico o cinghiale, in senso letterale (riferito all’animale) e anche figurato (spregiativo, riferito a una persona). Ma cercando “hog”, i primi risultati di Google si riferiscono al Harley Owners Group, da cui deriva l’uso di “hog” con il significato di “moto”. Come tutti gli acronimi, HOG può voler dire altri miliardi di cose, tra cui House of Guitars, Hot Older Guy o Heavily Obese Girl.

L’origine dell’attuale Groundhog Day si deve a quei popoli di lingua germanica che, emigrati in Pennsylvania nell’Ottocento, portarono oltreoceano le loro tradizioni, tra cui quelle legate alla meteorognostica, ovvero quei sistemi non scientifici di previsioni del tempo che si basano sull’osservazione di fenomeni astrologici oppure di segni o eventi naturali, come ad esempio il comportamento di determinati animali. Si tratta di credenze popolari importanti soprattutto nella cultura contadina (sono fondamentali punti di riferimento per individuare i giorni più adatti per la semina, il raccolto, ecc.), e vengono tramandate oralmente attraverso proverbi o “regole meteorognostiche”, spesso in rima, come “Rosso di sera, bel tempo si spera”, o anche “Una rondine non fa primavera” (…ci vogliono molte più rondini!).

La data del Giorno della marmotta, il 2 febbraio, ha grande importanza simbolica: si trova tra il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, e l’equinozio di primavera, in cui il giorno e la notte hanno la stessa durata. Segna quindi il passaggio tra l’inverno e la primavera, la fine del freddo più rigido, il momento in cui le giornate cominciano a farsi più lunghe.
“Gli equinozi occorrono a circa sei mesi di distanza l’uno dall’altro, più precisamente a marzo e a settembre del calendario civile; analogamente ai solstizi, essi sono convenzionalmente assunti come momento di avvicendamento delle stagioni astronomiche sulla Terra. Nell’emisfero boreale l’equinozio di marzo segna la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, mentre quello di settembre termina l’estate e introduce l’autunno.”
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Il Giorno della marmotta ha molto in comune con altre festività tradizionali, come la Candelora per i cattolici o l’Imbolc nella tradizione pagana.

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù, popolarmente chiamata festa della Candelora (Candlemass in inglese), perché in questo giorno si benedicono le candele.
Gesù viene portato al Tempio di Gerusalemme come prescritto dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi. La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché una donna veniva considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio, e doveva andare al Tempio per purificarsi.
In Francia, la Candelora (Chandeleur) è soprattutto la festa delle crêpes. Ne vengono preparate in tutti i modi. Il motivo è incerto: si dice che papa Gelasio I (400-496) usasse distribuire crêpes ai pellegrini che arrivavano a Roma, oppure la forma rotonda della crêpe potrebbe rappresentare il disco solare, evocando il ritorno della primavera dopo l’inverno buio e freddo.
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Tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera cade anche l”antica festa pagana gaelica di Imbolc. Imbolc in irlandese significa “in grembo”, in riferimento alla gravidanza delle pecore: in quel periodo vengono alla luce gli agnellini e le pecore producono latte. Latte, latticini e agnelli erano alimenti fondamentali per la sopravvivenza, sopratutto in relazione al freddo dell’inverno.
Imbolc è una delle otto festività della Ruota dell’Anno, che rappresenta il ciclo naturale delle stagioni attraverso la celebrazione di otto sabbat. Si tratta di antiche feste pagane, originarie dell’Europa settentrionale, che sopravvivono in epoca moderna nel neopaganesimo. Inoltre, a queste date corrispondono feste cristiane e laiche, che potrebbero avere origine proprio come adattamento delle feste pagane.
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I quattro sabbat maggiori sono Imbolc; Beltane o Beltain, tradizionalmente celebrata accendendo dei falò; Lughnasadh o Lammas, festa legata al raccolto e al ringraziamento per il pane (“Alcuni neopagani celebrano la festa cucinando una figura del Dio fatta di pane per poi sacrificarla e consumarla ritualmente”) e Samhain, conosciuta anche come Capodanno celtico, che ha probabilmente influenzato Halloween e Ognissanti.
I quattro sabbat minori corrispondo ai solstizi e agli equinozi. Yule, il solstizio d’inverno, corrisponde al Natale cristiano, il quale ne mantiene alcuni simboli e usanze, come il vischio, l’agrifoglio e l’albero di Natale. L’albero sempreverde, infatti, è simbolo della persistenza della vita nonostante il freddo e l’oscurità dell’inverno.
Ostara, l’equinozio di primavera, celebra la rigenerazione della natura e la rinascita della vita. […] Con la diffusione del Cristianesimo la festa di Ostara venne assimilata dalla Pasqua […] La nuova festa cristiana, ancora priva di un nome, in certe lingue assimilò anche la nomenclatura della vecchia festa. Ancora oggi, infatti, in inglese la Pasqua è chiamata Easter, e in tedesco Ostern.” Anche il coniglio e l’uovo sono elementi dell’antica tradizione che vennero inglobati nella festa cristiana.
Litha è il solstizio d’estate. Chiamato anche Midsummer, è tuttora ampiamente celebrato come tradizionale festa popolare soprattutto nell’Europa Settentrionale.
Mabon, l’equinozio d’autunno, “è una festa di ringraziamento per i frutti della terra e sottolinea la necessità di dividerli con gli altri per assicurarsi la benedizione del Dio e della Dea durante i mesi invernali.”
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Un inconsapevole collaboratore di questo blog, sentendo parlare di festa della marmotta, mi ha chiesto: “cioè, mangiano le marmotte?” (probabilmente influenzato dalle numerose feste non-vegetariane che si tengono da queste parti: festa della rana, della lumaca, dell’asina con polenta, ecc.). La risposta è no, mangiare marmotte non fa parte dei festeggiamenti del Groundhog Day, ma in generale le marmotte vengono cucinate e mangiate come qualsiasi altro essere vivente al mondo. In Italia la caccia alla marmotta dovrebbe essere vietata, ma esiste una ricetta tradizionale: la marmotta al lavec (il lavec è una pentola, tipica della Valtellina, costruita con la pietra ollare). Altre ricette, in inglese, qui (pare che la marmotta sappia di pollo). Oppure potete festeggiare il Groundhog Day con dei carinissimi e cruelty-free biscotti a forma di marmotta.
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Poi c’è anche un film che si chiama Groundhog Day ma casomai ne parlo un’altra volta.