citazioni accidentali: La vera vita di Sebastian Knight

Oggi, come un anno fa (qui e qui), vi propongo una citazione e un post più dettagliato (prossimamente!) su Vladimir Nabokov (che, se non l’aveste capito, è uno dei miei scrittori preferiti) e su questo suo meraviglioso romanzo.

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La vera vita di Sebastian Knight (The Real Life of Sebastian Knight) è il primo romanzo che Vladimir Nabokov, russo, scrisse in inglese. Pubblicato nel 1941, fu scritto tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939, quando l’autore abitava a Parigi, pare, in un appartamento così piccolo da costringerlo a usare il bagno come studio (scriveva usando come scrivania una valigia appoggiata sul bidet (fonte) e la cosa che mi stupisce di più è la presenza di un bidet a Parigi).

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Nabokov. La simpatia di quest’uomo è praticamente palpabile.

Un paio di curiosità sul bidet: anche se Wikipedia sembra insinuare un’origine italiana, altre fonti lo dichiarano un’invenzione francese del primo Settecento. Tuttavia, il bidet si trova attualmente nel 40% circa delle abitazioni francesi. La percentuale è crollata negli ultimi decenni per questioni economiche e di spazio. In Italia, invece, l’installazione del bidet è stata addirittura resa obbligatoria dal Decreto ministeriale del 5 luglio 1975, articolo 7, comma 3: «Per ciascun alloggio, almeno una stanza da bagno deve essere dotata dei seguenti impianti igienici: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo.» Sarebbe carino se anche l’utilizzo quotidiano del bidet fosse reso obbligatorio per legge, ma non si può avere tutto dalla vita.
I tedeschi e gli inglesi sono, dice Wikipedia, tra gli europei che lo usano meno: rispettivamente il 6% e il 3%. A questo punto vi chiederei, cari lettori, se per caso avete esperienze di sesso orale con esemplari di questi popoli che volete raccontarci. Ci piacciono le storie horror.

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Volevo mettere la foto di un bidet ma alla fine ho optato per il nostro Nabokov.

Ma basta con le digressioni e passiamo senza ulteriori indugi alla citazione!

Clare aveva imparato a scrivere a macchina, e le sere estive del 1924 erano state per lei altrettante pagine infilate nel rullo e poi estratte vibranti di parole nere e viola. Mi piacerebbe immaginarla china sui tasti lucenti con l’accompagnamento di una pioggia tiepida che fruscia tra gli olmi scuri di là dalla finestra aperta, mentre la voce lenta e seria di Sebastian (lui non si limitava a dettare, diceva Miss Pratt, – officiava) va e viene attraverso la stanza. Sebastian passava la maggior parte della giornata a scrivere, ma la sua gestazione era così laboriosa che raramente la sera c’erano da battere più di due paginette nuove e anche queste dovevano essere rifatte più volte, perché l’autore si abbandonava a un’orgia di correzioni; e ogni tanto faceva quello che io penso nessun altro scrittore abbia mai fatto – ricopiava con la sua calligrafia obliqua, così poco inglese, il foglio già battuto, e poi lo dettava da capo.
La sua lotta con le parole era quanto mai tormentosa, e per due motivi. Uno l’aveva in comune con scrittori del suo genere: il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero; la sensazione esasperante che le parole giuste, le parole uniche, aspettano sulla riva opposta, nella lontananza caliginosa, mentre i brividi del pensiero ancora ignudo le invocano da questa parte dell’abisso. Non gli servivano le frasi già confezionate perché le cose che lui voleva dire avevano una taglia eccezionale, e inoltre sapeva che nessuna vera idea può esistere veramente senza le parole tagliate su misura. Cosicché (per usare una similitudine più calzante) il pensiero, solo in apparenza nudo, implorava in realtà che gli abiti di cui era già rivestito divenissero visibili, mentre le parole appostate lontano non erano gusci vuoti, come sembravano, ma aspettavano soltanto che il pensiero in esse già celato le accendesse e le mettesse in moto. A volte lui si sentiva come un bambino cui avessero dato una farragine di fili ordinandogli di compiere il miracolo della luce. E lui infatti lo compiva; e talvolta non si rendeva neanche conto del modo in cui ci riusciva, talaltra invece tormentava i fili per ore in quella che sembrava la maniera più razionale – senza concludere nulla. E Clare, che in vita sua non aveva composto neanche una riga di prosa immaginativa o di poesia, capiva così bene (e questo era il suo miracolo personale) ogni particolare della lotta di Sebastian che per lei le parole battute a macchina non erano tanto i veicoli del loro senso naturale quanto le curve e i vuoti e gli zigzag che mostravano l’arrancare di Sebastian lungo una certa linea ideale di espressione.

Tra l’altro, «il bisogno di colmare l’abisso tra espressione e pensiero» ricorda da vicino un argomento affrontato di recente qui su Wellentherie: l’ipotesi Sapir-Whorf.

Stay tuned per il prossimo entusiasmante post.

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citazioni accidentali #16: sentinella

Quella di oggi è una citazione lunga, ovvero un intero (ma brevissimo!) racconto: Sentinella (Sentry) di Fredric Brown, del 1954.
La foto qui sopra, che in realtà non c’entra per niente, ritrae dei Marines americani durante la guerra di Corea (1950-1953).
Si discuterà di racconto e autore nel prossimo post. Stay tuned!

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia d’anni quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito. Quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano d’infiltrarsi e ogni avamposto era vitale.
Stava all’erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco.
Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, la pelle d’un bianco nauseante, e senza squame.

citazioni accidentali #15: invito a una decapitazione

Il mio sempre amatissimo Vladimir Nabokov, noto pressoché esclusivamente per Lolita, ha prodotto in realtà una discreta valanga di romanzi misconosciuti e bellissimi, che sto scoprendo piano piano. Questo Invito a una decapitazione (Invitation to a Beheading), letto nelle vacanze d’agosto, mi ha ricordato da vicino Un mondo sinistro (Bend Sinister): entrambi mirabolanti, surreali, con una vena di tormentata malinconia; entrambi, a modo loro, libri di denuncia contro tutti i totalitarismi; entrambi (come del resto qualsiasi cosa di Nabokov) scritti divinamente.

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Ambientato in una città il cui nome, mi pare, non viene mai detto, il romanzo narra di Cincinnatus C., condannato a morte perché “opaco” da quello che appare come un assurdo regime dittatoriale. Il protagonista sarà giustiziato in un momento indeterminato, tenutogli nascosto fino all’ultimo. La narrazione segue il punto di vista di Cincinnatus, ne registra le angosce, i sogni di evasione e le tormentate visioni, le spassosissime interazioni con i bizzarri personaggi che lo attorniano e lo disorientano senza sosta. Cincinnatus, in cella, scrive i propri pensieri, ed è uno di questi brani che mi è particolarmente piaciuto e che vi riporto qua sotto:

«Ma allora, forse,» (Cincinnatus prese a scrivere rapidamente su un foglio a righe) «la mia interpretazione è sbagliata […] D’altra parte, se io sapessi quanto tempo è rimasto, potrei fare… un breve lavoro… annotare pensieri suffragati da prove… Un giorno qualcuno potrebbe leggerli e all’improvviso proverebbe la sensazione di essersi svegliato per la prima volta in un paese sconosciuto. Voglio dire che all’improvviso lo farei scoppiare in lacrime di gioia, da fargli struggere gli occhi, e, dopo questa esperienza, il mondo gli sembrerebbe più pulito, più fresco. Ma come posso cominciare a scrivere quando non so se mi basterà il tempo, e la tortura inizia quando dici a te stesso: “Ieri ci sarebbe stato tempo sufficiente” e di nuovo pensi: “Se solo avessi cominciato ieri…”. […] Una volta, quando ero bambino, durante una gita scolastica in una località lontana, allorché rimasi separato dagli altri – e tuttavia potrei averlo sognato –, mi ritrovai, sotto il sole opprimente di mezzogiorno, in una sonnacchiosa cittadina, così sonnacchiosa che quando un uomo, che si era appisolato su una panchina a ridosso di un lucente muro imbiancato a calce, finalmente si alzò per aiutarmi a trovare la strada, la sua ombra azzurrina proiettata sul muro non lo seguì subito… Oh lo so, lo so, deve essere stato uno sbaglio da parte mia, e l’ombra non aveva affatto indugiato, ma semplicemente, diciamo così, era stata catturata dalla scabrosità del muro… ma ecco quello che voglio spiegare: tra il suo movimento e il movimento dell’ombra indolente – un secondo, una sincope – si trova quel singolare tipo di tempo in cui io vivo, la pausa, lo iato, quando il cuore è come una piuma… E vorrei anche scrivere del tremito incessante, e di come parte dei miei pensieri si affolli sempre intorno all’invisibile cordone ombelicale che unisce questo mondo a qualcosa – di che si tratta, ancora non lo dirò… Ma come posso scrivere di tali cose quando temo di non avere il tempo di finire, quando temo di risvegliare inutilmente questi pensieri… […]»

Ma approfondiamo un paio di scelte lessicali dell’autore:

Una sìncope (syncope nell’originale inglese) è, in medicina, una “sospensione, per lo più transitoria, della coscienza, provocata da improvvisa carenza a livello cerebrale di ossigeno e di glicosio”. La stessa parola, in linguistica, si riferisce alla “caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola” (dal vocabolario Treccani. C’è un terzo significato in musica, ma lo ometto perché a) non l’ho capito, e b) perché Nabokov si interessava di mille cose ma non di musica).

Uno iato (hiatus), invece, è in fonetica l’accostamento di due vocali che si dividono su due sillabe e vengono pronunciate in modo separato. La pronuncia tradizionale di iato (i-à-to, tre sillabe) contiene, appunto, uno iato. Tuttavia, la pronuncia attualmente più diffusa è jà-to (due sillabe), dove la j rappresenta la semivocale di, ad esempio, ieri o fiore, e forma un dittongo, cioè una combinazione di vocali pronunciate come un singolo suono – insomma, il contrario di uno iato.
In senso figurato, uno iato è un’interruzione, un’apertura, una frattura.

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Vladimir Nabokov con la moglie Vera.

 

Da dove viene il nome Cincinnatus? Non lo so, ma forse da Lucio Quinzio Cincinnato (Lucius Quinctius Cincinnatus in latino, 520 a.C. circa – 430 a.C.).
Descritto come infaticabile agricoltore e arguto politico, è soprattutto ricordato per essere stato eletto dittatore nel 458 a.C. (la Repubblica romana eleggeva un dittatore con pieni poteri nei momenti di grave crisi; in questo caso, per affrontare la minaccia dell’invasione degli Equi, o Aequi in latino). Cincinnato sconfigge i nemici a mani basse e dopo soli quindici giorni si dimette da dittatore e torna a coltivare la terra. «La “rapida” restituzione della sua autorità assoluta con la conclusione della crisi viene citata spesso come esempio di buona direzione, di servizio al buon pubblico e di virtù e di modestia.» (Wikipedia).
Nabokov ha scritto la prima versione di questo romanzo «a Berlino, all’incirca quindici anni dopo essere fuggito dal regime bolscevico e appena prima che il regime nazista toccasse il suo massimo indice di gradimento» (dalla prefazione dell’autore). Il suo disprezzo per entrambi i regimi ha ispirato, probabilmente, il ridicolo governo che condanna a morte il protagonista Cincinnatus, il cui nome richiama, all’opposto, un esempio di dittatura “giusta” (questa è una mia ipotesi – non ho trovato conferme).

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Alcuni senatori vanno a casa di Cincinnatus, in campagna, dove lui sta arando i campi, per offrirgli la dittatura. L’episodio è narrato da vari storici romani e ha ispirato parecchi quadri, come questo di Alexandre Cabanel (1844).

Ancora due curiosità su Invito a una decapitazione:
• Ovviamente, come in tutti i romanzi russi che si rispettino, c’è un samovar (ne avevo parlato qui).
• La storia della stesura del romanzo è quantomeno tortuosa: non sto a ripeterla, ma potete trovarla, oltre che nella prefazione del libro, qui sul blog NonSoloProust, in un’interessante recensione (che tra l’altro descrive bene e con onestà la bellezza e la difficoltà di questo libro “faticoso”, che “richiede a mio avviso una grande disponibilità e cooperazione da parte di chi legge” – e mi trovo molto d’accordo).

In arrivo un post su Nabokov, un uomo dalle infinite sorprese.

#98 l’invenzione di morel

È il febbraio 2008. Sulla ABC va in onda il quarto episodio della quarta stagione di Lost, Eggtown (Pessimi affari in italiano). In alcune scene Sawyer, che oltre a fare il bello e dannato sembra anche un buon lettore, sta leggendo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (tra l’altro, nello stesso episodio si vede John Locke prendere da uno scaffale VALIS, romanzo di fantascienza di Philip K. Dick).

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Potrebbe non essere la prima cosa che salta agli occhi in questa immagine, ma sì, il libro è L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares.

Adolfo Bioy Casares (1914 – 1999) era uno scrittore, traduttore e giornalista argentino. (Sì, si chiama Adolfo: a sua discolpa, al momento della sua nascita nel 1914, Adolf Hitler aveva 25 anni, stava appena cominciando ad avvicinarsi all’antisemitismo e non aveva ancora fatto grosse cazzate).

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Adolfo Bioy Casares

Autore di fantascienza e fantastico, Adolfo Bioy Casares era un grande amico di Jorge Luis Borges, con il quale scrisse numerose storie, spesso pubblicate con lo pseudonimo Honorio Bustos Domecq, come la raccolta di racconti gialli Sei problemi per don Isidro Parodi (1942).

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Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Jorge Luis Borges (1899 – 1986), “scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino”, “ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo”, è autore di “racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali)”.

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Jorge Luis Borges, con un gatto.

Affetto da retinite pigmentosa, malattia genetica dell’occhio ereditata dal padre, Borges subì un calo della vista a partire dagli anni ’40 fino a diventare completamente cieco alla fine degli anni ’60. Lo aiutò nella stesura di alcune delle ultime opere María Kodama-Schweizer.
María Kodama-Schweizer è un personaggio interessante: nata a Buenos Aires nel 1937 (e dunque di trentotto anni più giovane di Borges) da padre giapponese, architetto, e madre tedesca, studiò insieme a Borges letteratura medievale islandese (ripeto: letteratura medievale islandese). Scrittrice e traduttrice, sposò Borges nel 1986, circa due mesi prima della morte di lui per un cancro al fegato.

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María Kodama e Jorge Luis Borges

Ma torniamo ad Adolfo Bioy Casares, il quale sposò, invece, la poetessa e scrittrice argentina Silvina Ocampo (1903 – 1994) nel 1940 (lui aveva ventisei anni e lei trentasette). La più giovane di sei figli, sorella minore dell’editrice e scrittrice Victoria Ocampo, Silvina aveva studiato disegno a Parigi con Giorgio de Chirico.

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Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares

Victoria Ocampo (1890 – 1979), importante editrice, fu “una nota oppositrice del governo nazionalista e populista di Juan Perón” e per la sua opposizione venne anche arrestata nel 1953.

Il generale Juan Domingo Perón (1895-1974) è stato presidente dell’Argentina dal 1946 al 1955. “I seguaci di Perón […] acclamavano i suoi sforzi per eliminare la povertà e dare maggiore dignità al lavoro, mentre i suoi oppositori politici […] lo hanno considerato un demagogo e un dittatore”.
Perón costruì la sua immagine anche grazie all’aiuto della seconda moglie, Evita Perón.

María Eva Duarte de Perón (1919-1952), meglio conosciuta con il diminutivo Evita, “è stata un’attrice, politica, sindacalista e filantropa argentina”. Morta a causa di un tumore a soli 33 anni, il suo cadavere fu mummificato ed esposto per alcuni anni, poi sequestrato, sepolto sotto falso nome in Italia, e infine riportato in Argentina.

Il musical Evita, scritto da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, si ispira alla vita di Evita Perón. La canzone più nota è Don’t Cry for Me, Argentina, che viene cantata dal personaggio di Evita il giorno dell’elezione a presidente del marito. A Evita dedicò una canzone anche il Quartetto Cetra, dal titolo A pranzo con Evita.

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Evita con il marito Juan Domingo Perón

Tornando ad Adolfo Bioy Casares, lo scrittore è sepolto nel cimitero della Recoleta di Buenos Aires. È il più famoso cimitero storico argentino e prende il nome dal quartiere in cui è situato, la Recoleta, dove tra l’altro ha sede la Biblioteca nazionale della Repubblica Argentina.
“Al principio del XVIII secolo, i frati missionari dell’Ordine degli agostiniani recolletti scalzi arrivarono nella zona, allora nei dintorni di Buenos Aires, costruendo sul luogo un convento e una chiesa. La chiesa, Nostra Signora del Pilar, terminata nel 1732, esiste ancora ed è stata dichiarata monumento nazionale. Gli abitanti del luogo presero l’abitudine di chiamare la chiesa «la Recoleta», dal nome dei frati che la gestivano (recoletos escalzos in spagnolo). Il nome si estese poi al quartiere e infine al cimitero. L’ordine fu disciolto nel 1822 e il terreno del convento passò allo Stato che decise di creare il primo cimitero pubblico della città di Buenos Aires.”

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Il cimitero della Recoleta, visto dal tetto di un edificio adiacente.

 

Ma non divaghiamo ancora e torniamo ad Adolfo Bioy Casares, e al più noto dei suoi lavori, il romanzo L’invenzione di Morel (La invención de Morel), pubblicato nel 1940, che mescola fantascienza, fantastico e terrore.
Il libro venne originariamente pubblicato con due diverse copertine, entrambe disegnate da Norah Borges (il cui vero nome sarebbe Leonor Fanny Borges Acevedo, 1901-1998), artista e sorella di Jorge Luis Borges.

Il romanzo è una sorta di diario di uno scrittore venezuelano condannato all’ergastolo. Ignoriamo il suo nome e il motivo della condanna, ma ci racconta di essere fuggito, per scappare dalle accuse, su una piccola e misteriosa isola da qualche parte nella Polinesia. Si dice che coloro che in precedenza hanno tentato di abitare l’isola siano stati contagiati e infine uccisi da una strana malattia, ma il nostro fuggitivo è disposto a correre il rischio, e vi arriva a bordo di una barca che si arena poi nelle paludi.

La barca è ormai irraggiungibile, sulla spiaggia orientale. Non è molto quel che perdo: so di non essere in prigione, e che posso andarmene dall’isola; ma quando mai ho avuto la possibilità di andarmene? So quale inferno racchiude quella barca. Sono venuto da Rabaul fin qui. Non avevo acqua da bere, nemmeno un cappello. Remando, il mare è inesauribile. L’insolazione, la stanchezza erano più grandi del mio corpo. Ero afflitto da una ardente malattia e da sogni che non si stancavano mai.

 

(Dove sono questi luoghi? Ne parlerò un’altra volta perché questo post sta diventando troppo lungo.)

Le analogie con la serie Lost sono evidenti: l’atmosfera di mistero e inspiegabilità; un’isola polinesiana “deserta”; gli incontri con misteriosi e inquietanti abitanti dell’isola; in Lost, i sopravvissuti del disastro aereo sono in buona parte in fuga da qualcosa, e alcuni di loro hanno commesso crimini in passato; Danielle Rousseau parla di una misteriosa malattia che avrebbe contagiato i suoi compagni di viaggio, Desmond Hume e Kelvin Inman se ne stanno in quarantena nella Swan station perché uscire all’aperto li esporrebbe al contagio di una misteriosa malattia; come il protagonista del libro, i protagonisti della serie scoprono man mano strane e misteriose costruzioni, spesso in stato di abbandono; …

Per capire ulteriori affinità, provate a leggere questo brano, in cui la voce narrante cerca spiegazioni per le stranezze dell’isola e degli incontri con “gli intrusi”:

Provai diverse spiegazioni: Che io abbia la famosa peste; i suoi effetti sull’immaginazione […]
Che l’aria perversa dei bassi e una deficiente alimentazione mi abbiano reso invisibile. […]
Mi venne l’idea (precaria) che potesse trattarsi di esseri di diversa natura, di un altro pianeta, con occhi che non servono a vedere, con orecchie che non servono a sentire. […]
La notte scorsa sognai questo:
Ero in un manicomio. Dopo una lunga visita (il processo?) del medico, la mia famiglia mi aveva portato lì. Morel era il direttore. A tratti, sapevo di essere nell’isola; a tratti, credevo di essere nel manicomio; a tratti, ero il direttore del manicomio. […]
Quinta ipotesi: gli intrusi sarebbero un gruppo di morti amici; io, un viaggiatore, come Dante o Swedenborg, oppure un altro morto, di una altra casta, in un momento diverso della sua metamorfosi; quest’isola, purgatorio oppure cielo di quei morti […]
In quest’isola poteva essere successa una catastrofe non percettibile per i suoi morti (io e gli animali che la abitavano); poi erano arrivati gli intrusi.
Che io fossi morto! Come mi entusiasmò quest’idea (vanitosamente, letterariamente)!

Inoltre, la trama dell’episodio Dave (stagione 2, episodio 18) ricorda la teoria quattro, quella del manicomio: (spoiler!) Hugo, sull’isola, pensa di trovarsi ancora in un ospedale psichiatrico e sospetta che l’isola sia soltanto un sogno.

Concludo con una citazione dal libro che ho particolarmente apprezzato:

Forse tutta quest’igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca.

citazioni accidentali #14: un giorno questo dolore ti sarà utile

Peter Cameron, nato nel 1959, scrittore statunitense, ha questa faccia qua:

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Uno dei suoi libri più famosi è Un giorno questo dolore ti sarà utile (Someday This Pain Will Be Useful to You) del 2007.

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Il protagonista del romanzo, James Sveck, racconta in prima persona le vicende di un’estate. Vive a New York, ha 18 anni, ama la solitudine e i libri, pensa tanto e parla poco.
È un gran bel libro, scritto bene, triste al punto giusto. Ecco alcuni passaggi che rappresentano particolarmente bene la sua attitudine “I hate everyone”: sono sicura che almeno qualcuno di voi si identificherà da morire con questo personaggio…

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«È che non voglio andare all’università».
«Ma perché?».
«Perché penso che sia una perdita di tempo».
«Una perdita di tempo! L’università?».
«Sì» ho detto. «Almeno per me. Sono sicuro di poter imparare tutto quello che voglio leggendo i libri che mi interessano. Non vedo perché devo passare quattro anni – quattro anni molto costosi – a imparare un mucchio di cose di cui non mi importa niente e che quindi dimenticherò presto, solo per conformarmi a una norma sociale. E poi non sopporto l’idea di passare quattro anni a stretto contatto con gli studenti universitari. Tremo solo all’idea».

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L’esperienza di condividere la camera con altri due ragazzi è stata talmente traumatica che non ricordo quasi nulla. […] volevo solo un posto dove stare da solo. Per me è un bisogno primario come l’acqua e il cibo, ma ho capito che non lo è per tutti. In camera, gli altri sembravano contenti di scoreggiare e farsi canne tutti insieme, per nulla infastiditi dal fatto di non aver mai un momento per sé. Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale: mi richiede uno sforzo.

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«Che cosa ti entusiasma della tua vita? Che cosa adori?».
«Trollope,» ho detto «e Denton Welch e Eric Rohmer».
«Chi è Denton Welch?».
«Era un grande scrittore». […]
«James, tu parli di cultura, di libri, di film: quelli è facile farseli piacere. Ma l’importante è che ci piaccia la vita, non l’arte. Sono capaci tutti di ammirare la Cappella Sistina».
«Io odio la Cappella Sistina.»

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«Cos’è che vorresti fare?» mi ha chiesto.
«Vorrei comprarmi una casa» ho detto. «Una casetta nel Midwest, vecchia come questa […]»
«E in quella casa, cosa faresti?».
«Leggerei. Leggerei tanto, tutti i libri che ho sempre voluto leggere ma non ho potuto perché dovevo andare a scuola, e poi mi troverei un lavoro, ad esempio in una biblioteca o come portiere di notte o roba del genere, e imparerei un mestiere — come il rilegatore, il falegname, il tessitore —, e creerei degli oggetti, degli oggetti belli, e mi occuperei della casa e del giardino». Mi attirava molto l’idea di lavorare in una biblioteca, un luogo dove la gente è costretta a parlare sottovoce e solo quando è necessario. Magari il mondo fosse così!
«Ma non ti sentiresti solo? Così lontano? Fra persone che non conosci?».
«Non mi importa se mi sento solo» ho detto.

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Avrei tanto voluto che la giornata fosse tutta come la colazione, quando le persone sono ancora sintonizzate sui loro sogni e non è previsto che debbano affrontare il mondo esterno. Mi sono reso conto che io sono sempre così; per me non arriva mai il momento in cui, dopo una tazza di caffè o una doccia, mi sento improvvisamente pieno di vita, sveglio e in sintonia col mondo. Se si fosse sempre a colazione, io sarei a posto.

Lisbeth Salander (interpretata da Rooney Mara in Uomini che odiano le donne / The Girl with the Dragon Tattoo) vi augura con affetto una buona domenica!
Lisbeth Salander (interpretata da Rooney Mara in Uomini che odiano le donne / The Girl with the Dragon Tattoo) vi augura con affetto una buona domenica! (Nel caso non riusciate a leggere, la maglietta dice: Fuck you, you fucking fuck)

citazioni accidentali: #13 siamo buoni se siamo buoni

Un sottotitolo appropriato per questo blog, ma anche per la mia vita, potrebbe essere “Non è mai troppo tardi”. Infatti, la vostra Wellenina, procrastinatrice professionista, pubblica il seguente post dopo che: 1. lo scorso Natale (cinque mesi fa) ha chiesto e ottenuto di farsi regalare il libro, all’epoca di recente pubblicazione, Siamo buoni se siamo buoni di Paolo Nori; 2. ha divorato il libro in questione nel giro di un paio di giorni, entusiasta sia della scrittura sia della carta scelta da Marcos y Marcos (color del burro artigianale, liscia al tatto, ma opaca e senza pretese); 3. si è diligentemente annotata i passaggi salienti allo scopo di condividerli sul blog; 4. si è dimenticata tutto quanto. IMG_3810 Siamo buoni se siamo buoni, che io vi consiglio più che caldamente, ha almeno un paio di temi ricorrenti che mi hanno colpita: 1. la questione delle frasi fatte o espressioni standard, quelle che abbiano letto e sentito ripetere fino alla nausea, e che sono senza dubbio nella mia personale top five “Sogno un mondo privo di” insieme a guerre, maleducazione, sporcizia e errori di ortografia (qual è la vostra personale top five? Scrivete numerosi!); 2. la questione che io soprannominerei, per quanto riduttivamente, “orgoglio loser”, intendendo l’affermazione della propria identità di persone normali/sfigate, soddisfatte della propria imperfezione, dei propri fallimenti, delle proprie malinconie, e di non aver mai inseguito grandi obiettivi, successi, vittorie, felicità. Nel libro c’è tanto tanto altro, ma non potendo copincollarlo per intero, vi propongo solo qualche citazione sui due argomenti descritti. Buona lettura!

Paolo Nori, per chi non lo sapesse, ha questa faccia qui.
Paolo Nori, per chi non lo sapesse, ha questa faccia qui.

Che negli articoli dei giornali, avevo pensato, se uno era ricco, era sempre sfondato, se aveva la barba, era sempre folta, se c’era un fuggi fuggi, era generale, se si parlava di acne, era giovanile, se si parlava di tecnologie, erano nuove, se c’era un nucleo, era familiare, se c’era un’attesa, era dolce, se c’era una marcia, era funebre, oppure nuziale, se c’era un andirivieni, era continuo, se c’eran delle chiacchiere, erano oziose, se c’era un errore, era fatale, se c’era un delitto era efferato, se c’era un’impronta era indelebile, se c’era una fotografia era in bianco e nero, oppure a colori […]

[…] io e Paride segnavamo i nessi aggettivo sostantivo che venivano automatici, […] quegli esempi di lingua automatica che non diceva niente, non so, per esempio, i tappeti persiani, che quando c’è un tappeto è sempre persiano, o i fan sfegatati, che quando c’è un fan è sempre sfegatato, o le attese trepidanti, che quando c’è un’attesa è trepidante, o i vuoti pneumatici, che quando c’è un vuoto, è pneumatico, o gli sfondi sessuali, che quando c’è uno sfondo, è sessuale, o l’argento vivo, o l’asilo politico, che quando c’è un asilo è sempre politico, o l’attimo fuggente, o la bacchetta magica, o il degrado urbano, o il bagliore accecante, o il silenzio irreale, o il fiato sospeso, o il cuore pulsante, o la scena madre, o i timori infondati, o il fanalino di coda, o il brodo di giuggiole, o le umili origini, o il ritratto a tutto tondo

Dopo aver letto i brani di cui sopra, non potrete più evitare di esprimervi secondo questo pattern, e direte frasi simili a questo mio tweet dello scorso gennaio: “Se c’è un ospite, è d’eccezione, se c’è un curriculum, è di tutto rispetto, e se c’è un indugio, è senza ulteriore.”

In Olanda da austriaco.
In Olanda da austriaco.

La maggior parte dei libri che leggevo, per esempio, c’eran dei protagonisti così bravi, ma così bravi, che sembravano un incrocio tra Superman e san Francesco che a me mi veniva da chiedermi «Ma come si fa a non vergognarsi, di essere bravi così?»

Che poi uno dice «Ma non è vincere?», che va be’, ho capito, vincere, ma vincere, non so, io mi ricordo l’Italia, i mondiali, le due volte che ha vinto che io mi ricordo, la gente sopra le macchine, con le bandiere, con le facce pitturate di blu, a gridare, a suonare il clacson, a bere, non so, io non l’ho mica mai tanto capito, che gusto c’è a vincere, e secondo me, oh, mi sbaglierò, ma quando perdi, che poi non perdi te, perdono loro, ma a te ti dispiace, che magari perdi quattro a zero, o cinque a uno, che nell’andare a casa guardi per terra e vedi tutte le foglie, tutte le crepe che ci son sull’asfalto e ti vien da pensare a tutto quello che non va mica bene nella tua vita, a tutte le cose che ti eri ripromesso che le facevi e poi non le hai fatte, tutto il freddo che hai preso, ecco secondo me, quei momenti lì, che te ti chiedi Ma che vita sto facendo, ecco secondo me son momenti che a me mi piaccion di più, di quando sei in centro, imbottigliato sopra una macchina che canti l’inno nazionale con una bandiera in mano e la faccia dipinta di blu, o di biancocrociato, o di rossonero, o di nerazzurro, o di bianconero, o di blucerchiato, o di rossoblu o di qualsiasi altro colore.

[…] no, per me i momenti memorabili, nella mia vita, avevano a che fare con la povertà, o con l’afasia, o con l’astinenza. Erano, quasi sempre, quei momenti quando non c’era niente da dire, o quando non si sapeva cosa dire, o quando non si sapeva cosa fare, o quando non si riusciva a dormire, o quando non si voleva mangiare: le astensioni di tutti i tipi, le scene mute, le fotografie sbagliate, le macchine che restavano senza benzina, i sans-papiers, i sanculotti, i frigo vuoti, i film muti, i buchi neri, la menopausa, le notti in bianco; quando si cercava in tutte le tasche e non c’era neanche una sigaretta; i digiuni, gli anestetici, gli astemi, gli anoressici, gli scioperi; le pianure, le steppe, i deserti, la siccità, la crisi energetica, i black-out, gli annulli filatelici, le amnesie, la crescita zero, le tinte unite. La calvizie. La sterilità. Il celibato e il nubilato. L’inappetenza e l’incontinenza. Il buio. Il silenzio. Il niente. Il nulla.

Kiss spotting
Kiss spotting.

il film della domenica: #8 august: osage county

I segreti di Osage County (August: Osage County) è un film del 2013 diretto da John Wells, basato sulla pièce teatrale di Tracy Letts Agosto, foto di famiglia (August: Osage County), vincitrice del Premio Pulitzer (e pubblicata in Italia da BUR Rizzoli).
(Di Tracy Letts e di sua moglie Carrie Coon avevo parlato qui.)

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L’opera prende il titolo da una poesia di Howard Starks (1929-2003), poeta americano dell’Oklahoma. Starks ha scritto il suo primo libro di poesie nel 1995, intitolato Family Album (A Collection of Poetry), contenente quindici composizioni, tra cui appunto August: Osage County, resa celebre dal dramma di Tracy Letts. (Credo che niente di Howard Starks sia stato tradotto in italiano).
La sceneggiatura per l’adattamento cinematografico è stata curata dallo stesso Letts.

Il film ha un cast esagerato: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard.

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Questo manipolo di attori interpreta una famiglia disfunzionale che non si fa mancare aggressioni verbali, segreti e rancori, tumori, abuso di alcol e pillole. La riunione familiare si svolge in Oklahoma, tra paesaggi bellissimi fatti di ampie e calde pianure (tutti gli esterni sono stati girati in Oklahoma).

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Barbara (Julia Roberts): A che pensava, questa gente? I buffoni che si sono stabiliti qui. Chi è lo stronzo che ha guardato questo deserto piatto e torrido e c’ha piantato la bandiera? Abbiamo sterminato gli indiani per questo?
Bill (Ewan McGregor): I genocidi sembrano sempre una buona idea sul momento.

Meryl Streep ha ottenuto con questo film la diciottesima nomination agli Oscar, come migliore attrice protagonista.

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Abigail Breslin è un’attrice statunitense, nata nel 1996, che è stata candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista nel 2007 per Little Miss Sunshine, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris.

Abigail Breslin in Little Miss Sunshine
Abigail Breslin in Little Miss Sunshine

Benedict Cumberbatch, che qui fa la parte di un tenero e imbranato “Little Charles”, è conosciuto soprattutto per la serie televisiva Sherlock, dove interpreta proprio Sherlock Holmes, e il recente film The Imitation Game, dove interpreta proprio Alan Turing.
La mia scena preferita del film è questa, in cui Benedict Cumberbatch suona e canta un’adorabile e dolcissima canzoncina d’amore, Can’t keep it inside (in realtà composta da Brett Dennen).

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#81 eats, shoots & leaves

Avete presente Fun with Flags? La serie di filmati in cui Sheldon Cooper condivide la sua passione per ogni curiosità che riguarda le bandiere?

fun with flags

Ecco, io sono appassionata fino al ridicolo di tutto quello che riguarda la lingua, la grammatica, l’ortografia – e la punteggiatura.
Lynne Truss, evidentemente, ha la mia stessa passione e la mia stessa pignoleria:

… alla gente non importa nulla dei piccoli shock subìti da un pignolo sensibile. Mentre osserviamo con orrore un cartello con la punteggiatura sbagliata, il mondo continua a girare intorno a noi, cieco alle nostre sofferenze.

Lynne Truss
Lynne Truss

Lynne Truss ha scritto un libro (in italiano Virgole, per caso. Tolleranza zero per gli errori di punteggiatura) che si propone come simpatico manuale di punteggiatura. Ricco di citazioni, storielle di incomprensioni ed equivoci, aneddoti spassosi di disaccordi e litigi, discordanze persino tra diversi manuali di punteggiatura. Entusiasmante. Dice cose come: “Non sorprende che la virgola infiammi gli animi”, “I punti e virgola creano assuefazione”, e parla di “virgolofilia”, “baldanza apostrofica”, “etica del punto interrogativo”. Divertimento assicurato.

Il libro propone spiegazioni, regole e consigli, ma con una certa flessibilità e tolleranza: molto spesso la punteggiatura è questione di gusto personale. Inoltre, non si possono trascurare le trasformazioni della lingua, che sono inevitabili, anche in relazione alla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione*. Gli stessi segni di interpunzione sono simboli tipografici convenzionali che solo in tempi molto recenti hanno assunto il significato attuale.

Provo a riassumere in questo post alcune cose che ho imparato da questo libro.

Prima di tutto, bisogna sapere che la punteggiatura ha due funzioni distinte:
come una notazione musicale, dà indicazioni (per la lettura ad alta voce) sulle pause, il ritmo, l’intonazione;
serve a spiegare la grammatica di una frase, delimita le unità sintattiche e chiarisce le loro relazioni (in questo senso, la punteggiatura è al servizio della logica e del pensiero).
Questa seconda funzione è fondamentale per la comprensione dei significati. Infatti, un diverso uso della punteggiatura può alterare profondamente il senso di un testo:

La donna, senza l’uomo, è nulla.
La donna: senza, l’uomo è nulla.

Ora vado a letto con un altro. Addio.
Ora vado a letto. Con un altro addio…

Il titolo originale del libro (Eats, shoots & leaves) deriva da una storiella a proposito di un manuale sugli animali:

Panda. Grosso mammifero bianco e nero simile a un orso, originario della Cina. Mangia germogli e foglie (Eats shoots and leaves).

Ma con una virgola inopportuna diventa “Eats, shoots and leaves” (mangia, spara e se ne va).

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Per mancanza di punteggiatura, un cartello “No dogs, please” (Niente cani, per favore) può diventare “No dogs please” (Nessun cane piace).

Enormi differenze dottrinali dipendono dal posizionamento della punteggiatura nei testi sacri.

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Questo libro mi ha insegnato cos’è la virgola oxfordiana: è quella che si mette prima di una “e”, come ad esempio “I colori della bandiera britannica sono rosso, bianco, e blu”. La virgola oxfordiana ha accaniti oppositori e altrettanto accaniti sostenitori. È soprattutto una questione di gusto personale. È consigliata per aggiungere una piccola pausa e rallentare il ritmo di una frase.

La virgola non dovrebbe essere usata subito prima di ciononostantetuttavia, inoltre, conseguentemente, comunque, e simili, quando questi sono usati come congiunzioni tra due proposizioni.
Esempi:

Sabato era il compleanno della regina, ciononostante, non ha ricevuto posta.
Jim si svegliò nel suo letto, tuttavia, si sentiva in gran forma.

Sbagliato! Il fatto è che quel ciononostante e quel tuttavia, logicamente, appartengono alla seconda proposizione. È necessario separarli dalla prima con un punto o almeno con un punto e virgola:

Sabato era il compleanno della regina; ciononostante, non ha ricevuto posta.
Jim si svegliò nel suo letto. Tuttavia, si sentiva in gran forma.

Una scoperta sconvolgente:

I greci usavano il punto e virgola per indicare una domanda (e lo fanno ancora, quei mattacchioni).

È vero: in greco antico come in greco moderno, il segno punto e virgola (;) ha il valore di un punto interrogativo.

punto e virgola

Il duttile apostrofo ha sempre svolto le sue mansioni appropriate nella nostra lingua con entusiasmo ed eleganza, ma non è mai stato preso abbastanza sul serio.

Il libro illustra in modo semplice l’uso dell’apostrofo in inglese. Anche in italiano l’apostrofo è troppo spesso aggiunto o omesso a sproposito, ma intanto può essere utile un breve ripasso di inglese. Alcune delle regole principali sull’apostrofo:
Si usa prima della “s” quando il possessore è singolare (“The boy’s hat”) o quando il possessore è plurale ma non termina non una “s” (“The children’s playground”, “The women’s movement”). Se il possessore è un plurale regolare, l’apostrofo va dopo la “s” (“The boys’ hats”).
Qui sta la differenza tra “Giant Kids’ Playground” (Gigantesca area giochi per bambini) e “Giant Kid’s Playground” (Area giochi per bambino gigante).
Clamoroso il caso del film Two Weeks Notice, nel cui titolo manca scandalosamente un apostrofo (dovrebbe essere Two Weeks’ Notice).

Buuuuuuu!
Buuuuuuu!

Nell’inglese scritto vengono spesso confusi you’re e your, we’re e were, they’re e their, there’s e theirs, who’s e whose, one’s e ones,…

La confusione fra il possessivo its (senza apostrofo) e la contrazione it’s (con apostrofo) è un segnale inequivocabile di analfabetismo e induce nel pignolo medio l’immediata reazione pavloviana “uccidi”.

Il libro si addentra anche in questioni spinose come il doppio possessivo: si dice “a friend of mine” e “a friend of yours” (non “a friend of me” o “a friend of you”), e analogamente si dice “a friend of my mother’s” e “a friend of the couple’s” (non “a friend of my mother” e “a friend of the couple”).

L’autrice riporta uno spassosissimo elenco di errori, tra cui una scritta razzista che, invece di “Niggers out” (Fuori i negri), con un apostrofo inopportuno diventa “Nigger’s out” (Il negro è uscito); e qualcuno aveva aggiunto, sotto: Ma tornerà presto.

* A proposito di nuovi mezzi di comunicazione: l’autrice fa notare che, pochi decenni fa, si temeva che la diffusione di “nuove tecnologie” come radio e televisione avrebbero finito per soppiantare la parola scritta. Il suono e l’immagine ci avrebbero fatto dimenticare la carta stampata, riportando la lingua al suo stato originario di oralità (ho letto da poco un libro di linguistica pubblicato negli anni Settanta, e dice esattamente queste cose). Negli ultimi anni, invece, l’evoluzione della tecnologia ha riportato al centro la parola scritta, a partire dagli sms e dalle e-mail, fino ai vari tipi di chat, social e simili. È vero che in queste occasioni la lingua scritta è informale, colloquiale, e spesso barbaramente maltrattata, ma almeno la nostra alfabetizzazione di base non è in pericolo. Rallegriamoci!