chiedi alla wellen #1: la riproduzione dei polli

Da lungo tempo stavo meditando di aggiungere al blog una rubrica, una sorta di angolo della posta dei lettori: avete una domanda, una curiosità, un dubbio a cui non trovate risposta? Oppure, semplicemente, siete troppo pigri per scandagliare da soli le profondità di Google? Cari lettori, è arrivato il momento che avete sempre sognato: scrivete, e googlerò per voi.

Conversando su Twitter di questa idea, è arrivata la prima domanda, da parte della Tandi: come funziona l’accoppiamento tra i galli e le galline?

Mi sono accorta che qua su Wellentheorie l’argomento riproduzione è stato già trattato più volte, tanto che ho deciso di aggiungere l’apposita tag “riproduzione”. Ecco un elenco dei post in proposito:
#11 Proteo, in cui si accenna alla riproduzione del Proteus anguinus, un anfibio che vive in grotte a basse temperature;
#50 Stigma, in cui si parla della riproduzione delle piante e degli organi riproduttivi dei fiori;
#55 Uova, in cui si parla di uova, della riproduzione degli squali, della differenza tra vivipari, ovovivipari e ovipari, della riproduzione degli uccelli, della differenza tra riproduzione interna e riproduzione esterna;
#61 Paraprosdokian, wellerism, garden path sentence, crash blossom, in cui si accenna alla riproduzione della drosofila o moscerino della frutta;
#62 Ornitorinco, in cui parla della riproduzione degli ornitorinchi;
#70 Mitocondri, in cui si parla di fecondazione nei mammiferi;
#90 Muschio, in cui si descrive minuziosamente la riproduzione delle briofite (i muschi).

Ma arriviamo alla riproduzione tra galli e galline.

✻ ✻ ✻ Attenzione: questo post contiene immagini crude dell’anatomia interna delle galline e fotografie esplicite di sesso fra polli ✻ ✻ ✻

dimorfismo 1

Introduzione: di cosa parliamo quando parliamo di galli e galline

(Per la Tandi: se vuoi andare subito al dunque, puoi saltare direttamente al paragrafo “accoppiamento”).
Il nome scientifico della specie è Gallus gallus domesticus e il nome comune è “pollo”. Si tratta di un uccello domestico che deriva da varie specie selvatiche di origini indiane. È stato addomesticato attorno al 3500 a.C. nel Sud-est asiatico ed è stato allevato “per moltissimi scopi: carne, uova, piume, compagnia, gare di combattimento tra galli, motivazioni religiose, sportive od ornamentali” (lo dice Wikipedia).
Il pollo (chicken – impariamo a parlare di polli anche in inglese) viene chiamato pulcino (chick) fino a 3-4 mesi di vita. Il maschio adulto riproduttore è definito gallo (chiamato cock in UK e Irlanda, rooster in USA, Canada e Australia), la femmina gallina (hen) o chioccia (broody hen) quando alleva i pulcini. Il cappone (capon) è un pollo maschio che è stato castrato: in questo modo raggiunge un peso maggiore e la sua carne rimane più morbida, inoltre non dà problemi nel caso ci siano altri polli maschi nello stesso pollaio.
I polli sono onnivori. Mangiano soprattutto semi, insetti, lombrichi e lucertole. Mangiano anche sabbia e piccoli sassi: i minerali così ingeriti migliorano la consistenza del guscio delle uova e soprattutto i sassolini facilitano la digestione, perché “svolgono la funzione dei denti, di cui ovviamente il pollo è sprovvisto”.
I polli hanno un’aspettativa di vita tra i cinque e gli undici anni, ma “negli allevamenti intensivi, i polli da carne generalmente vengono abbattuti all’età di 6-14 settimane” e le galline allevate per le uova (galline ovaiole) vengono macellate a circa 12 mesi mesi, quando la loro capacità produttiva diminuisce.

dimorfismo 2

I polli sono caratterizzati da un marcato dimorfismo sessuale. Per dimorfismo sessuale si intende una differenza morfologica tra individui appartenenti alla stessa specie ma di sesso differente. Questa differenza riguarda tipicamente le dimensioni e/o il colore dell’animale, ma può essere anche di altro tipo (ad esempio le corna nei cervi maschi, ne avevo parlato qui).
Nel caso dei polli, i maschi, rispetto alle femmine, sono più grandi, hanno un piumaggio molto più sgargiante, le piume più lunghe, cresta e bargigli molto pronunciati. I colori sgargianti del maschio hanno la funzione di attirare il maggior numero possibile di femmine e di aumentare dunque le probabilità di riproduzione. L’effetto collaterale è che sono più facili da avvistare per eventuali predatori, ma l’evoluzione sembra privilegiare la sopravvivenza della specie rispetto a quella del singolo.
Osservare l’aspetto complessivo di un pollo adulto è anche il modo più semplice per stabilire se si tratta di un maschio o di una femmina, perché invece gli organi genitali dall’esterno appaiono molto simili (vedi oltre).

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Hen’s anatomy.

L’accoppiamento

“I polli sono animali poligami. I galli combattono tra loro per formare un proprio harem di galline, con cui si accoppiano più volte al giorno” (fonte). Un gallo può accoppiarsi dalle dieci alle trenta volte al giorno (!).
Ci sono sostanzialmente due modi che vengono usati per fare accoppiare i polli negli allevamenti:
• L’accoppiamento in massa: si mettono nello stesso spazio parecchi galli e parecchie galline, e li si lascia accoppiare liberamente (insomma, una specie di orgia).
• L’accoppiamento individuale (“individuale” per modo di dire): si mette un esemplare maschio insieme a un gruppo di galline, che posso essere due o tre, ma anche dieci o venti (il termine pornografico per questa situazione è “reverse gang bang”). Questo metodo si usa quando si vuole sapere con certezza la paternità del pulcino, ad esempio per motivi di razza e di selezione.
Esiste poi la pratica della fecondazione artificiale, in cui il gallo viene “massaggiato” fino a provocare l’emissione dello sperma, che viene raccolto in provetta e successivamente iniettato nella gallina.

Ma affrontiamo l’atto pratico dell’accoppiamento.

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“Il gallo si avvicina alla femmina da dietro e le sale sulla schiena con le zampe. La gallina si abbassa, allarga le ali e alza la coda. Il maschio si tiene in equilibrio afferrando con il becco le piume sulla testa della pennuta e abbassa la coda fino a far combaciare la sua cloaca con quella della compagna. Solo a questo punto espelle il seme nella cavità della femmina” (fonte).

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Infatti i galli non hanno un vero e proprio fallo e non avviene penetrazione. I polli, maschi e femmine, hanno il tratto digerente, quello urinario e quello riproduttivo che confluiscono tutti nella cloaca, che è appunto l’orifizio che si fa combaciare durante l’accoppiamento in quello che viene detto “bacio cloacale”. Nel maschio, subito all’interno della cloaca, ci sono due minuscole protuberanze che possono essere considerate i due minuscoli organi fallici del gallo e sono propriamente i due sbocchi dei canali deferenti provenienti dai testicoli. Queste protuberanze possono essere cercate, da un occhio esperto (perché sono davvero piccole) per determinare se l’individuo è maschio.

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Anatomia, fecondazione e genetica

I galli hanno due testicoli interni che producono sperma, che come si è detto esce dalla cloaca.
Le galline hanno comprensibilmente un sistema riproduttivo più complesso.

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Il sistema riproduttivo della gallina.

L’ovario di una gallina matura contiene migliaia di cellule uovo che, una dopo l’altra, giungono a maturazione e diventano praticamente dei tuorli. L’ovario contiene normalmente ovuli in vari stadi di sviluppo e assomiglia a un grosso grappolo gelatinoso. L’ovulazione avviene quando un ovulo maturo lascia l’ovario e passa nell’ovidotto, una sorta di tubo in cui l’uovo prosegue il suo sviluppo. L’ovidotto è diviso in cinque parti: infundibolo, magnum, istmo, utero e vagina.

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La prima parte è l’infundibolo. È qui che arriva, dalla cloaca, lo sperma del gallo, e l’ovulo viene fecondato. Se invece non c’è stato accoppiamento, oppure il gallo è sterile, l’ovulo non viene fecondato ma continua comunque il suo percorso. Gli spermatozoi, comunque, sopravvivono per almeno due settimane, perciò anche dopo un singolo accoppiamento la gallina potrebbe continuare a deporre uova fecondate per diverso tempo.
Poi l’ovulo passa nel magnum (o zona dell’albume), dove gli si forma attorno lo strato dell’albume.
Poi, nell’istmo, si formano le due membrane del guscio.
Poi passa nell’utero, chiamato anche “shell gland” perché è qui che si forma il guscio (eggshell) dell’uovo (ci mette circa venti ore).
A questo punto l’uovo si sposta nella vagina e viene espulso attraverso la cloaca (in inglese si dice cloaca o vent).
In tutto, ci vogliono circa venticinque ore per formare un uovo, e infatti le galline depongono in media un uovo al giorno.

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Il sistema riproduttivo della gallina e il processo di formazione dell’uovo.
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La stessa immagine di prima, ma in versione “non disegnata” (presa da qui).

Il tuorlo che vediamo nelle uova che si comprano e si mangiano è sostanzialmente la cellula uovo, matura, che si trova nell’ovario della gallina e che, nel suo percorso lungo il tratto riproduttivo della gallina, si ricopre di strati fino a diventare un uovo completo. È sempre il tuorlo-cellula-uovo che, se viene fecondato, diventa da gamete a zigote a si sviluppa poi in pulcino durante la cova. Le uova deposte da una gallina sono commestibili in ogni caso, ma le uova che normalmente si trovano in commercio non sono fecondate, per il semplice fatto che negli allevamenti di galline ovaiole ci sono soltanto femmine e nessun gallo a fecondarle.

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Il sistema riproduttivo della gallina, in versione non disegnata, e all’interno della gallina stessa.

Negli esseri umani, il sesso del nascituro viene determinato nel momento della fecondazione, quando cioè il gamete maschile (spermatozoo) penetra nel gamete femminile (cellula uovo) e si forma uno zigote. È il padre, o meglio un suo spermatozoo, a portare il cromosoma X o Y e dunque a determinare il sesso.
Nei polli, invece, (e credo in tutti gli uccelli), il sesso del futuro pulcino è determinato dalla cellula uovo femminile, che può contenere il cromosoma sessuale Z (e in questo caso il pulcino sarà maschio) oppure quello W (in questo caso sarà femmina). Perché, invece, il gamete del gallo ha sempre e soltanto il cromosoma sessuale Z: se questo si incontra con un altro cromosoma Z della gallina, avremo la coppia ZZ che equivale a un maschio; se al contrario il cromosoma Z del gallo incontra il cromosoma W della gallina, si avrà una pulcina femmina con i cromosomi ZW.

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In alto a sinistra sono rappresentati i cromosomi sessuali presenti nei gameti maschili del gallo (sempre Z), in alto a destra quelli nei gameti femminili della gallina (Z oppure W). Dal loro incontro si possono avere due possibilità: un maschio (ZZ) o una femmina (WZ).

Tutto il contrario degli umani (e credo di tutti i mammiferi), in cui la femmina è omogametica (XX) e il maschio eterogametico (XY).
In totale, i polli hanno 78 cromosomi, cioè 39 coppie (gli umani 46, 23 coppie).
(In realtà ho il sospetto che la genetica dei polli sia molto più complessa di così, ma per ora ci accontenteremo di questo).

La cova e la schiusa delle uova

La cura delle uova e dei piccoli è, nei polli, affidata esclusivamente alla femmina.
Le uova posso essere covate naturalmente da una chioccia oppure artificialmente da un’incubatrice.
L’uovo protegge e nutre l’embrione finché il pulcino non è abbastanza sviluppato da sopravvivere nel mondo esterno.

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Dopo circa tre settimane di cova, se l’uovo è fecondato e non ci sono stati problemi, l’uovo si schiude e ne esce il pulcino. Il pulcino rompe il guscio dall’interno con il suo “egg tooth” (non so come si dice in italiano), una piccola protuberanza che ha sul becco e che serve proprio a questo scopo. L’egg tooth è presente in varie specie di animali che escono dalle uova (quasi tutti gli uccelli e i rettili) e, dopo la schiusa, generalmente viene perso (si riassorbe o si stacca).

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L’uscita del pulcino dall’uovo in inglese si chiama hatching, mentre il processo di rompere l’uovo da parte del pulcino si definisce pipping.
Subito dopo la schiusa, la chioccia bada ai pulcini: li tiene al caldo, li protegge anche aggressivamente, porta loro del cibo. È il periodo dello svezzamento, che dura circa un paio di mesi, in cui i pulcini passano dal piumaggio neonatale alle prime penne.

chioccia

 

Cara Tandi, spero di aver risposto adeguatamente alla tua curiosità. Se hai altre domande, sui polli o su altro, non esitare a chiedere.

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#90 muschio

Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sul muschio (ma non avete mai osato chiedere).

Non si vede benissimo ma quello per terra dovrebbe essere muschio.
Non si vede benissimo ma quello per terra dovrebbe essere muschio.

Prima di cominciare, una curiosità: in inglese muschio si dice “moss”, e c’è una canzone scritta da David Bowie e Brian Eno che si chiama Moss Garden, pubblicata su Heroes, album di Bowie del 1977.
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I muschi fanno parte delle Bryophyta: un gruppo di circa 24.000 specie di piante terrestri. Non hanno semi né fiori e sono prive di tessuto vascolare (“l’assorbimento ed il trasporto dell’acqua e dei soluti necessari avviene generalmente per capillarità e interessa tutta la superficie della pianta”). Queste strutture sono pessime come sostegno e impediscono lo sviluppo in altezza, per questo le briofite sono piante di dimensioni ridotte e crescono soprattutto in orizzontale.
Nella maggior parte delle specie l’altezza è inferiore a 6 cm. La più grande briofita conosciuta è un muschio dell’Australia e della Nuova Zelanda: la Dawsonia superba, che può raggiungere i 50-60 centimetri di altezza, mentre le briofite più piccole hanno dimensioni inferiori al millimetro.

Dawsonia superba
Dawsonia superba

Poi Wikipedia vi butta lì questa frase: “Il ciclo ontogenetico è aplodiplonte con prevalenza gametofitica. Lo sporofito non è autonomo ma vive a spese del gametofito fotosintetizzante.”
Uhm.

Ora vi spiego come si riproducono le briofite.

Il ciclo ontogenetico è il ciclo di stadi di sviluppo attraverso i quali un organismo passa dallo stato iniziale a quello di individuo completo. Il ciclo aplodiplonte è un tipo di ciclo ontogenetico “caratterizzato da due fasi, una aploide, il gametofito, che produce i gameti, ed una diploide, lo sporofito, che produce le spore.”
Le cellule diploidi sono quelle che hanno il corredo cromosomico completo di un individuo (nel caso degli esseri umani, 46 cromosomi, cioè 23 coppie); mentre le cellule aploidi hanno un corredo cromosomico dimezzato (23 cromosomi negli umani). Sono tipicamente aploidi le cellule sessuali che servono per la riproduzione (come spermatozoi e ovuli), proprio perché dalla loro fusione si forma un nuovo individuo con un set cromosomico completo, cioè diploide.
Ma torniamo al ciclo aplodiplonte: il gametofito è un individuo aploide, al cui interno di trovano i gametangi. I gametangi (i gametangi femminili si chiamano archegoni e quelli maschili anteridi) sono strutture riproduttive che contengono i gameti (rispettivamente, gameti femminili e quelli maschili), che sono cellule aploidi. Quando maturano, i gameti maschili raggiungono il gamete femminile (cellula uovo) nell’archegonio. Dall’unione di un gamete femminile e uno maschile, si forma uno zigote, che è una cellula diploide. Lo zigote, attraverso la mitosi (la duplicazione delle cellule) si sviluppa in organismo pluricellulare e diploide che si chiama sporofito. (Nelle briofite, lo sporofito non è un individuo autonomo e per vivere dipende dal gametofito, che è in grado di svolgere la fotosintesi clorofilliana.) Lo sporofito, attraverso un processo di meiosi (divisione mediante la quale una cellula diploide dà origine a quattro cellule aploidi), produce spore (dette meiospore) che sono aploidi. Le spore sono cellule riproduttrici in grado di disperdersi nell’ambiente e sopravvivere per lunghi periodi di tempo anche in condizioni avverse, e nell’habitat adatto alle loro condizioni di vita possono generare un nuovo individuo vitale. L’organismo prodotto dalle spore è il gametofito, aploide, che possiede strutture specializzate (i gametangi) che si sviluppano e producono per mitosi i gameti aploidi. Dall’unione di due gameti, uno maschile e uno femminile, si svilupperà un nuovo zigote diploide, che darà inizio al nuovo ciclo.
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Il ciclo aplodiplonte in inglese viene chiamato, più semplicemente, alternation of generations.

Nella parte superiore la fase aploide (n) e in quella inferiore la fase diploide (2n).
Nella parte superiore la fase aploide (n) e in quella inferiore la fase diploide (2n).

Ricapitolando:
Un gametofito (organismo aploide) contiene:
• gametangi femminili (archegoni) che contengono gameti femminili (cellule aploidi),
• gametangi maschili (anteridi) che contengono gameti maschili (cellule aploidi).
Dall’unione di un gamete femminile e uno maschile, si forma uno zigote (cellula diploide).
Lo zigote si sviluppa in sporofito (pluricellulare e diploide).
Lo sporofito produce spore (cellule aploidi, dette meiospore).
Una spora genera un gametofito (organismo aploide).
Tutto questo si ripete all’infinito.

Nell’immagine, tratta da Wikipedia, un muschio che presenta sia gametofiti (la parte inferiore, verde) sia sporofiti (la parte superiore, simile a steli).
Nell’immagine, da Wikipedia, un muschio che presenta sia gametofiti (la parte inferiore, verde) sia sporofiti (la parte superiore, simile a steli).

(Le mie statistiche avranno sicuramente un’impennata col termine di ricerca “riproduzione delle briofite”!).

Le briofite amano l’umidità, e sono distribuite in tutto il mondo, tranne nelle regioni aride e negli ambienti con acqua salata. Non avendo vere e proprie radici, possono crescere sul terreno ma anche sulla superficie delle rocce, sulla corteccia degli alberi, sul cemento, sulle piastrelle del mio balcone, e praticamente dappertutto.
Le briofite sono suddivise in tre gruppi: Anthocerotopsida (o antoceri), Hepatopsida (o epatiche) e Bryopsida (o muschi).
I muschi vengono spesso confusi coi licheni ma (attenzione, gente!) i licheni NON sono affatto muschi e non sono neanche imparentati.

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Questi sono licheni e non sono muschi.

Ma arriviamo alla parte divertente.

“Divertente” è forse un termine eccessivo ma ci siamo capiti.

I muschi sono relativamente semplici da coltivare e sopravvivono in condizioni in cui altre piante non resisterebbero (ad esempio apprezzano la scarsa illuminazione, non gli dà fastidio essere calpestati, eccetera). Per questo i muschi possono essere utilizzati per ricoprire vaste aree di terreno, al posto di un prato, se c’è abbastanza ombra e abbastanza umidità (ad esempio al di sotto di alberi molto folti). Oppure i muschi possono essere coltivati in casa in minuscoli, adorabili giardinetti.

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È sufficiente trovare del muschio (ad esempio in un bosco o in un parco, ma attenzione perché in aree naturali protette potrebbe essere vietato – in ogni caso, bisogna prelevare piccole quantità di muschio e non estirpare intere zone, per la sua sopravvivenza). Per creare l’habitat adatto basta un contenitore poco profondo con uno strato di sassi (o sabbia) e uno di terriccio (i sassi servono per il drenaggio dell’acqua, perché troppa acqua stagnante può far marcire il muschio). I pezzetti di muschio vanno poi premuti sul terreno, e se si trovano bene dovrebbero poi riprodursi e allargarsi. Hanno bisogno di luce sufficiente per la fotosintesi, ma senza sole diretto. Non servono fertilizzanti. L’acqua del rubinetto potrebbe dargli un po’ fastidio, e sarebbe meglio usare acqua piovana o distillata. Come tutte le piante, non sono fatti per stare in casa e preferiscono l’aria aperta, ma sopravvivono anche all’interno se hanno tanta umidità: per questo li si può bagnare spesso con uno spruzzatore oppure si possono collocare in un terrario chiuso, dentro al quale si mantiene la giusta umidità.

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Considerando le proprietà dei muschi, qualcuno si è inventato il tappeto per il bagno fatto di muschio. È perfetto perché assorbe l’umidità, anzi se ne nutre, e sopravvive anche se calpestato.
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Un altro metodo per la propagazione del muschio consiste nel raccogliere pezzi di muschio, frullarli (non sto scherzando) insieme ad acqua ed eventualmente altre sostanze nutritive, e cospargere il frullato sulla superficie desiderata: da lì si svilupperà nuovo muschio. Questa tecnica viene usata anche per fare “graffiti” sui muri (qui un tutorial).
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Il muschio cresce bene anche in verticale, e viene usato per creare giardini verticali, anche in interni.
Ecco un’anteprima di casa Wellentheorie nel prossimo futuro:
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*** EDIT: Nonostante avessi avvertito i lettori che muschi e licheni sono due cose ben diverse, mi è stato fatto notare da Elisa che le tre foto qui sopra ritraggono NON muschi BENSÌ lichene stabilizzato. Chiedo scusa, sono stata tratta in inganno da Google Immagini. ***

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#70 mitocondri

structure-of-mitochondria
Un mitocondrio è un organello cellulare, reniforme o a forma di fagiolo, addetto alla respirazione cellulare e presente in tutte le cellule eucariote animali e vegetali.
“Come respirazione cellulare si intende la produzione di energia come molecole ATP tramite l’ossidazione di cataboliti”. Voi avete capito? Io no. Comunque, il mitocondrio svolge molteplici funzioni, la più importante delle quali è la produzione di energia. Infatti i mitocondri possono essere considerati le centrali energetiche della cellula.
mitochondria
I mitocondri mancano nelle cellule procariotiche, dove le funzioni respiratorie vengono espletate da altre cose (che non ho capito).

Esistono diverse classificazioni degli esseri viventi. Una di queste suddivide tutti i viventi in due domini tassonomici: Prokaryota ed Eukaryota. Il criterio per la distinzione è la presenza di nucleo interno ben definito e isolato dal resto della cellula negli eucarioti (sia monocellulari sia pluricellulari), mentre i procarioti sono organismi unicellulari, privi di ogni compartimentazione cellulare e quindi privi di nucleo ben differenziato.
cellule procariote ed eucariote
Il dominio dei procarioti include due regni: Archaea e Bacteria (altri schemi classificativi li considerano due domini separati, e prevedono in tutto tre domini: Archaea, Bacteria ed Eukaryota).
Tree_of_Living_Organisms
I procarioti sono stati i primi organismi viventi della storia della Terra, e si sono sviluppati nelle acque. Secondo l’ipotesi più diffusa, per circa 2 miliardi di anni sono esistite solo cellule procariote. Circa 1,5 miliardi di anni fa, alcuni procarioti si stabilirono all’interno di altri organismi in una sorta di simbiosi interna permanente dando origine alla cellula eucariota.
Gli eucarioti quindi derivano dai procarioti attraverso il meccanismo di endosimbiosi (Endosymbiotic theory), postulato in forma completa da Lynn Margulis negli anni Sessanta del Novecento.
Lynn Margulis (1938-2011) è stata una biologa statunitense, famosa proprio per la sua ricerca sull’endosimbiosi. Lynn Margulis considera la nozione darwiniana dell’evoluzione, guidata dalla competizione, come incompleta, e sostiene al contrario che l’evoluzione è fortemente basata sulla cooperazione e sulla dipendenza mutuale tra organismi.
Lynn Margulis
La teoria dell’endosimbiosi è supportata dall’esistenza del DNA mitocondriale (mitochondrial DNA, abbreviato in mtDNA), ovvero il DNA proprio dei mitocondri, separato dal DNA nucleare: si può supporre che fino ad un certo periodo i mitocondri fossero entità separate dalle attuali cellule ospiti, e che siano poi stati fagocitati da queste ultime, entrando così in rapporto simbiotico. Inoltre, i mitocondri, come anche i cloroplasti, sono in grado di dividersi (e quindi replicarsi) autonomamente rispetto alla cellula. Inoltre, i mitocondri presentano alcune caratteristiche tipiche dei batteri (procarioti), tra cui un DNA circolare.
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Una tipica cellula eucariotica presenta, tra le altre cose, un nucleo cellulare, in cui viene conservato il DNA nucleare, e un numero variabile di mitocondri (tipicamente circa 2000 per cellula, ma dipende dai tessuti e dalla loro funzione), che possiedono un proprio DNA, il mtDNA appunto.
eukaryote cell
Nei mammiferi, il mtDNA viene ereditato dal genitore materno. I mitocondri sono presenti nelle cellule sessuali sia maschili sia femminili, ma durante la fecondazione soltanto la testa dello spermatozoo può entrare nella cellula uovo, mentre i mitocondri situati nel corpo dello spermatozoo non vengono inseriti. In alcuni casi i mitocondri paterni possono penetrare all’interno dell’ovulo, ma vengono distrutti.
Human_spermatozoa
(Il fumetto qui sotto è di Beatrice the Biologist).
egg and sperm
Il mtDNA fa parte della cosiddetta eredità non mendeliana. Le leggi di Mendel riguardano il DNA nucleare, nel quale per ogni carattere distintivo sono tipicamente presenti due alleli: uno paterno e uno materno. Nell’eredità mendeliana, ciascuno dei due genitori trasferisce il 50% del proprio patrimonio genetico nucleare ai figli. Invece, nel passaggio del DNA mitocondriale da genitore materno alla prole, si passa la totalità del DNA.
thanks mom
La frequenza di mutazioni del mtDNA è più alta rispetto al DNA nucleare.
Queste mutazioni sono per la maggior parte innocue, ma alcune possono causare malattie, anche molto gravi. Essendo malattie genetiche trasmesse appunto tramite il mtDNA, possono essere ereditate solo da una madre malata, che le trasmetterà senza eccezioni a tutta la progenie. Se invece il padre è affetto da una malattia a trasmissione mitocondriale, nessuno dei figli la erediterà.
trasmissione mitocondriale

La combinazione di alta mutazione e passaggio di materiale genico solo per linea materna rende il mtDNA un ottimo strumento per tracciare la matrilinearità.
Genetisti e antropologi hanno utilizzato il mtDNA in studi di genetica delle popolazioni e di evoluzionistica, per far luce sui gradi di parentela, sulle migrazioni e discendenze delle popolazioni, comparando il mtDNA di esseri umani appartenenti a diverse etnie e regioni. Su questo tipo di analisi si basa il tentativo di risalire al più recente antenato femminile comune, soprannominato Eva mitocondriale. Tutti i mitocondri nelle cellule di tutti gli esseri umani attualmente viventi sarebbero discendenti dei mitocondri dell’Eva mitocondriale.
Questa Eva potrebbe essere vissuta fra i 99.000 e i 200.000 anni fa, probabilmente in Africa. Tutti gli esseri umani viventi, quindi, discenderebbero dagli africani, alcuni dei quali migrarono fuori dall’Africa, popolando il resto del mondo.
Non significa che l’Eva mitocondriale fosse l’unica femmina umana del suo tempo, ma che deve essere stata l’unica ad aver prodotto una linea di figlie ininterrotta. Infatti una donna trasmette i propri mitocondri anche ai figli maschi, ma questi non li trasmetteranno ai propri figli. Soltanto le figlie femmine possono trasmettere il proprio DNA mitocondriale alla generazione successiva.

Anche il cromosoma Y, ereditato dal padre, viene utilizzato in un modo analogo per studiare la linea maschile.
La controparte maschile dell’Eva mitocondriale viene chiamata Adamo cromosomiale-Y, e sarebbe l’ultimo antenato comune dal quale tutti gli uomini viventi discendono in linea paterna.
Anche in questo caso, nonostante l’accostamento con il personaggio biblico, questo Adamo non sarebbe l’unico maschio del suo tempo, ma semplicemente l’unico che ha prodotto una linea di figli maschi ininterrotta fino ad oggi. Dal suo cromosoma Y discendono tutti i cromosomi Y umani attualmente diffusi nel mondo.

#62 ornitorinco

In “Nothing as it seems”, episodio 16 della quarta stagione di Fringe, Walter è come al solito piuttosto comico.
Non ricordandosi il nome di Astrid, la chiama “Aphid”.
Recupera uno scatolone impolverato che contiene regali di compleanno per suo figlio Peter, acquistati ogni anno negli ultimi tre decenni circa. Tra questi, una bottiglia di birra per il ventunesimo compleanno e una copia di “Hump magazine” per il sedicesimo. (Qua c’è il video di tutta la scena).
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Più tardi, Walter prepara alcuni “peanut butter & bacon sandwiches”. Mi ero messa a ridere, pensavo fosse una delle sue stranezze alimentari. Non è possibile, è troppo anche per i controversi gusti degli americani. Invece poi ho scoperto che il panino con bacon e burro d’arachidi ESISTE.
Anzi, è la versione semplificata di un panino ancora più estremo: il Peanut butter, banana and bacon sandwich, che ha addirittura una pagina Wikipedia ed è noto come the Elvis sandwich, perché era il panino preferito dal Re del Rock and Roll. Ora capisco perché avesse problemi di sovrappeso. In alcune ricette, viene aggiunto anche burro o miele, nel caso le calorie non fossero già abbastanza.
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Sempre nello stesso episodio, quando si parla del caso da risolvere, Peter descrive la trasformazione subìta da questo tizio, diventato un “giant porcupine”. Walter, un po’ off topic come sempre, aggiunge: “I like porcupines! Shows that God has a sense of humor”.
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Porcupine significa porcospino o istrice, che io confondo sempre con il riccio (hedgehog), ma sono ben diversi.

Questo è un porcospino (porcupine)
Questo è un porcospino (porcupine)

Cercando informazioni sul presunto “sense of humor” divino, ho trovato parecchi risultati, ad esempio verdure dalle forme strane.

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Ma il più comune in assoluto è il Platypus, ovvero l’ornitorinco.
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Questo post ha una colonna sonora, che fa così: “This is the dawning of the age of the Platypus, age of the Platypus! The Platypus! The Platypus!!” da cantarsi sulle note di “Aquarius” (poi ho scoperto che una canzone intitolata “Age of the Platypus” esiste già, ma è molto meno interessante).
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L’ornitorinco, detto anche platipo, è un mammifero semi-acquatico, notturno, diffuso nell’Australia orientale.
Il corpo e la larga coda piatta sono coperti di pelliccia marrone, simile a un castoro, mentre le zampe sono palmate e ha un muso simile al becco di un’anitra.
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Presenta dimensioni molto variabili a seconda della regione (i più grandi superano i due chili di peso e i 40 centimetri di lunghezza).
Vive vicino a corsi d’acqua. Non sembra un animale a rischio di estinzione, ma l’inquinamento delle acque lo rende vulnerabile.

È una delle cinque specie ancora esistenti che compongono l’ordine dei monotremi, gli unici mammiferi che depongono uova (ovipari) invece di partorire cuccioli già formati (vivipari). Le altre quattro specie sono chiamate complessivamente echidne o formichieri spinosi. In realtà è in corso da sempre un acceso dibattito sulla classificazione dell’ornitorinco, che non si sa bene dove piazzarlo.
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Per la riproduzione, l’ornitorinca scava tane molto grandi ed elaborate, in cui allestisce un nido dove depone le uova. Quando le uova si schiudono, i cuccioli si aggrappano alla madre dalla quale succhiano il latte. “L’ornitorinco non ha capezzoli ma secerne il latte da pori nella pelle.” Detto così sembra poco pratico ma bisognerebbe sentire il parere di un ornitorinco.
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È uno dei pochi mammiferi velenosi: “Il maschio dell’ornitorinco ha, su ognuna delle zampe posteriori, uno sperone cavo, che usa per iniettare un veleno prodotto dalle ghiandole crurali”. Il veleno non è letale per l’uomo (provoca gonfiore e forte dolore) ma può uccidere piccoli animali. Se dovesse capitarvi l’occasione, sappiate che l’ornitorinco va afferrato per la coda: non gli si fa male e soprattutto si evita il veleno.

“Tiene gli occhi completamente chiusi quando nuota, affidandosi interamente agli altri sensi.” È un carnivoro. Mangia vermi e larve di insetti, gamberi d’acqua dolce, e anche piccoli mammiferi. “È uno dei pochi mammiferi di cui si sa che possiedano un senso di elettrolocazione: localizza la sua preda in parte rilevando la sua elettricità corporea.” Questa capacità è diffusa in alcune specie di pesci, che, vivendo in acque con scarsa visibilità, la usano per orientarsi e localizzare ostacoli o prede.
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Recentemente è stato scoperto che l’ornitorinco ha dieci cromosomi sessuali, mentre quasi tutti i mammiferi ne hanno due (XY o XX). La sequenza nell’ornitorinco maschio è XYXYXYXYXY e quella femminile è XXXXXXXXXX.

“Quando l’ornitorinco fu scoperto dagli europei alla fine del Settecento, una pelle fu mandata in Gran Bretagna per essere esaminata dalla comunità scientifica. Gli scienziati inglesi in un primo momento si convinsero che quell’insieme a prima vista bizzarro di caratteristiche fisiche dovesse essere un falso, prodotto da qualche imbalsamatore asiatico.”

Kant e l’ornitorinco è un libro di Umberto Eco, che raccoglie saggi di semiotica e filosofia.
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Un ornitorinco in un cartone animato è Perry l’ornitorinco, tra i protagonisti di Phineas e Ferb. Perry ha una doppia identità: apparentemente il semplice animale domestico della famiglia, è in realtà un agente segreto che lavora per la O.W.C.A. (“Organization Without a Cool Acronym”) e combatte contro il malvagio dottor Heinz Doofenshmirtz. Chiaramente un personaggio simile non può non avere una theme song, che è appena diventata la mia canzone preferita, e dice: “He’s a semi-aquatic, egg-laying mammal of action! […] He’s Perry, Perry the Platypus!”

#61 paraprosdokian, wellerism, garden path sentence, crash blossom

Un paraprosdokian è una figura retorica che consiste nella conclusione a sorpresa di una frase o di un discorso.
Tipicamente la prima parte della frase appare semplice, anche banale, e il lettore o ascoltatore si aspetta una conseguenza ovvia. Invece l’ultima parte della frase è sorprendente, inaspettata, e spesso cambia il significato della prima parte: costringe a reinterpretarla, specialmente giocando sul doppio senso di qualche parola. Questa violazione delle aspettative ha in genere un effetto comico, e per questo il paraprosdokian è molto usato nelle commedie e nella satira.
Para viene dal greco παρά (presso, accanto, a lato, oltre,…), usato come prefisso con il significato di vicinanza spaziale o somiglianza, affinità, o anche deviazione, alterazione, contrapposizione (ad esempio paramedico, paranormale,… Invece parole come paracadute e parasole sono formate da para- derivato dal verbo parare, che indica riparare, proteggere). Prosdokia (προσδοκία) significa aspettativa. In antichi testi greci si trova l’espressione “para prosdokia”, cioè contrario alle aspettative o inaspettato, ma il termine paraprosdokian è di recente formazione (probabilmente fine Ottocento) e, nonostante sia piuttosto diffuso in ambito anglosassone, non compare ancora sui dizionari cartacei di lingua inglese.
Per imparare questa parola impronunciabile ho trovato un video utilissimo: How to Pronounce Paraprosdokian (analoga pronuncia anche qui).

Alcuni esempi di paraprosdokian:
“I’d like to die peacefully in my sleep like my grandfather… not screaming in terror like the passengers on his bus.”
“I once shot an elephant in my pajamas. How he got in my pajamas I don’t know.” (Groucho Marx)
“Of course I agree with you… Now we’re both wrong.”
“Any man who hates children and animals… can’t be all bad.” (W. C. Fields)
“If I could say a few words… I would be a better public speaker.” (Homer Simpson)

Penso che si possano considerare paraprosdokian anche:
Tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”. (Credo che sia di Alessandro Bergonzoni ma è cantata anche da Elio e le Storie Tese in “Carro”).
E ancora il mitico Homer Simpson agli alieni: “Non potete mangiarmi! Ho moglie e figli… mangiate loro!”
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Analogo al paraprosdokian è il wellerismo, in cui un noto proverbio o un’espressione comune viene attribuito, a scopo comico, a un personaggio reale o immaginario. In questo modo il significato originario dell’affermazione viene stravolto, oppure interpretato in senso letterale.
Il termine deriva da Sam Weller, personaggio de Il circolo Pickwick (The Posthumous Papers of the Pickwick Club), il primo romanzo di Charles Dickens, del 1837.
Esempi di wellerismi detti da Sam Weller nel romanzo:
“Prima gli affari, e i piaceri dopo, come disse il re Riccardo III quando ammazzò quell’altro re nella Torre, prima di strangolare i bambini.”
“Addoloratissimo di recare un qualunque disturbo, signora, come disse il brigante alla vecchia signora quando la mise sul fuoco.”
“Morte alla malinconia, come disse il ragazzo quando morì la maestra di scuola.”
“Io non feci che assistere la natura, come disse il dottore alla mamma del bambino, dopo averlo mandato all’altro mondo con un salasso.”
“Mille scuse se interrompo codesta bella conversazione, come disse il re quando sciolse il parlamento.”

Una “garden path sentence” è una frase “ingannevole”: il lettore ne interpreta l’inizio in un modo, ma la continuazione della frase lo costringe a tornare indietro e a reinterpretarla diversamente.
Un esempio: “The author wrote the novel was likely to be a best-seller.” L’interpretazione iniziale è: “The author (who) wrote the novel…” ma il senso corretto è: “The author wrote (that) the novel was likely to be a best-seller.”
Questo succede perché, via via che leggiamo una frase, facciamo una sorta di analisi logica, cioè attribuiamo automaticamente ad ogni parola il valore di soggetto, verbo, complemento, ecc. Questo ci permette di capire la struttura, e il senso, della frase.
Leggendo una garden path sentence, a un certo punto arriva una parola che non può essere incorporata nella struttura ipotizzata fino a quel momento. La discrepanza porta il lettore a riconsiderare la frase e a correggere la prima interpretazione. Il meccanismo si basa sull’ambiguità (semantica o sintattica) di una o più parole, che si prestano a diverse interpretazioni.

Il nome “garden path” viene dall’espressione “to lead (someone) down the garden path”, cioè fuorviare, trarre in inganno, raggirare.

Un esempio divertente di garden path sentence e di ambiguità sintattica: Time flies like an arrow; fruit flies like a banana.
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Leggere e capire correttamente la prima metà della frase è molto semplice anche perché si tratta di un’espressione molto comune: “il tempo vola”, traduzione approssimativa del latino “tempus fugit”. Il paragone “come una freccia” è frequente in inglese per sottolineare la velocità del passare del tempo.
Leggendo la seconda metà della frase, ci si aspetta la stessa struttura: “fruit” sarebbe sostantivo e soggetto, “flies” verbo e “like” avverbio. Ma l’assurdità del senso che ne deriva (“La frutta vola come una banana”?!) porta a rivalutare la frase, e allora “fruit” diventa sostantivo aggettivante, “flies” sostantivo plurale e soggetto, e “like” verbo (“I moscerini della frutta amano una banana”).

Una fruit fly è un moscerino della frutta o drosofila, un insetto molto studiato nella ricerca biologica e soprattutto genetica, perché è facile da allevare in laboratorio, si riproduce molto e in fretta (una femmina può deporre fino a 600 uova in dieci giorni), ha solo quattro paia di cromosomi, il suo genoma è stato interamente sequenziato e le mutazioni genetiche nella specie sono molto frequenti.
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Dopo tutto questo, Wikipedia se ne esce con un “Da un punto di vista genetico l’uomo e il moscerino della frutta sono abbastanza simili”, che è abbastanza spiazzante, e continua: “La Drosophila viene usata come modello genetico per varie malattie umane, inclusi i disturbi neurodegenerativi come la malattia di Parkinson, la corea di Huntington e la malattia di Alzheimer. La mosca viene utilizzata anche per studiare il meccanismo biologico del sistema immunitario, del diabete, del cancro, dell’intelligenza, dell’invecchiamento e persino dell’abuso di sostanze stupefacenti.”
Mah.

Le garden path sentences, come le ambiguità sintattiche in genere, sono rare nella lingua parlata perché la prosodia (intonazione, accento, pause, ecc.) di solito elimina gli eventuali dubbi.
Questo tipo di ambiguità è inoltre più comune nelle lingue isolanti come l’inglese, dove la morfologia è poca o nulla, che nelle lingue flessive come l’italiano, in cui la funzione grammaticale è indicata dalle modificazioni morfologiche delle parole, cioè declinazioni e coniugazioni tendono a chiarire i rapporti logici tra le parole.
In inglese, poi, molto spesso una stessa parola, invariata, può essere un sostantivo o un aggettivo, maschile o femminile, o un verbo che si riferisce a diversi tempi o persone, e in più i sostantivi svolgono spesso la funzione di aggettivi nei confronti di altri sostantivi (mentre in italiano una simile relazione verrebbe espressa attraverso preposizioni). Ad esempio “fruit flies”: in italiano c’è una bella differenza tra “moscerino della frutta” e “la frutta vola”.

L’ambiguità sintattica di solito non costituisce un ostacolo per gli esseri umani, che riescono a ricostruire il significato corretto dal contesto, ma è un grosso problema per i computer, che hanno notoriamente difficoltà a capire le lingue naturali (vedi le traduzioni assurde di Google Translate).

Da Wikipedia: “Al contrario dell’ambiguità semantica, che nasce dalla gamma di significati che una parola può denotare, l’ambiguità sintattica deriva dalla relazione tra le parole e le componenti sintattiche di una frase. Quando un lettore può ragionevolmente interpretare la stessa frase mediante più di una struttura sintattica, il testo è ambiguo e soddisfa la definizione di ambiguità sintattica.”

Ad esempio: “flying planes can be dangerous“, in cui il soggetto di “can be dangerous” può essere “planes” (aerei in volo) oppure “flying” (far volare, pilotare aerei).
Altri esempi: “Loro guardano un uomo con il cannocchiale” (il cannocchiale ce l’hanno loro o l’uomo?); oppure “una vecchia legge la regola” (che ho trovato in un libro di Tullio De Mauro) si può interpretare come “una donna anziana sta leggendo il regolamento” oppure “una legge antica stabilisce il regolamento riguardo a quella cosa”, e cioè “vecchia” può fungere da soggetto o da aggettivo, “legge” da verbo o soggetto, e infine “la” da articolo o pronome complemento. Un esempio molto simile è “la vecchia porta la sbarra”.
Da “Lola”, canzone dei Kinks del 1970, scritta da Ray Davies (anche le Raincoats ne hanno fatto una cover), che descrive l’incontro romantico tra un ragazzo e questa Lola: “I’m glad I’m a man, and so is Lola”. Può significare: “Lola e io siamo entrambi felici che io sia un uomo”, “Sono felice che Lola e io siamo entrambi uomini” oppure “Sono felice di essere un uomo e anche Lola è felice di essere un uomo”. Il verso è volutamente ambiguo, così come la Lola descritta nella canzone, che “walked like a woman and talked like a man”.

A volte la punteggiatura, rappresentando l’intonazione e le pause della lingua parlata, può eliminare le ambiguità sintattiche, e una stessa frase può assumere diversi significati:
Una donna, senza un uomo, non è niente.
Una donna: senza, un uomo non è niente.

La frase latina ibis redibis non morieris in bello (o ibis redibis numquam peribis) è il responso dato dall’oracolo a un soldato che chiedeva previsioni sulla propria missione in guerra. Ma l’interpretazione è duplice:
– “Ibis, redibis, non morieris in bello” significa “andrai, ritornerai e non morirai in guerra”.
– “Ibis, redibis non, morieris in bello” significa al contrario “andrai, non ritornerai e morirai in guerra”.
“Ibis redibis” si usa, in inglese come in italiano, con il significato di ambiguo, confuso, oscuro o cavilloso, specialmente in riferimento a documenti legali.
(Tra l’altro, “ibis redibis non morieris” è la frase perfetta per uno zerbino! A mo’ di saluto quando si esce di casa, così, senza virgole, dice sempre la verità!)

Crash blossom” è un’espressione recente che indica quei titoli di giornali ambigui, che vengono interpretati in modo completamente diverso da quello voluto, e risultano spesso molto divertenti. L’ambiguità è dovuta al fatto che i titoli di giornale omettono tipicamente articoli, preposizioni, verbo essere, e può risultare difficile riconoscere le giuste funzioni grammaticali delle parole.
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Il nome “crash blossom” deriva dal titolo “Violinist linked to JAL crash blossoms”. Nelle intenzioni, si riferiva al successo di una violinista giapponese, “sbocciata” (blossoms) dopo la morte del padre in un disastro aereo (crash), ma a prima vista la musicista sembra aver a che fare con dei “fiori di schianti” (crash blossoms).

Anche qui il fenomeno è più frequente in inglese (esiste anche un sito che li raccoglie), ma anche in italiano ne abbiamo qualche buon esempio:

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#55 uova

Una piccola indagine sul meraviglioso mondo delle uova: un tema di scottante attualità pasquale che riserva notevoli sorprese.

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La voce “Uovo (biologia)” di Wikipedia contiene questa bella illustrazione di Adolphe Millot, che mostra 72 tipi di uova di animali. Tra le uova di uccello, il più piccolo è l’uovo di colibrì (numero 14). Il Bee Hummingbird produce uova che pesano circa mezzo grammo. Le uova di alcuni rettili e molti pesci sono più piccole, e quelle degli insetti sono molto più piccole ancora.

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Uova di colibrì

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L’uovo più grande al mondo è attualmente quello dello struzzo, ma alcuni animali estinti facevano uova più grandi: come gli Aepyornis (elephant bird), giganteschi uccelli del Madagascar, probabilmente i più grandi uccelli mai esistiti, ma estinti nel sedicesimo o diciassettesimo secolo. Le loro uova avevano una circonferenza di circa un metro.

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Scheletro e uovo di Aepyornis

Le uova raffigurate nell’illustrazione sono molto variabili per dimensioni e colori, ma sono quasi tutti a forma di uovo. Le uova più strane:

 

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Uovo di chimera (ghostshark)

 

Il 56 è un uovo di chimera (ghost shark), pesci cartilaginei, imparentati con gli squali, che vivono negli abissi marini.

 

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Chimaera monstrosa

Il 53 e il 54 sono uova di Scyliorhinidae, una famiglia di squali comunemente chiamati squali gatto (catshark), o anche gattuccio.

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Uova di squalo gatto

Il 55 (quello a forma di trivella) è un uovo di squalo. Credo sia di Heterodontus, genere di squali detti squali testa di toro (bullhead shark) come lo squalo di Port Jackson e lo squalo cornuto del Pacifico (horn shark).

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Squalo è il nome comune per Selachimorpha, un superordine di pesci cartilaginei predatori che comprende più di 500 specie.
Gli squali si riproducono in diversi modi.
La maggior parte degli squali è ovovivipara: “le uova sono incubate e si schiudono nell’organismo materno, senza che vi sia alcuna relazione nutritiva”, cioè l’embrione riceve tutto il nutrimento necessario dall’uovo stesso. “Quando viene alla luce, il cucciolo è già vivo ed è in possesso di tutte le sue funzionalità”. Particolare horror: alcune specie praticano l’ovofagia. “L’embrione dominante si ciba degli altri embrioni in fase di sviluppo in un processo noto come cannibalismo intrauterino“.
Alcuni squali (come gli squali martello, gli squali requiem e lo squalo elefante) sono vivipari: l’embrione si sviluppa all’interno del corpo della madre, dal quale riceve nutrimento. Il cucciolo nasce vivo e funzionante.
Altri squali sono ovipari (come tutti gli uccelli, numerosi anfibi, insetti e aracnidi, molti rettili, pesci, monotremi (cioè mammiferi ovipari come l’ornitorinco) e altri). Le femmine depongono uova fecondate, e l’embrione si sviluppa all’interno dell’uovo, fuori dall’organismo materno. Tra gli squali ovipari ci sono gli squali testa di toro e la maggior parte degli squali gatto.

 

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“Borsellini delle sirene”

 

Alcune specie di squali, razze e chimere depongono uova contenute in particolari sacche protettive chiamate “borsellino della sirena” (mermaid’s purse). Hanno varie forme e si possono trovare, vuote, sulle spiagge. Hanno la consistenza della pelle di squalo e servono a proteggere l’embrione, che una volta sviluppato esce lasciando questo contenitore vuoto.

 

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Confronto iniquo tra uovo di struzzo e uovo di gallina

 

Dunque, gli struzzi.
Io, quando leggo “ostrich“, penso alle ostriche. I due nomi si assomigliano ma non hanno alcun legame etimologico, anzi ostrica e oyster derivano dalla stessa radice latina ostrea, e anche struzzo e ostrich hanno la stessa origine: dal latino avis struthio (uccello struzzo).

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Gli struzzi sono piuttosto grandi. I maschi adulti sono alti circa 2,5 metri e possono pesare anche 150 chili. L’uovo di struzzo è alto circa 15 centimetri e pesa 1,5 chili. Il suo contenuto equivale a circa due dozzine di uova di gallina. Popoli indigeni dell’Africa meridionali usano i gusci vuoti come borracce: tengono circa 1,25 litri.

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Ho iniziato questa ricerca perché volevo capire se è vero che l’uovo di struzzo è la più grande cellula organica esistente.
Sembra di no (ma potrebbe essere quella più pesante). Certi animali (come i calamari giganti e i calamari colossali) hanno cellule nervose lunghe fino a 12 metri. Anche le cellule nervose delle giraffe sono piuttosto lunghe, perché coprono tutta la lunghezza del collo dell’animale.

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Queste cellule sono quindi molto lunghe ma molto sottili, e in termini di volume l’uovo di struzzo rimane più grande. Però esistono altre grandi cellule: le alghe del genere Caulerpa crescono oltre i tre metri di lunghezza e sono formate da un’unica cellula, contenente però diversi nuclei.

 

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Alghe Caulerpa

Ma un uovo di struzzo si può considerare una singola cellula? Se ho ben capito, il tuorlo dell’uovo non fecondato è una sola cellula, ma il guscio e l’albume sono rivestimenti protettivi che non fanno parte della cellula.

Negli animali che si riproducono per via sessuata, la cellula uovo (o ovulo o ovocita) è la cellula gametica femminile aploide. Come le cellule gametiche maschili (spermatozoi), le cellule uovo hanno corredo cromosomico aploide, cioè dimezzato. Al momento della fecondazione i due gameti si fondono e ricostituiscono il corredo diploide, cioè completo. Quello che ne risulta è uno zigote, che gradualmente si sviluppa in un nuovo individuo.

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Stavo cercando di capire meglio la questione delle uova, quando ho fatto una scoperta sconvolgente: gli uccelli non hanno l’uccello.
Tutte le specie di uccelli si riproducono per fecondazione interna, ma solo il 3% possiede un fallo adatto alla penetrazione. Fra queste i Ratiti (struzzi, emù, kiwi), Animidi, Anatidi (anatre, oche e cigni) e Cracidi. Pare che gli uccelli senza pene siano stati privilegiati dall’evoluzione perché le femmine li preferiscono così (de gustibus…).
È quantomeno paradossale. Faccio notare che in inglese il primo significato di “cock” è “gallo”, ma i galli, quella cosa lì, non ce l’hanno. Cocks are cockless!
La riproduzione funziona così: gli uccelli, maschi e femmine, hanno la cloaca: comunemente detto “culo”, è in realtà un buco multiuso in cui confluiscono apparato digerente, apparato urinario e apparato genitale. Nell’accoppiamento i partner giustappongono le proprie cloache: è il cosiddetto bacio cloacale, in cui lo sperma passa dai testicoli di lui alle ovaie di lei, e così l’ovulo viene fecondato (prima che si formi il guscio dell’uovo, se ho ben capito).

Parentesi: al lettore attento non sarà sfuggito che, riguardo agli uccelli, si è parlato di riproduzione interna, cioè che avviene all’interno del corpo della femmina. Il contrario è la riproduzione esterna, diffusa tra molti pesci e anfibi, in cui ovuli e spermatozoi si incontrano fuori dai corpi dei loro proprietari. È una pratica poco divertente e molto dispendiosa, perché a causa delle difficili condizioni (=i pesci stanno nell’acqua) numerosissimi ovuli e spermatozoi non si incontreranno mai, e si disperdono nelle correnti.

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Le uova di gallina che si mangiano in genere non sono fecondate, dato che le galline depongono le uova in ogni caso. Se le galline entrano in contatto con un gallo, è possibile che le uova deposte siano fecondate. Queste, se covate, produrranno pulcini, altrimenti possono essere prelevate e mangiate, perché sono comunque commestibili.

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Poi ho scoperto il balut, una prelibatezza del Sud-est asiatico (Filippine, Cambogia, Vietnam, Laos, alcune aree della Cina). Si tratta di uova fecondate di anatra o di gallina, mantenute al caldo per favorire lo sviluppo dell’embrione. Dopo un paio di settimane, cioè poco prima della schiusa, le uova vengono bollite. Vengono servite accompagnate con varie salse oppure si mangiano direttamente dal guscio. L’embrione è quasi completamente formato: le zampe, il becco e lo scheletro sono già presenti ma ancora teneri. È considerato un alimento afrodisiaco. Gnam.

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Il balut!

 

Buona pasqua!

#50 stigma

Sottotitolo: le mille vite di una parola greca.

Nella scrittura greca del medioevo e dell’epoca moderna, lo stigma, ϛ, è una legatura delle lettere sigma (Σ σ), e tau, (Τ τ), cioè praticamente s e t. Lo stesso segno è usato anche come simbolo del numero 6.

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Stigma, maiuscolo e minuscolo

In calligrafia e in tipografia, una legatura è l’unione di due o più lettere in un unico simbolo. Tra le legature più note ci sono ad esempio æ (ovviamente a+e) e œ (o+e).
Anche la ß tedesca (Eszett) è una legatura. Ho capito oggi (dopo anni trascorsi a chiedermi perché mai i tedeschi avessero una lettera così strana, che assomiglia tanto a una B ma si legge come una doppia S) che la ß è composta da una “s lunga” (ſ, una forma antica della lettera s minuscola) seguita da una “s rotonda” (una s “normale”) oppure da una z, minuscole. Questo spiega anche perché, nonostante sia così alta e grossa, la ß sia una lettera minuscola.

Eszett
Come nasce una Eszett

 

Stigma, in greco, significava marchio, punto, puntura, segno. La parola passò ad indicare il segno specifico della legatura ϛ perché questo rappresentava appunto il suono st-, e per l’analogia con il nome della lettera sigma. Lo stigma ϛ è anche molto simile alla lettera sigma usata in posizione finale ς (sono già in confusione).

Da stigma nel senso di “marchio”, deriva stìgmate o stìmmate, che “nel linguaggio ecclesiastico indica le piaghe sul corpo di Cristo in conseguenza della crocifissione (nelle mani, nei piedi e nel costato), attorno alle quali, dal medioevo, si sviluppò un culto particolare. Di qui il termine è usato per il fenomeno della riproduzione – temporanea o permanente, completa o parziale – delle piaghe di Cristo nel corpo di alcuni santi.”
Siccome la mia formazione musicale è stata più intensa di quella religiosa, mi viene in mente Stigmata Martyr dei Bauhaus, che è una gran bella canzone.

Il termine stigma è usato anche in zoologia e si riferisce alle aperture respiratorie di certi insetti o altri animali. Da qui numerosi buffi nomi di ordini di acari: criptostigmi, mesostigmi, notostigmati, eterostigmi, prostigmati.

In botanica si chiama stigma o stimma la parte del gineceo che riceve il polline durante l’impollinazione.

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La sessualità dei fiori non l’ho mai capita (e anche su quella umana a volte ho qualche dubbio) ma ho trovato qualche informazione base:
Il gineceo è l’insieme degli organi riproduttivi femminili del fiore. È costituito da uno o più pistilli. Alla base del pistillo si trova l’ovario, che contiene gli ovuli.
L’androceo è invece l’insieme degli organi maschili, ed è costituito da uno o più stami. Alla sommità di ogni stame si trova l’antera. Dall’antera fuoriuscire il polline quando è maturo.
Quando il polline arriva sullo stigma, da lì raggiunge l’ovario, dove feconda l’ovulo, dal quale si sviluppa un embrione che si trasformerà in seme.
I fiori possono avere organi solo femminili, solo maschili, oppure entrambi.

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Lo stigma, femminile, è lì al centro, in cima al suo stilo, circondato dagli stami maschili con le loro antere.

Da stigma nel senso di “marchio” o “segno distintivo” deriva stigmatizzazione: un fenomeno sociale che consiste nella discriminazione di una persona o di un gruppo, sulla base di caratteristiche che sono percepite negativamente dagli altri membri della società. Le caratteristiche in questione variano da una società all’altra, e possono riguardare disabilità fisiche, malattie mentali, identità o orientamento sessuale, etnia, nazionalità, religione, o in generale qualità, condizioni o comportamenti percepiti come devianti, spesso giudicati inferiori o vergognosi, e quindi oggetto di disapprovazione. I soggetti vittime di stigmatizzazione vengono in genere emarginati. In inglese la parola stigma (o social stigma) viene usata in questo significato.

#11 proteo

Proteo, nella mitologia greca, era un vecchio dio del mare che si occupava soprattutto di badare alle foche e altri animali marini di Poseidone. Aveva il dono della profezia e della metamorfosi, per cui era in grado di assumere l’aspetto di qualunque animale o cosa. Sfruttava questa sua capacità specialmente per tentare di sfuggire a tutti quelli che venivano a chiedergli profezie.
Proteo ha dato il nome a un sacco di cose. Da lui viene l’aggettivo proteiforme, che si riferisce appunto alla capacità di cambiare aspetto o forma.
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La sindrome di Proteo è una rarissima malattia congenita che provoca una crescita incontrollata di pelle, ossa e tessuti in alcune parti del corpo. Da quando è stata scoperta nel 1979 è stata diagnostica soltanto a circa duecento persone. Venne chiamata in riferimento al dio greco perché le sue manifestazioni erano sempre diverse nei vari pazienti. Si pensa che anche Joseph Merrick, the Elephant Man, fosse affetto dalla sindrome di Proteo.

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Proteo è anche un satellite di Nettuno, scoperto nel 1989. La sua formazione geologica più importante è un cratere chiamato Pharos, dall’isola di Faro, dove viveve il dio Proteo secondo la mitologia.
Proteus è il titolo di un film del 2003 del regista canadese John Greyson che racconta la storia vera di un amore tra un uomo bianco e uno di colore: omosessualità e coppie miste non erano ben visti nel Sudafrica del Settecento, così i due vennero processati e condannati a morte.

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Infine il Proteus anguinus (olm in inglese) è un anfibio troglobio, che cioè vive esclusivamente sotto terra o all’interno di grotte. Abita infatti nelle acque di falda e nelle grotte del Carso, tra il nord-est dell’Italia, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Vivendo interamente sott’acqua e nell’oscurità, si è adattato a questo strano habitat: manca di pigmentazione della pelle, che è di un bel rosa, ed è quasi cieco ma i suoi altri sensi, soprattutto olfatto e udito, sono estremamente sviluppati. Si ipotizza addirittura che abbia la capacità di percepire il campo magnetico terrestre e usarlo per orientarsi. Un embrione di proteo si sviluppa in circa 140 giorni e raggiunge la maturità sessuale in 10-14 anni. Ma il proteo è un tipo paziente: siccome il suo habitat offre poche prede, è in grado di sopportare lunghi periodi senza cibo grazie al suo metabolismo molto lento. Sembra che possa stare a digiuno anche per 12 anni…